• Giovanni Melappioni

La battaglia medievale.

Aggiornato il: nov 19


Di guerra medievale si è parlato spesso in questi anni, e con notevole, quanto proficuo, approfondimento.

Capolavori del calibro di La guerra nel Medioevo di Philippe Contamine o Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo del nostro Aldo Settia sono pietre miliari talmente consistenti che i successivi, pur importanti lavori non possono prescindere dal solco da essi tracciato. Attenzione, però, stiamo parlando di GUERRA.


Si può parlare in maniera generica di BATTAGLIA medievale, dello SCONTRO in sè, tracciando degli elementi fondamentali in un discorso quanto più generale possibile? Esistono delle peculiarità comuni agli scontri dell'Età di Mezzo tali da poter, appunto, parlare di archetipo di combattimento medievale?


Solitamente le indagini in questo senso sono incentrate sull'analisi di singoli fatti d'arme, una battaglia alla volta, disgiunte l'una dall'altra dai rispettivi particolarismi. Eppure un margine per poter indagare l'argomento a un più ampio spettro c'è. O almeno, penso di poterlo tracciare.


Prima di tutto definiamo però la battaglia medievale, altrimenti si finisce per allargare eccessivamente il discorso. Le armi da fuoco non ne sono escluse ma il loro impiego preponderante, ossia la presenza di singoli dispositivi offensivi distribuiti su larga scala alla truppa potrebbe essere il margine finale dell'arco temporale per noi decisivi. Per fare un esempio, Fornovo (1495) potrebbe rientrare nel discorso, Agincourt (1415) di sicuro, Pavia (1527) no. Come termine per l'inizio, trattandosi di una questione affrontata con particolare attenzione all'Europa, la fine dell'Impero Romano occidentale andrà benissimo, perché una delle caratteristiche specifiche di ciò che consideriamo medievale, guerra compresa, è l'assenza di un'entità statale collettivizzante, capace di produrre, tra le altre cose, un esercito nazionale. La definizione è utile a inquadrare ma non ha nessuna pretesa di universalità. Ci serve solo per chiarire il periodo e le modalità della "battaglia medievale".


Cominciamo con la lettura della ricostruzione di una battaglia decisamente medievale. Anno 1090, Francia Settentrionale, contea del Maine. Molti di voi avranno sicuramente già letto il brano che segue ma sono sicuro che l'emozione sarà sempre la stessa della prima volta, nel seguire Ademar nel cuore della pugna! Per tutti gli altri, buona lettura e se ne rimarrete affascinati, troverete i link per leggere l'intero romanzo in fondo all'estratto.


Ci troviamo subito dopo il brano, per l'approfondimento sulla battaglia medievale.



TESTO TRATTO DAL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO

“IL CAVALIERE DEL LEONE”


I


Al nervoso gesto di congedo del conte, gli uomini voltarono i cavalli e si allontanarono con le spalle curve e gli sguardi sfuggenti. Ventidue cavalieri e un numero doppio di sergenti. Un silenzio glaciale fu il saluto di chi scelse di rimanere. Per chi non aveva abbandonato Helia di Beagency, signore del Maine, magra consolazione poteva essere la maledizione che avrebbe accompagnato per sempre i codardi. Il conte gettò un ultimo, fugace sguardo alle schiene di chi l’aveva abbandonato e tornò alla moltitudine dei nemici che non aveva ancora terminato di disporsi sul campo di battaglia. La foresta dalla quale stavano uscendo i normanni sembrava contenerne centinaia. Erano molto più numerosi di tutti gli uomini che lui avesse mai comandato. Laggiù, oltre la brulla spianata che li divideva, c’erano mercenari fiamminghi con le corte cotte di maglia e le maledette balestre che sembravano estensioni delle braccia per quella gente. Intorno a loro i lancieri di Pais, capaci di formare in pochi istanti una barriera impenetrabile, pagati sul peso delle loro robuste aste. Ai loro fianchi attendevano irrequieti i cavalieri del Berry, tizzoni d’inferno che preferivano muoversi agilmente anziché chiudersi dentro pesanti usberghi. Indomiti e spietati, erano famosi per non concedere quartiere agli avversari. Davanti a tutti questi combattenti, disposti in una fitta fila che serrava e distingueva ranghi e obblighi feudali, si mostravano senza alcun timore i cavalieri della masnada del duca di Normandia. Fissavano come spettri l’esiguità delle sue forze, pregustando gli istanti prima dell’unica carica con la quale le avrebbero cancellate dal campo di battaglia.

«Il mio vessillo» ordinò Helia con voce ferma. Il suo alfiere si avvicinò e insieme mostrarono la volontà di contendere il campo. Lo stendardo di Robert Courteheuse, figlio di Guillaume il conquistatore d’Inghilterra, garrì in quel momento, ravvivato da quel vento misterioso che sembra levarsi spontaneo dal suolo quando gli uomini si apprestano a combattere. Passò un’ora, infine tutta l’armata normanna era schierata e pronta.

«Mio signore, i codardi sono ormai lontani, non restano che i coraggiosi» disse l’araldo, un uomo anziano la cui voce non era rotta dall’angoscia. Evidentemente era pronto a morire.

«Potrei arrendermi, non credi? I numeri sono contro di noi» suggerì, senza convinzione.

«Non punire il coraggio di chi ti è restato al fianco.»

Helia sorrise, con metà della sua bella bocca. Era il signore senza erede di una terra senza speranza. Infilò l’elmo augurandosi che vi fossero dei bravi cantori, nella schiera normanna. Un trambusto di cavalli al gran passo spezzò il silenzio funebre della schiera del Maine. Una nube di polvere annunciò l’arrivo di una compagnia in armi alle loro spalle. L’astuzia dei normanni aveva nuovamente prevalso sugli accorgimenti dei loro oppositori, si disse Helia sconfortato. Essere attaccati alle spalle era la fine, senza che fosse loro concessa l’occasione di una sfolgorante carica. Invece, con stupore, si rese conto che gli uomini in rapido avvicinamento mostravano stendardi e scudi a lui noti. Li aveva mandati a memoria per maledirli dall’inferno che avrebbe a breve raggiunto: i codardi che avevano accettato il suo perentorio invito a lasciarlo, stavano ritornando. Li guidava un cavaliere il cui usbergo emanava riflessi d’oro e rubino colpito dai raggi del sole. Non faceva parte del novero di quelli che fino a poco prima erano con lui. Eppure, ne riconobbe i colori e si meravigliò per la sua comparsa.

Il gruppo si fermò davanti a Helia. Visibilmente a disagio, gli uomini che avevano lasciato il proprio signore e i compagni in balia del destino non osavano guardare in faccia nessuno dei presenti. Chi li aveva condotti si tolse l’elmo e il cappuccio di ferro.

«Ademar» lo salutò Helia, alzando la mano destra.

«Mio signore.»

«Avevo scacciato quei ventidue codardi.»

«Al loro posto ho condotto venti leoni.»

«Due sono sfuggiti anche a te, a quanto pare.»

«No: hanno provato a difendere la loro infamia con le armi. Ti ho riportato il loro sangue, è nel fodero della mia spada»

Sfilò la guaina dalla cintura e ne estrasse platealmente l’arma. La lama era lorda di scuro icore. Lanciò il fodero ai piedi di Helia.

«Perché?»

«Mi hai allontanato ma io non ho mai smesso di amarti. Sono di nuovo al tuo cospetto e Iddio mi ha concesso degna masnada per accompagnarmi. Combatterò per te, che tu lo voglia o no.»

«Sei quindi disposto a rinunciare a lei, per far sì che vecchi alleati ritrovino la pace, in questo momento di grande pericolo?» Le parole del conte suonarono come una formula per un nuovo giuramento fra lui e il giovane vassallo. «No. Combatterò per te, ma morirò per lei.»

«Helia serrò la mano sull’arcione. Tu stai combattendo contro il Maleagant, non contro i miei nemici. Vai, è laggiù, vicino al Courteheuse.»

«Io combatto contro i tuoi nemici perché essi lo sono anche per me, contro di essi hai il mio aiuto e consiglio. Vincerò per te o morirò per Rohese, e questo è quanto!»

Prima che Helia potesse rispondere, Ademar afferrò la spada con la mano dello scudo e alzò la lancia al cielo, gridando: «Dritto alle bandiere!»



Gli uomini che l'avevano seguito esplosero in un unico boato e si gettarono dietro il ragazzo, dritti contro il cuore pulsante dello schieramento normanno in avvicinamento. Helia afferrò lo scudo dalle mani di un suo attendente, controllò i legacci dell'elmo e della manica di anelli di ferro al braccio destro. Afferrò l'asta con il suo stendardo e guidò i suoi in battaglia, dietro il cuneo di feditori guidati da Ademar.






Quando l'avanguardia impattò come un maglio contro la linea normanna si sarebbe detto che perfino il vento si fosse fermato a guardare. Grida e stridio d’acciaio si levarono al cielo, poi tutto divenne frammentato, ombre e lampi di luce in rapida successione presero il posto della razionale percezione delle cose. Non c'era modo di prendere prigionieri, di accettare guanti o cedere i propri. Nel terribile incontro fra chi cercava morte o redenzione non vi era spazio per la pietà. Lo comprese il normanno a cui Ademar tagliò un braccio? Se ne rese conto quello a cui infisse nella pancia metà della lunga lancia? Lo capirono gli altri che colpirono e mutilarono in un turbinio di sangue? Morto il cavallo, Ademar accompagnò a terra la bestia agonizzante, agile evitò di finirne schiacciato. Mulinò la spada afferrando il pomo con la sinistra. Tagliò, squarciò, ferì chiunque osasse avvicinarsi. Fu il vuoto intorno a lui, figlio del terrore per il demone d'argento e di rosso vestito che combatteva come se non volesse avere un domani da celebrare.

«Ademar!» gridò qualcuno fra il vorticare che lo circondava. «Ademar, per Helia, lasciami avvicinare.»

Un guerriero con il camaglio squarciato si fece avanti. Dall'apertura nel cappuccio sgorgava abbondante sangue. Recava un cavallo possente, trattenuto per le redini. «Prendi» gli disse.

Ademar si guardò intorno, lo stendardo del comandante normanno era distante, fuori dalla sua portata se fosse rimasto appiedato.

«Di chi è?» domandò afferrando le briglie. Guardò attentamente il guerriero, capendo che non si trattava di un cavaliere. «Il mio!»

«E qual è il tuo nome?»

«Mi chiamo Benet, combatto senza il dono delle armi, né un signore al quale domandare pane e sale.»

«Rimani in vita, Benet. Rimani in vita e li avrai!»

Salì con un balzo in sella, con negli occhi la promessa di non dimenticare quel gesto. Spronò il cavallo e spavaldamente sfiorò l'alfiere dei normanni. Una guardia di ferro proteggeva la bandiera, quattro cavalieri in armatura completa che alzarono lo scudo, preparandosi allo scontro. Quel giorno Ademar aveva invocato la morte ma essa non era venuta per lui. Era discesa sulla terra e combatteva alla destra del cavaliere. Con un grido che avrebbe spezzato il midollo di un eroe dell'antichità, Ademar si gettò contro gli alfieri e ne frantumò la coesione. Ricevette colpi che avrebbero ucciso un toro e replicò sfasciando carni e armi. Le urla dei feriti raggiunsero il cielo, anticipando le anime sofferenti. Strappò di mano l'asta al cavaliere che l'aveva sorretta tronfio della sicura vittoria. Fuggirono i guardiani ancora in vita. Una lancia inattesa lo colpì alle reni. Le cinghie dello scudo si spezzarono. Il vessillo normanno volò lontano. All’ultimo ritrovò l'equilibrio, giusto in tempo per evitare di finire infilzato dal colpo che seguì. Deviò la lama senza guardare chi avesse di fronte. Parò un colpo d'ascia, affondò la spada, infine si sporse fino a sfiorare il terreno per afferrare lo scudo e poi di nuovo ritto in sella parò e colpì, fendette l'aria, poi la carne. I villani che lo attorniavano fuggirono via quando uno di loro gridò trionfale. Avevano recuperato l'asta con il vessillo del loro signore. Il destriero incespicò nel campo arato dalla guerra. Ademar li lasciò andare e cercò un punto dal quale comprendere, nel caos che lo circondava, dove avevano portato l'agognato trofeo.

Quando li individuò lanciò un grido soddisfatto verso i fantaccini che si erano stretti in un muro di scudi improvvisato. All'ultimo lo affiancò Benet, con la lancia ben salda e a cavallo di un destriero normanno. Altri si misero sotto la sua bandiera, lasciando le piccole mischie nelle quali la battaglia si era frammentata. Erano quelli che Ademar aveva adunato a sé dopo l'ignominiosa fuga.

Combattevano accecati da una furia che nasceva dalla vergogna per la follia che li aveva fatti tradire il conte. Ognuno di loro colpiva e incassava ferite per tre uomini. Sfondarono la schiera dei fanti e ne fecero strage. Corpi e armi si lasciarono alle spalle mentre attraverso il varco puntarono come dardi di balestra contro il condottiero normanno e lo stendardo che aveva afferrato. Alcuni arcieri lanciarono verso il loro fianco destro una micidiale salva di frecce. Senza la protezione dello scudo numerosi furono i colpiti. Per la seconda volta Ademar rimase senza cavalcatura: una freccia aveva trapassato l'occhio dell'animale uccidendolo sul colpo. Dei suoi, quando si rialzò, non c'era più nessuno. Alcuni giacevano a terra, feriti, gli altri erano piombati sul nemico e con esso, fra la polvere, si confondevano. Ademar infilzò da parte a parte un fante armato d’ascia, spinse via il corpo e gettò lo scudo ormai spezzato. Afferrò l'ascia con la sinistra e turbinò le lame nell'aria per tenere a distanza gli avversari che lo circondavano.

«Aie!» gridò un cavaliere normanno facendosi largo fra la marmaglia. «Frenate le vostre brame, canaglia e allontanatevi.» Li allontanò con il peso del cavallo sul quale era arrivato e con quello dell’animale sellato che conduceva con sé.

«Vieni avanti.» ringhiò Ademar quando infine ebbe spazio a sufficienza per poter riprendere fiato.

«Non sono qui per combatterti.»

«Se pensi che mi arrenderò, sbagli.»

«Neanche questo è ciò che mi ha spinto qui. Sono qui per consegnarti questo cavallo a nome degli uomini cortesi miei pari nella schiera di Rudger Maleagant.»

«Il tuo signore ha un contenzioso personale nei miei confronti.»

«Il mio signore vuole castrarti con le sue stesse mani.»

«Non riavrà la donna che gli fu promessa.»

«Non sta a me intromettermi in questo. Il destriero riguarda noi cavalieri, qui e ora. Sarebbe un enorme disonore se morissi combattendo come un qualsiasi sergente appiedato. Prego, prendi il nostro dono e lascia che tutti noi si possa avere l'occasione di combatterti ad armi pari.»

Tacque in attesa di una risposta. Si fissarono, senza una parola, mentre intorno a loro la battaglia raggiungeva il suo apice di violenza.

«Accetto.»

«Possa essere la mia mano quella che ti batterà» disse il normanno lasciandogli le redini.

«Non avrò pietà alcuna.»

«Nessuno l'ha pretesa. Addio e buona fortuna.»


Ademar salì in groppa al terzo cavallo di quella giornata campale. Due erano le principali mischie intorno alle quali si spegnevano gli scontri minori come faville intorno a un fuoco. Il centro, composto dal fiore della cavalleria quel giorno presente, era una confusione di cariche e controcariche. La battaglia, in quel punto, somigliava a un vorticante torneo. Le ali di fanteria invece si muovevano intorno a due piccoli punti di contatto, dove le lance impattavano contro gli scudi e i più coraggiosi si facevano ammazzare per i capricci dei principi. Ademar studiò un percorso diretto verso il suo obiettivo e con una folle risata si incuneò fra i cavalieri in ultima linea che cercavano un poco di ristoro. Seguito non solo dalla manciata dei suoi sopravvissuti ma da tutti quelli che avevano visto in lui l'incarnazione del perfetto cavaliere, un redivivo Roland giunto in mezzo a loro per portarli alla vittoria. Rudger de l’Azur, il Maleagant, all’improvviso lo riconobbe e ruggì tutta la sua rabbia.

«Vieni a me, bastardo figlio di cagna!» gli gridò. Ademar lo vide: gigantesco da far somigliare il possente destriero che cavalcava a un magro asinello. La mascella squadrata solcata da una rete di cicatrici indurivano un volto giù rude. Un colpo d’ascia gli aveva sfondato uno zigomo e quella cavità mai riaggiustatasi conferiva alla bocca una deformità bestiale capace di terrorizzare i più solidi cuori con il semplice abbozzo di un ghigno.

Digrignò i denti e si lanciò contro di lui con la spada puntata in avanti. La sfida era stata accettata ma il destino volle che non vi fosse un solo scambio di acciaio fra i due. Helia aveva lasciato una minuscola forza come riserva e questa, nel marasma della mischia frammentata, parve ai normanni un’onda dell’oceano, inarrestabile e gigantesca, quando si lanciò dalla boscaglia inneggiando al conte del Maine. Cavalieri in fuga, destrieri imbizzarriti senza padrone e fanti alla disperata ricerca di salvezza si frapposero fra i due. Maleagant rischiò di essere disarcionato dal cavallo che si impennò, scalciando selvaggiamente. Ademar cercò di farsi largo fino al condottiero normanno, infilzò l’araldo di Robert Courteheuse sotto l’ascella, trapassando usbergo e muscolo. L’uomo cadde riverso sulla sella, poi scivolò a terra. Ma Ademar non riuscì più a trovare il suo nemico in mezzo al marasma. Lo maledisse silenziosamente e poi, sfinito, si arrese alle grida di dolore dei suoi muscoli ormai allo stremo. Improvvisa come aveva avuto iniziò, la battaglia ebbe termine. Dove prima cozzavano le armi, ora grida di vittoria salutavano le schiene dei normanni in fuga. Non si tentò di inseguire quelli a cavallo, ma tutti si adoperarono per eliminare i sergenti a piedi e i mercenari armati di balestre, il disonore dei campi di battaglia. Mentre la polvere si posava sulla terra cosparsa di cadaveri e feriti, Helia si portò al centro dell'ormai disfatta linea nemica e contemplò la vittoria che non aveva creduto di poter ottenere.

«Mio signore. Conte» lo chiamò il suo alfiere indicando una figura a piedi che si avvicinava piano verso di loro.

Era talmente lordo di sangue e fango da non essere più riconoscibile. Aveva le maglie dell'armatura aperta, penzolanti in tanti di quei punti che non si sarebbe creduto possibile che un solo osso fosse sopravvissuto alla mischia. La cotta era scomparsa, un vuoto di stoffa lacera e viva pelle ne aveva preso il posto. La figura incespicava vistosamente, e le spalle possenti erano curve per il tragico e faticoso mestiere di quel giorno di vittoria.

Reggeva un'asta con il vessillo sbrindellato del Courteheuse, la tela pigramente lambita dal vento dell'ovest svolazzava voluttuosa. Quando fu a pochi passi dal conte, Ademar sorrise e il bianco dei denti parve una spaccatura calcarea sul versante di una scura montagna. Lanciò lo stendardo ai piedi di Helia e attese che l'altro dicesse qualcosa.

«Hai ucciso Maleagant?»

«No.»

«E lui non ha ucciso te. Una battaglia inutile, la tua.»

Ademar fece una smorfia ma non accettò l’invito a mostrare il fianco. Scosse la testa: «Mio signore, nessuna vittoria è mai inutile.»

«È colpa tua se quest'oggi abbiamo combattuto» disse Helia con voce neutra.

«No, la mia colpa riguarda il luogo dello scontro. I normanni ti avrebbero attaccato ma li avremmo affrontati lungo il confine.»

«Adalberon ha aperto loro la via per punire me per la tua insolenza.»

«Ora dovrà ammettere la sua follia.»

«Ora tu dovrai ammettere la tua!» Helia alzò la voce.

«Sì, è così.»

«Rinuncerai a lei?»

«Sulla mia vita, no!»

Helia non parve sorpreso, provò a trattenere un sorriso ma poi cedette e proruppe in una risata sincera.

«Riuscirò mai ad odiarti davvero, Ademar, che combatti come un Leone?»

Ademar piegò un ginocchio e reclinò il capo.

«Alzati. Abbraccia il tuo signore.» Helia smontò da cavallo e si avvicinò al giovane. «Dicono che Ildegaris abbia pianto per tre giorni e tre notti alla notizia della tua fuga... d'amore.»

«Ne dubito, mio conte. Piuttosto immagino sia andata a domandare il costo di un sicario.»

Risero complici.

«Mi hai dato una grande vittoria, oggi, ma Robert Courteheuse non si arrenderà facilmente. Si sente titolare della contea.»

«Anche quando fu conte di queste terre nessuno dei nobili gli fu mai amico.»

«Ciò non toglie che non accetterà mai che io sia succeduto al debole Hugh, soprattutto per la misera cifra di diecimila solidi.»

«Tutti volevano te come conte, mio signore.»

«Già. I signori del Maine non sono mai stati bravi a programmare il proprio futuro.» Rise amaro. «Ho bisogno di Adalberon e dei suoi castelli. Temo che dovrò volgermi contro di lui, ora, per aver permesso ai normanni di passare impunemente nelle sue terre per attaccarmi.»

«Sarò con te.» Ademar posò la mano sull’elsa della spada. «È il padre di tua moglie!»

«Dove tu combatterai, io combatterò.»

Helia gli posò una mano sulla spalla.

«Gli uomini che hai riportato, quelli che ancora si reggono in piedi, sono tuoi.»





TESTO TRATTO DAL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO

“IL CAVALIERE DEL LEONE”




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E adesso torniamo a concentrarci sul


Combattere una battaglia nel Medioevo.


Partiamo da alcune considerazioni su una carica di cavalleria. Essa aveva due scopi, principalmente. Quello più evidente lo trattiamo per secondo, cominciamo con quello meno comprensibile (perché in molte occasioni portò alla rovina!)


La carica di cavalleria era una dichiarazione oggettiva di volontà combattente. Pensate ai cavalieri ospitalieri che presso Arsuf, contravvenendo agli ordini di re Riccardo Cuordileone, ruppero i ranghi lanciandosi contro i musulmani che tormentavano da parecchie ore la colonna dei crociati in marcia verso Giaffa. Caricarono non tanto per le perdite subite, calcolate successivamente come almeno sette volte inferiori a quelle saracene, ma per non continuare ad apparire come codardi agli occhi degli intraprendenti nemici. Per fortuna di Riccardo, il momento era quasi quello da lui atteso, la vittoria arrise i cristiani, con grave sbandamento delle armate di Saladino. Anche i normanni, ad Hastings, si lanciarono diverse volte contro il muro di scudi anglosassone senza attendere che gli arcieri alleati ne ammorbidissero la resistenza. Ci vollero alcuni errori tattici degli uomini di Aroldo, la stanchezza dei già provati inglesi contro i norreni sconfitti da loro a nord pochi giorni prima e tutta la volontà di Guglielmo per vincere la giornata. Eppure le cariche di cavalleria non furono mai fermate, anche quando era evidente che la formazione nemica così serrata rimaneva imbattibile.


Le cariche dei cavalieri tedeschi di Federico Barbarossa a Legnano, nel 1176, furono numerose, tutte infruttuose anche quando violente e vicine all'obiettivo di prendere il Carroccio. I fanti resistettero eppure non ci fu, da parte germanica, la volontà di cercare un'altra via. Il prestigio non cedeva il passo di fronte a niente, in un mondo di eserciti basati sulla professionalità di una cerchia elitaria. Lo so che il paragone vi sembrerà eccessivo ma se una squadra di calcio stesse perdendo dieci a zero a pochi minuti dalla fine, come giudicheresti i giocatori sconfitti che si sedessero a bordo campo prima dei tre fischi finali? Ecco, moltiplicate per mille volte la necessità di mantenere inalterato il proprio onore e un po' di chiarezza sul perché si insisteva così tanto forse apparirà.


Il cavaliere corazzato, in battaglia, non si giocava solo la vita ma anche il prestigio. Per l'onore si fanno quelle che, in diverse epoche e con diversa mentalità, chiamiamo sciocchezze. In maniera superficiale.


A Bannockburn i cavalieri inglesi caricarono il primo giorno, finirono a passare la notte in una palude, vennero schiacciati l'indomani. Nessuno si aspettava niente di diverso da loro, se non la vittoria, ma in assenza di essa non è che si cominciò a rivedere tattiche e conduzione di una battaglia. Anni dopo Azincourt, i francesi continuarono a combattere, e vincere, anche grazie alla cavalleria. Non vedevano i disastri con gli occhi con cui li giudichiamo noi.


La carica, dunque, era un attestato di coraggio e iniziativa, spesso imprescindibile. Un cavaliere viveva, si potrebbe dire, per quegli istanti tra l'inizio della corsa e l'impatto della sua lancia, in sella al destriero che aveva un nome e per il quale piangeva se ucciso come per un amico fidatissimo. Ecco perché Ademar guida i suoi in quella folle impresa che è caricare frontalmente un nemico schierato: recuperare il prestigio e il favore del proprio conte. Questo genere di cariche non erano inusuali, spesso nuclei sceltissimi di cavalieri si offrivano per aprire gli scontri. Li conosciamo, nelle nostre cronache, come feditori. Si gettavano contro il nemico, per aprire un varco ai compagni delle ondate successive. Le probabilità di successo erano poche ma valevano il sacrificio, per un comandante coscienzioso, e aprivano le strade della gloria ai prodi che vi prendevano parte.


Tornando a parlare in termini generici, la seconda motivazione, non meno importante di quella dell'onore da guadagnare o conservare, era più terra terra. Distruggere, scompaginare, annientare, il nemico. Annullare la coesione, spingerlo alla fuga, inseguirlo senza pietà. Non sempre tutto questo riusciva, e quasi mai una sola carica era sufficiente, però era questo lo scopo per il quale si continuò a lavorare su equipaggiamenti e addestramento per secoli. Se il primo impatto risultava infruttuoso occorreva riformare i ranghi e riprovare. C'erano degli obiettivi dichiarati in queste cariche? Spesso i signori si cercavano tra di loro ("dritti alle bandiere" grida Ademar, ricordate). perché annientare il centro nevralgico dell'armata avversaria era un obiettivo primario. In altre situazioni si cercava di annientare prima una formazione nemica piuttosto che un'altra. I piani francesi per Azincourt, giunti fino a noi, mostrano il chiaro intento di colpire gli arcieri di re Enrico V per primi. A Civitate, nel 1053, le forze normanne si divisero, da quel che si evince dalla cronache, i contingenti nemici da attaccare: così se Drengot e Riccardo di Aversa ebbero il facile compito di sbaragliare gli impreparati longobardi alle ali dello schieramento (colto di sorpresa) del papa, Umfredo d'Altavilla si schiantò contro la cavalleria di Svevia che resistette all'urto e impedì il tracollo generale. Ne approfittarono i fanti suebi, sempre germanici, per mettere in crisi le forze normanne nonostante gli sforzi di Roberto il Guiscardo per trarre d'impiccio i contingenti attaccati dai terrificanti suebi. Il ritorno dei cavalieri all'inseguimento dei longobardi salvò il giorno e consegnò la vittoria ai normanni.


I temibili fanti mercenari al soldo di papa Leone IX ci introducono al discorso sulla fanteria.


Nel frattempo che i più ardimentosi cavalieri se le suonavano, le fanterie potevano, se presenti sul campo, essere giunte o meno in contatto con il nemico. Iniziamo analizzando la situazione dello scontro tra due nuclei (detti battaglie, ma non userò il termine per evitare confusione) di fanteria. Diversamente dai tempi di Maratona, o delle cariche dei Germani contro le legioni romane, sono molto rari gli assalti generali. Ci fu un progressivo estinguersi dell'ardore militare in generale, che per converso andava a filtrare tutto nella cerchia della cavalleria. La fanteria addestrata combatteva con intelligenza, come gli Almogaveri per esempio, o quella romana orientale, o gli arcieri con arco lungo inglese, quella meno preparata era più attenta, ma nessuna formazione si lanciava più in un assalto selvaggio e generalizzato. Non si tratteneva per ferrea disciplina, in realtà quella era volta soprattutto a evitare lo sfaldarsi dei ranghi per fuggire, ma per una disaffezione dai concetti nobilitati della morte in guerra, del combattimento come affermazione del sé, per un cambiamento radicale della società. Anche i professionisti non si immolavano più come guerrieri nudi celtici della Gallia.


Dobbiamo immaginare i contatti tra le fanterie come blocchi dai quali si protendono in maniera difforme zone di assoluta violenza con altre aree relativamente non coinvolte. In alcuni punti lo scontro era terrificante, cadevano feriti e moribondi, ci si imbrattava di sangue, interiora, cervella. In altri si attendeva. Il coinvolgimento non era totale. Oltre che dalle scarne descrizioni delle cronache questo aspetto si evince dai rapporti di perdite tra vincitori e sconfitti. Non vi siete mai meravigliati della maggior parte dei dati? Migliaia di morti a fronte di centinaia dei vincitori è una caratteristica tipica delle battaglie medievali. Perché la vera strage iniziava quando il fronte sconfitto cedeva e i suoi combattenti si davano alla più disperata delle fughe. Prima, le vittime erano poche. Ergo, i contatti erano limitati e non generalizzati. Ci sono eccezioni, chiaro, ma noi stiamo parlando di elementi comuni e questo ne è uno.


Si creavano, soprattutto negli scontri di lungo durata, delle vere e proprie bolle di (relativa) tranquillità. Punti del campo di battaglia dove i grossi contingenti non venivano spostati dai comandanti, perché non necessario o perché era davvero difficile gestire le grandi masse di combattenti, soprattutto appiedate, una volta iniziate le danze. I fanti evitavano queste aree grigie, non ci si avventuravano perché vincolati dall'elefantiaco inquadramento, sia dalla funzione dei serragenti, sia perché non c'era alcuna vera logica nel lasciare la sicurezza data dallo stare gomito a gomito con i propri compagni.


Ho già parlato della fanteria in guerra, in questo articolo >>>guerra-medievale. Vi accennavo quanto sopra ma adesso vorrei concentrarmi su queste sacche di "vuoto" all'interno di quel sistema complesso che era una battaglia medievale. Era qui che si radunavano i reparti NON sbandati per riformare i ranghi. Nel caso dei cavalieri, essi ricompattavano i conrois dissolti dall'impatto con i nemici e cercavano, se potevano, di sostituire l'equipaggiamento perduto. Scudi infranti, lance spezzate o infisse nel corpo di uomini e cavalli avversari, venivano sostituite. Altrimenti non si può spiegare il perpetrarsi di cariche su cariche di alcuni dei maggiori scontri medievali. Giovani scudieri, attendenti, servitori, armigeri della casata, qualcuno doveva per forza di cose attendere alle vicissitudini dei combattenti a cavallo, portare loro acqua e equipaggiamento. Quando leggiamo, anche nella vita di Guglielmo il Maresciallo, che il giovane guerriero si forgia servendo il suo signore in battaglia non dobbiamo pensare solo all'azione diretta di combattimento ma anche a tutto un sistema di assistenza che le cronache non ci raccontano se non tra le righe. Occorre immaginare queste azioni di recupero, ristoro, ricompattamento e via, nuova carica. Chi aveva cavalli di riserva, menzionati per esempio in documenti di risarcimento o nelle indenture inglesi per calcolare il prezzo dell'ingaggio del combattente, li teneva a portata e se per caso finiva disarcionato ma riusciva a riguadagnare le proprie fila (ricordate, la fanteria spesso non usciva dai ranghi, se non convinta della vittoria) poteva contare su una sostituzione.


A tal proposito: vi è sembrato inverosimile l'episodio dei tre cavalli perduti da Ademar? Intanto diciamo che le protezioni per i cavalli sono molto più tarde rispetto agli usberghi più che funzionali per proteggere i cavalieri nel 1090. Parliamo, comunque, di un episodio più vicino alla narrativa epica, funzionale alla storia e emozionante ma ci sono comunque episodi reali di simili cortesie tra nemici. Perfino Saladino inviò cavalcature a Riccardo Cuor di leone quando questi perse il destriero in combattimento, ammirando lo smisurato coraggio del re cristiano, al quale tutto si può dire tranne che fosse un codardo.


Un ultimo accenno a un aspetto che si ripete nella cronaca di numerose battaglie: l'assalto ai simboli dell'esercito nemico. Il Carroccio della Lega a Legnano (1176), il Padiglione di re Guido di Lusignano a Hattin (1187). Ma non solo. A Kalavrya (1078) il futuro imperatore Alexio I Comneno recuperò fortuitamente i paramenti da generale del suo avversario, Niceforo Briennio, catturati i quali fece credere a tutti che il condottiero nemico fosse morto, risollevando le sorti di uno scontro che si stava mettendo davvero male per lui.


"Dritti alle bandiere" non era solo un grido di battaglia per Ademar e i suoi, ma un'utilissima indicazione per qualsiasi comandante. Si poteva terminare una battaglia in men che non si dica, distruggendo il gruppo comando (qualunque forma esso avesse) e senza dover fare a pezzi l'esercito nemico un uomo alla volta, cosa che non avveniva mai, come ormai sappiamo, senza una fuga generalizzata. Ho finito, possiamo ritenere l'argomento concluso? Assolutamente no! Ho solo sfiorato l'argomento armi da lancio, fortificazioni campali, fanterie specializzate. C'è così tanto da narrare che ne avremo per un bel po', sicuro. Inoltre, sto lavorando a un saggio partendo proprio da queste che sono soltanto suggestioni, anche se frutto di attenta ricerca.


Tornerò a parlarne presto.


Nel frattempo, immergetevi nelle atmosfere del Cavaliere del Leone. Per Ademar e San Girs!!!






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