• Giovanni Melappioni

Guerra medievale

Aggiornato il: apr 10

Ah, per me, dico, datemi la guerra! È meglio cento volte della pace, come il giorno è migliore della notte; la guerra è cosa viva, movimento, è vispa, ha voce, è piena di sorprese. La pace è apoplessia, è letargia: spenta, sorda, insensibile, assonnata, e fa mettere al mondo più bastardi che non uccida uomini la guerra. (Dal Coriolano, di William Shakespeare. Atto IV, scena V)

L'opera del Bardo è ambientata nella Roma dell'antichità, ma il concetto espresso si adatta come un guanto al pensiero di un cavaliere medievale. E infatti scriveva così, un guerriero e poeta nel XII secolo

Baroni, date a pegno castelli, borgate e città, piuttosto che cessar di guerreggiare l'un l'altro (Bertran de Born, Elogio della guerra)


Nel mondo feudale il conflitto è una costante quotidiana. Per qualcuno è l'unica ragione di vita, per altri un flagello, una piaga -purtroppo- inevitabile, come la malattia e la carestia. Per alcuni fonte di immenso guadagno, per molti, moltissimi, la fine di tutto; morte e distruzione.

Vorrei iniziare una serie di approfondimenti sul tema, e per introdurre l'argomento di oggi eccovi un video adatto per creare la giusta atmosfera.


ATTENZIONE: immagini violente (l'avvertenza devo scriverla per forza, non reclamate poi se non è stato sufficientemente splatter!)



Che massacro! A livello di emozione cinematografica nulla da eccepire; se era il senso di violenza estrema, selvaggia, quanto si voleva rendere al pubblico, l'effetto è perfettamente riuscito. Teste rotte, arti tranciati, sangue a fiumi, cavalli imbizzarriti, grida belluine e sguardi ferali. Lo spettacolo di una cruenta battaglia medievale, drammatica e realistica... Aspettate un attimo. Realistica? Mica tanto. Tralasciando l'aspetto storico della battaglia di Stirling -dove addirittura a essere decisivo fu un ponte, altro che pianura!- atteniamoci ai dettagli più tecnici e generali. Nemici in tiepida attesa del colpo che li ucciderà, un ettaro di spazio libero per le evoluzioni con lo spadone (E se ve lo siete mai chiesti vi confermo che il vero William Wallace non aveva una Claidheamh di due metri come arma!), e poi non c'erano uniformi. Certo, non siamo ai livelli delle sgargianti divise settecentesche di Barry Lindon, un minimo di senso di medioevo i costumisti hanno dovuto renderlo -sbagliando comunque tutto l'equipaggiamento, proprio tutto! Dagli elmi degli arcieri alle braghe dei cavalieri- ma è chiarissimo chi siano gli scozzesi e chi gli inglesi.


Era davvero così? Non proprio.


Gli eserciti medievali non erano composti da uomini in uniforme. Gli equipaggiamenti di formazioni culturalmente uguali (per esempio gli armati di due contee confinanti) erano simili al punto che sarebbe stato difficile stabilire, a colpo d'occhio, un amico da un nemico se lo si fosse tolto dal contesto fatto di stendardi, guidoni, simboli personali, motti e grida di battaglia.


Esempio di fanteria medievale, XIII secolo d.c. Autore G. A. Embelton.

Una volta vestiti di tutto punto potevano esserci le suocere dei cavalieri a far gruppo e nessuno si sarebbe accorto (e in effetti si ricordano diversi scontri decisi da donne travestite da soldati, ne parlerò sicuramente) 

Nessuna attestazione documentaria, scritta, miniata o affrescata che sia, ha mai smentito l'affermazione di cui sopra. Stemmi, colori, blasoni, croci, segni, fasce omerali, sì, questo sì ma qualunque altro senso di uniformità militare che il cinema ha voluto trasmettere non ha alcun fondamento storico ma solo una, giustificatissima, utilità pratica: rendere il pubblico in sala in grado di riconoscere a ogni frame gli schieramenti, comprendere a favore di chi sta volgendo lo scontro e essere quindi partecipe della scena. Perché ci si aspetta da certe scene un massacro pressoché interminabile fatto di agilità e spietata abilità schermistica. Solo che per queste cose occorre spazio, coreografia, organizzazione ma soprattutto la consapevolezza che nessuno vuole veramente ammazzarti. Al contrario in una vera battaglia si tendeva a rimanere quanto più a lungo possibile spalla a spalla con i propri compagni, in formazione serrata. A cavallo o a piedi sono le formazioni chiuse le regine delle battaglie. 


Particolare degli affreschi del castello di Sabbionara d'Avio (Trento). Semplicemente splendidi!

Si cercava protezione psicologica e fisica allo stesso tempo. Gettarsi in mezzo alla formazione nemica roteando selvaggiamente la propria arma era il modo migliore per finire in una fossa comune. Capitava, che qualche invasato/folle/disperato lo facesse. E qualcuno lo raccontava pure alla fine ma erano eccezioni a conferma di una regola ben più diffusa e comune sintetizzata con l'ordine fra i più comuni: "Restate uniti!"

L'abilità non poteva poi molto contro la stanchezza che sopraggiungeva presto. Le armi pesavano, e tranciare arti e infilzare corpi e armature è molto più faticoso di quanto Mel Gibson possa farci credere. Ma lui è Mel, possiamo solo immaginare quello che accade quando apre le conserve a casa: il finale del Mucchio Selvaggio in confronto è un cartone dei Teen Titans. Inoltre gli imprevisti fuori dal proprio schieramento erano troppi. Si poteva scivolare, rimanere isolati, beccarsi un dardo vagante. Capitavano stando in schiera, queste cose, figuratevi a starsene da soli a fare sfoggio di sé. Sulle frecce vaganti re Harold ne avrebbe di cose da dire, se potesse tornare a raccontarcele.


La morte di Harold durante la battaglia di Hastings, 1066. Particolare dalla Tappezzeria di Bayeux.

Inoltre era comune l'assalto di più di un avversario, da più lati e senza esitazioni di sorta, contro il singolo: sgozzare un cavaliere ben corazzato veniva meglio se si faceva lavoro di squadra. Pensate a quel che accadde, per esempio, ad Agincourt nel 1415 dove anche uomini quasi disarmati quali gli arcieri di re Enrico V poterono compiere una strage di uomini d'arme francesi corazzati, muovendosi in gruppetti determinati. A tal proposito ho trovato molto ben orchestrati i combattimenti de Il primo re (anche se del resto del film ho una diversa opionione).


Stabilito che non c'è alcuna saggezza nel comportarsi da Berserkr, come si combatteva uno scontro campale?


"Nonostante quello che l'immaginario comune può portarci a credere, nel medioevo i grandi scontri campali erano avvenimenti molto rari."

(Quasi tutti, introducendo la guerra nel medioevo)


Bene, adesso faccio parte anche io del club esclusivo di studiosi dell'epoca medievale che utilizzano questa frase come una verità assoluta. Faccio mea culpa e cerco di riscattarmi. Vediamo se riesco a recuperare la faciloneria aggiungendo qualche dettaglio.



Dunque: sì, in effetti gli scontri furono rari se paragonati a... Ecco: a cosa? All'epoca romana? Non è che i legionari affrontassero una battaglia campale al giorno. E se spostiamo l'attenzione più avanti nei secoli gli scontri memorabili sono comunque intervallati da manovre, assedi, momenti di stasi. Fino al sopravvento dei teorici del "tutto e subito", ossia a partire da Federico il Grande, l'idea di andare proprio a cercare il grosso delle forze nemiche non era il consiglio principale nella "guida dello stratega militare dell'ultima ora", perché una simile strategia richiedeva una forza economica enorme, un apparato burocratico efficiente e un esercito professionale. Tutte le guerre della storia dell'uomo sono caratterizzate dal loro elevato costo. La guerra ha un prezzo, e solo vincendo se ne è in parte ripagati. Se questo è comunque valido per ogni epoca, nel medioevo l'assenza di un sistema statale efficiente rendeva ogni campagna militare una questione fragilissima, rischiosissima. Per questo la tendenza era quella di cercare di trarre sin da subito quanto più profitto possibile e al contempo arrecare danno al nemico limitando le spese.


Saccheggiare il territorio, catturare una città per depredarla o una fortificazione e installarvi una guarnigione minima in grado però di controllare il territorio -la famosa teoria della riduzione del personale a seguito di accentramento del lavoro, insomma- era il principale motore strategico di ogni iniziativa bellica. Di conseguenza una buona strategia difensiva era quella di trincerarsi da qualche parte e attendere che le forze nemiche si sfaldassero da sole. Capita spesso, nei saggi sull'argomento, di veder liquidata la faccenda con la frettolosa spiegazione che si evitavano gli scontri campali perché troppo rischiosi (e lo scrivono in tanti. Anche pezzi veramente grossi della saggistica di settore). Certo che lo erano ma a mio avviso bisogna valutare anche altri aspetti. Le battaglie campali erano rischiose anche per Napoleone, non pensate. La differenza è che se siete dei piccoli feudatari che ogni giorno dall'avvio della spedizione militare rischiano di svegliarsi e trovare l'accampamento vuoto perché i "sodali", stabilito che non si cava un ragno da un buco, se ne sono andati è chiaro che non avrete molto tempo da perdere per cercare la manovra perfetta come il Bonaparte a Austerlitz. Dovete massimizzare il tutto. Il metodo migliore erano azioni veloci e remunerative: invece di assaltare la torre di messere Gaudulfo, e tirare per i capelli lui e quei pulciosi dei suoi sgherri, era meglio occuparsi subito del suo allevamento di cavalli giù a valle.



Se vuole, esce e prova a fermare gli aggressori, altrimenti tanti saluti; il danno arrecato sarà sufficiente a dichiarare questa una vittoria e i sodali non se ne andranno alla chetichella, ma al contrario innalzeranno i boccali alla riuscita del tutto. Anzi, c'è una buona possibilità che qualcuno canti perfino le eroiche gesta, trasformando quei contadini quasi disarmati nell'esercito dei Filistei al gran completo e la scaramuccia per disperderli nella battaglia alle porte di Gerico.

I cronisti, pur mostrandoci un quadro fosco di guerra pressoché continua, tendono a concentrare i maggiori dettagli sulle battaglie decisive: quelle dei re e degli imperatori, creando magari la falsa percezione che quanto ho affermato sopra fosse valido solo per i lord minori. Invece anche le loro guerre erano precedute da sistematiche azioni di distruzione e saccheggio, volte non tanto a scatenare lo scontro decisivo ma a alimentare la guerra stessa e a guadagnare prestigio risparmiando le proprie forze -finché possibile e compatibile con gli scopi per i quali si è dato inizio al conflitto-. Un esempio su tutti la Guerra dei Cent'anni: le tre battaglie iconiche (Crecy, Poitiers e Agincourt) sono scaturite dall'intercettazione francese dei contingenti inglesi intenti a devastare il territorio o a compiere gesti dimostrativi.


Questo mi collega con l'altro argomento che mi premeva affrontare. Come si giungeva alla fatidica pugna? Lo scontro campale era il frutto delle manovre dei rispettivi schieramenti. Uno dei contendenti cercava di contenere, l'altro di proseguire l'offensiva. Per contenere si utilizzavano le fortezze e i castelli, e si manovravano le forze nel tentativo di bloccare i passaggi più stretti o per costringere i nemici a addentrarsi in terreni difficoltosi. Alessio I Comneno, difendendosi da Boemondo di Taranto nel 1107-08, non attaccò mai battaglia ma si inventò una specie di assedio mobile, con le sue truppe in continuo spostamento lungo i limiti dell'accampamento normanno ai piedi di Dyrrhachium; sopraggiunta anche la peste la resa per Boemondo fu inevitabile. Proprio come racconto nella mia trilogia medievale 👉Il Giglio e il Grifone. Le campagne militari erano quindi caratterizzate dal movimento per scopi tattici, più che strategici (quelli sarebbero venuti in seguito: devastare un territorio portava vantaggi sul lungo termine oltre che nell'immediato), e normalmente le battaglie campali avvenivano quando, bloccate altre vie, non restava che quell'unica soluzione. E questo era valido sia per chi aveva preso l'iniziativa, che per chi si difendeva nel proprio territorio. Poteva anche capitare che le azioni di apertura fossero intraprese da piccole unità di esploratori.   



Incontri casuali che generavano piccole scaramucce. Poteva accadere che l'intero asse dell'azione si spostasse verso un luogo non contemplato inizialmente nei piani di battaglia, proprio a seguito di questi piccoli scontri casuali. Accadde così per la battaglia del Lago Peipus, nel 1242, avvenuta a seguito dello scontro marginale vinto dai Teutonici nei pressi di Dorpat (odierna Tartu): convinti di poter ottenere un successo maggiore finirono nella trappola "ghiacciata" preparata da Nevskij

Ancora più spesso erano le necessità strategiche -liberare una città stretta d'assedio, forzare il passaggio verso un luogo sicuro nel quale attestare le truppe- a decretare il luogo di uno scontro. Pensate alla battaglia di Stirling Bridge, visto che l'altra volta parlavamo di William Wallace, causata dalla necessità inglese di portare soccorso alla fedele Dundee, unica a resistere alle lusinghe di una sollevazione di popolo guidata da Wallace e Moray; o a quella di Arsuf nel 1191 quando Riccardo Cuordileone, spostandosi in assetto di guerra da Acri verso Giaffa fu costretto a fermare l'esercito e fare schiera contro le truppe del Saladino che tentava di sbarrargli la strada. Attese che le forze nemiche perdessero di efficacia e caricò con la ferocia che lo aveva sempre contraddistinto, ottenendo l'unica vittoria cristiana, in campo aperto, contro il geniale sultano d'Egitto e di Siria.


Troverete la stessa scrupolosa attenzione storica unita a un'avvincente trama nel romanzo storico IL CAVALIERE DEL LEONE. Una lettura che vi entusiasmerà!





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