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Fanteria medievale, l'errore della generalizzazione

fanteria medievale

Quando si parla di fanteria nel Medioevo, il rischio non è ignorare una realtà inesistente, ma attribuire unità e coerenza a qualcosa che non nasce come categoria stabile. Non esiste una “fanteria medievale” intesa come corpo omogeneo, riconoscibile e dotato di una funzione militare costante nel tempo. Esistono, piuttosto, uomini armati a piedi il cui impiego, valore e ruolo dipendono dal contesto politico e istituzionale in cui vengono chiamati a combattere.


Nel corso del Medioevo, ciò che oggi definiamo fanteria non è determinato in primo luogo dal modo di combattere, ma dal rapporto tra questi uomini e il potere che li mobilita: dalla capacità di obbligarli al servizio, di registrarne la presenza, di sostituirli con un pagamento o di trattenerli oltre una durata consueta. È questo rapporto – più che l’armamento o la tattica – a stabilire chi “conta” davvero come fanteria e chi resta una presenza episodica, visibile nelle cronache ma marginale nella costruzione della guerra.

Per comprendere il ruolo reale dei fanti, dunque, non basta parlare in termini generali: occorre restringere lo sguardo, analizzare realtà politiche specifiche e osservare come, caso per caso, il potere riesca a trasformare uomini a piedi in una risorsa militare utilizzabile. Il problema, per un divulgatore, è che frammentando gli argomenti si rischia di frammentare anche il potenziale pubblico. Per un romanziere, invece, che può lavorare a compartimenti, effettuare ricerche mirate è il pane quotidiano. Sono necessarie per la storia che vuole narrare, che ha un contesto sociale, temporale e, nel mio caso, storico, molto preciso.

fanteria medievale

Recentemente ho avuto modo di approfondire alcuni documenti molto interessanti relativi alla Francia settentrionale al tempo di Filippo Augusto. Una vera manna anche per l'argomento fanteria medievale.


In quel contesto, la fanteria non è mai “gente a piedi” in senso generico. È, prima di tutto, servizio. Servizio dovuto, servizio sostituibile, servizio misurabile. È questo che la distingue da tutte le immagini vaghe di masse improvvisate che affollano la divulgazione. I fanti che interessano davvero al potere regio sono quelli che possono essere ricondotti a categorie riconoscibili: uomini armati legati a un obbligo, oppure a una comunità, oppure a una forma di pagamento. Tutto ciò che sfugge a questa possibilità di inquadramento resta ai margini, visibile nelle cronache ma poco utile a comprendere come funziona una guerra “di Stato”.

Questo diventa particolarmente evidente quando si guarda alle milizie comunali. Per molto tempo sono state caricate di significati che non reggono alla prova delle fonti: prima celebrate come incarnazione di un popolo in armi, poi liquidate come fanteria inaffidabile, buona solo a fuggire al primo urto. La realtà è meno spettacolare e, proprio per questo, più interessante. Nella pratica bellica regia, le milizie urbane non sono pensate per manovrare, né per decidere una battaglia. In un mondo fortemente basato sulla cavalleria, sono tatticamente pensate per supportare.

La fanteria medievale alla battaglia di Bouvines

A Bouvines, nel 1214, i contingenti provenienti da città come Corbie, Amiens, Beauvais, Compiègne o Arras vengono portati avanti per formare uno schermo attorno al sovrano. Non sono una riserva elastica, ma una barriera fisica, un corpo che assorbe, rallenta, espone se stesso all’urto per proteggere ciò che conta davvero. Quando la cavalleria avversaria colpisce, questi uomini soffrono. Si disperdono in parte, arretrano, perdono coesione. Ma non si dissolvono nel panico, non danno vita a una rotta generale. Le fonti parlano di dispersione, non di fuga disordinata. È una distinzione sottile, ma decisiva, perché restituisce il loro ruolo reale: non protagonisti della vittoria, ma condizione necessaria perché la vittoria sia possibile. La fanteria urbana, in questo quadro, non è né eroica né inutile. È funzionale.

fanteria medievale

Ancora più istruttivo è osservare come la fanteria operi quando non è isolata, ma combinata con un piccolo nucleo montato. Gli episodi che vedono poche decine di cavalieri agire insieme a migliaia di fanti contro avversari anch’essi appiedati mostrano una dinamica che smentisce l’idea di un antagonismo strutturale tra cavalleria e fanteria. Non è una questione di “fanti contro cavalieri”. È una questione di complementarità. La cavalleria guida, decide il punto e il momento dell’urto; la fanteria stringe, chiude gli spazi, impedisce la fuga, consuma il nemico. In questo senso, la fanteria non sostituisce la cavalleria, ma ne amplifica l’efficacia. Senza di essa, l’azione resta incompleta; con essa, diventa definitiva.

Il nodo vero, però, non è tattico. È istituzionale. Quello che cambia profondamente tra l’XI e il primo XIII secolo non è il modo in cui i fanti combattono, ma il modo in cui il potere li pensa e li gestisce. La possibilità, attestata all’inizio del Duecento, di sostituire il servizio armato con un pagamento non nasce dal nulla. Si innesta su una tradizione molto più antica, che risale all’età carolingia, quando la partecipazione all’ost è concepita come dovere pubblico e non esclusivamente feudale. Chi non risponde alla chiamata paga un’ammenda: il principio è semplice e già chiarissimo.

Tra XI e XII secolo questo obbligo sopravvive in forme frammentarie, locali, spesso ambigue. Con Filippo Augusto avviene il salto di qualità: lo Stato regio fissa equivalenze, mette per iscritto quanto vale un uomo, per quanto tempo, e quanto denaro può sostituirlo. In quel momento la fanteria smette di essere una presenza episodica e diventa una voce di bilancio. Giorni, mesi, costi. È qui che la guerra cambia natura. Non perché diventi improvvisamente più “moderna”, ma perché diventa più lunga, più gestibile, meno legata all’improvvisazione stagionale.

Da questo passaggio discende anche la possibilità di pagare uomini a piedi oltre i limiti del servizio tradizionale, di trattenerli, di usarli dove l’obbligo feudale non arriva. Non siamo ancora davanti a una fanteria di linea nel senso tardo-medievale o moderno, ma il terreno è preparato. La fanteria diventa lo strumento che permette la durata, la pressione continua, la logistica. È ciò che rende possibile una guerra che non si esaurisce in uno scontro isolato.

Ed è qui che il discorso torna, senza forzature, alla guerra di Guibert. Quella combattuta tra i colli delle Marche, tra Sibillini e Adriatico, non è una guerra da grande campo aperto. È una guerra di passi, di gole, di strade controllate o negate, di comunità armate che tengono un crinale più di quanto cerchino lo sfondamento. In questo contesto, la fanteria non può essere “fanteria medievale generica”. Deve essere fatta di uomini legati a una terra, a una comunità, a un obbligo fragile; uomini il cui valore è discontinuo, ma la cui utilità è concreta.

Servono per bloccare, per fare da schermo ai pochi cavalieri disponibili, per presidiare un guado, per reggere abbastanza a lungo da permettere una decisione altrove. Esattamente come nella Francia di Filippo Augusto, il problema non è stabilire se questi fanti siano buoni o cattivi combattenti. La domanda decisiva è un’altra: riesci a inquadrarli, farli restare, farli durare?

È in quella risposta che la guerra, anche nei romanzi di Guibert, cambia volto. L'avventura della cavalleria, ma anche della fanteria medievale, ti aspetta nei suoi romanzi

giovanni melappioni romanzi

Fonti

  • Contributions à l'étude des finances de Philippe Auguste, Michel Nortier sem-link John W. Baldwin

  • The Deeds of Philip Augustus: An English Translation of Rigord's "Gesta Philippi Augusti" a cura di Sean L. Field

  • Guerre ed eserciti nel Medioevo, Paolo Grillo, Aldo A. Settia


1 commento


Yung
Yung
5 giorni fa

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