I miti della guerra medievale
- Giovanni Melappioni

- 6 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Lo studio della guerra medievale ha sofferto a lungo di un approccio squilibrato: ci si è concentrati sui suoi aspetti sociali, politici ed economici, trascurando metodi e pratiche della guerra stessa. La natura della società feudale è stata analizzata in profondità, ma la sua traduzione pratica sul campo di battaglia è rimasta in buona parte ignorata o fraintesa. Nonostante lavori recenti e importanti abbiano iniziato a correggere questo quadro, molte interpretazioni errate si sono dimostrate sorprendentemente dure a morire, alimentando l’idea — infondata ma radicata — che l’arte militare toccò il suo punto più basso nel Medioevo.

Questa visione emerge anche da opere di grande successo come Il volto della battaglia di John Keegan (1993), dove si parla del “lungo interregno tra la scomparsa degli eserciti disciplinati di Roma e la comparsa delle forze statali nel XVI secolo”. In The Wars of the Roses (1993), Robin Neillands arriva a descrivere la guerra cavalleresca come priva di vera abilità, una sorta di brutale scontro corpo a corpo. Pur avendo recepito qualche intuizione più moderna, questi autori non restituiscono la complessità reale della guerra medievale.
In gran parte, le distorsioni odierne derivano dal prestigio enorme degli storici ottocenteschi e primo-novecenteschi — Henri Delpech, Hans Delbrück e soprattutto Sir Charles Oman. Le opere di Oman, continuamente ristampate, hanno avuto un’influenza capillare. Una parte del suo lavoro è ancora utile, ma le sue conclusioni sulla guerra “feudale” erano viziate. È paradossale che Oman e Ferdinand Lot riconoscessero entrambi l’importanza cruciale delle fortificazioni, salvo poi concentrare i propri sforzi più sul fascino narrativo dei cavalieri e delle battaglie.
Da queste letture parziali sono nati i principali miti della guerra medievale:– che tutte le battaglie fossero decisive;– che si combattesse quasi solo con eserciti di cavalieri che si scontravano in modo casuale;– che la mischia fosse una confusione di duelli individuali alla ricerca della gloria;– che la cavalleria fosse indisciplinata, priva di tattica e mal condotta;– che la logistica non esistesse e la devastazione fosse solo vandalismo privo di strategia;– che fanteria e arcieri fossero irrilevanti fino al XIV secolo;– che la “vera” guerra d’assedio iniziasse solo con la prima età moderna.
Queste idee sono durate perché lo studio del Medioevo militare è stato dominato da storici generalisti, militari o appassionati che si sono fidati troppo delle fonti senza un’analisi critica, applicando categorie moderne al passato. L’abbondanza di documenti amministrativi del tardo Medioevo ha poi creato una sproporzione negli studi: l’XI–XIII secolo è rimasto in ombra, benché le cronache di quel periodo offrano ancora oggi un potenziale enorme.
John Beeler sostenne che l’unica classe alfabetizzata fosse il clero, e che quest’ultimo avesse scarsa comprensione delle questioni militari. L’affermazione non regge. Guglielmo di Poitiers, Villehardouin e Joinville furono combattenti che scrissero resoconti militari dettagliatissimi. Molti ecclesiastici avevano inoltre conoscenze militari dirette: basti pensare a Sugerio e alla sua vivida descrizione delle campagne di Luigi VI, o al ruolo attribuito all’arcivescovo Turpino nella Chanson de Roland. Senza contare che, nei contesti aristocratici, molti chierici provenivano da famiglie di bellatores.

Il fatto che le fonti parlino poco di fanti e arcieri non significa che non fossero presenti o rilevanti: semplicemente, gli autori — appartenenti ai ceti alti — ignoravano ciò che non rientrava nel loro orizzonte sociale.
Due opere avrebbero dovuto, già negli anni ’50, demolire definitivamente le vecchie idee: Crusading Warfare 1097–1193 di R.C. Smail (1956) e The Art of Warfare in Western Europe di J.F. Verbruggen (1954/1977). Entrambi dimostrarono che i comandanti medievali cercavano di evitare la battaglia campale, consapevoli del rischio mortale che comportava. Le campagne erano piene di manovre, devastazioni, ricognizioni, assedi: la battaglia era solo uno strumento tra molti.
Verbruggen, andando oltre Smail, mostrò che la cavalleria pesante non era affatto un’accozzaglia indisciplinata: i milites erano professionisti, addestrati in unità tattiche (i conrois) e capaci di manovre complesse, spesso perfezionate nei tornei. L’idea che le battaglie fossero duelli individuali nasce da una lettura superficiale delle fonti, che nominano i comandanti ma sottintendono sempre il “cum suis”, cioè le loro formazioni complete.
La carica di cavalleria richiedeva disciplina ferrea: mantenere la coesione dei ranghi era essenziale per produrre l’urto irresistibile descritto perfino da Anna Comnena. La vittoria crociata a Muret (1213) è l’esempio perfetto di una riserva tattica sapientemente impiegata. Anche la famosa finta fuga di Hastings (1066) rivela padronanza tattica, non improvvisazione.
Quanto alla “cavalleria cavalleresca”, bisogna distinguere tra codice d’onore e pratica bellica. I cavalieri cercavano il riscatto, non il massacro: a Brémule (1119) furono uccisi solo tre cavalieri ma 140 fatti prigionieri, perché vivi valevano di più.

L’opera di Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo (1984), ricompone magistralmente tutti questi filoni: la guerra è il prodotto di un intero ambiente economico, tecnico e culturale. Nel XII–XIII secolo, con l’economia sempre più monetizzata, si sviluppano forme di reclutamento più professionali. Le ricerche raccolte in Anglo-Norman Warfare (1992) mostrano come molti aspetti “innovativi” del XIV secolo — fanteria disciplinata, arcieri efficaci, cavalleria appiedata, leadership competente — fossero già presenti in età anglonormanna.
J.O. Prestwich dimostra che il vincolo feudale (spesso sinonimo di barbarico in certe ricostruzioni) è stato sopravvalutato come sistema organizzativo: il denaro era da sempre il vero “nervo della guerra”. Il Trattato di Dover del 1101, con cui Enrico I assolda 1.000 cavalieri fiamminghi, è un chiaro modello precoce di contratto militare. La familia regis normanna era una forza professionale permanente, struttura antenata degli eserciti del primo Rinascimento.
John Gillingham illumina la logica della devastazione (vastatio): non anarchia distruttiva, ma strategia economica basata su Vegezio: privare il nemico di provviste, costringerlo alla carestia, provocarlo quando utile e, soprattutto, negargli i mezzi per continuare la guerra.
La velocità operativa non era un’invenzione tardomedievale: fonti come la biografia di Guglielmo il Maresciallo mostrano marce notturne, imboscate e rapide inversioni di fronte già nel XII secolo.
La fanteria, contrariamente al mito, fu decisiva molto prima del XIV secolo. Esempi come Gisors (1188), Bourgthéroulde (1124) o la battaglia dello Stendardo (1138) mostrano combinazioni raffinate di arcieri, lancieri, cavalieri appiedati e riserve montate.
Nessuna strategia medievale è comprensibile senza considerare i castelli. La conquista di un territorio passava dall’occupazione o dalla distruzione delle sue fortificazioni. Da ciò deriva la centralità dell’assedio, studiato da Bradbury in The Medieval Siege (1992). Gli assedi erano lunghi, complessi, politicamente decisivi: molti scontri campali, da Tinchebrai a Formigny, nacquero come battaglie di soccorso.

Infine, la questione dell’arco lungo. Bradbury mostra che non fu un’improvvisa “rivoluzione inglese”: arcieri efficaci compaiono ben prima delle guerre gallesi di Edoardo I, e furono determinanti già nell’XI–XII secolo. La vera novità del XIV secolo non fu la tattica, ma la massa di arcieri impiegati.
Considerare l'approssimazione come norma del Medioevo è un errore metodologico. La guerra medievale non fu un interregno caotico tra Roma e la modernità: fu competente, coerente, e parte di una lunga evoluzione militare. Platone, nella Repubblica, scriveva che è «di massima importanza che l’attività di guerra sia gestita in modo efficiente». Il Medioevo, per molti secoli, ci riuscì — e spesso meglio di quanto ammetta certa storiografia ottocentesca.
Ed è in questo quadro che va letta anche la guerra di Guibert. Una guerra fatta contro i Vicari dell’Imperatore, certo, ma dove i vessilli comunali e le loro prime, fragili libertà non cancellano l’impronta feudale: la trasformano. Quella che combatte Guibert non è una rissa di bruti, né una corsa di arieti che si scontrano per l’onore del gregge. È una guerra di menti affilate e mani sporche, dove contano gli assedi più degli scontri campali, gli inganni più della diplomazia, le imboscate più delle cariche “alla cavalleria romantica” inventata dai manuali ottocenteschi.
Lui la pratica come la praticavano i veri capitani del suo tempo: sfruttando il terreno, i vuoti di potere, le paure, le menzogne, le alleanze instabili; sapendo quando colpire e quando sparire nel bosco; quando tenere il ponte e quando incendiarlo. La guerra feudale è questo: calcolo, mobilità, sapienza del rischio, uso del castello come arma, e la consapevolezza che una battaglia evitata vale spesso più di una battaglia vinta.
Guibert non si muove in un Medioevo di cartapesta. Il suo è un mondo realistico, duro, intelligente e pericoloso. E, proprio per questo, anche sorprendentemente moderno. La sua avventura ti aspetta.
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