Un regalo onesto

Aggiornamento: 23 dic 2021



…nothing to kill or die for and no religion too. Imagine all the people living life in peace...


Veniva suonata a ripetizione: alle radio, nei centri commerciali, in televisione come sottofondo a spot che cercavano di ricevere largo consenso sfruttando buoni sentimenti, e adesso anche attraverso gli altoparlanti installati lungo Corso Umberto I. Chi aveva avuto la geniale idea di renderla una canzone natalizia?


...You may say I'm a dreamer but I'm not the only one

I hope some day you'll join us and the world will live as one...


Trattata come uno sciocco jingle da abbinare al consumismo più becero! Vincenzo scosse il capo. Adorava i Beatles e la buona musica della sua gioventù, che appariva così spensierata. Cosa avrebbe detto Lennon sapendo che questo inno alla pace era stato trasformato in una trappola sonora per acquisti? Suo padre sarebbe rimasto ancora più indignato di lui. Era un vero e proprio cultore della musica pop che veniva dall’Inghilterra negli anni ’60. I suoi dischi avevano meravigliato più di un ospite, mostrandosi in bell’ordine nei ripiani a loro dedicati in salotto. Casa dei suoi. Il ricordo lo colpì come vento freddo fra le pieghe del giaccone. Chissà cosa avrebbe detto suo padre, se fosse stato ancora al suo fianco e avesse saputo quel che meditava. Scacciò con forza quel pensiero, non poteva permettersi sentimentalismi. Non se intendeva andare fino in fondo.

Le note di Imagine scivolarono via, il pianoforte lasciò il palco ai rumori delle auto nel traffico congestionato. Un'altra canzone stava iniziando e Vincenzo, esasperato e per nulla curioso di scoprire cos’altro fosse stato dissacrato dal music-business, deviò verso i vicoli paralleli al corso. In quel dedalo di strette viuzze, dove case abbandonate si alternavano a edifici di recente restauro e dai colori vivaci, era facile passeggiare curvi su se stessi ignorando, ricambiati, il resto del mondo. E le fastidiose melodie erano solo echi appena percepibili. Ogni tanto gli capitava di incrociare un crocicchio di ragazzini in sella ai loro motorini, parcheggiati alla rinfusa a ridosso dei marciapiedi malridotti, che scimmiottavano i gesti dei grandi visti alla televisione e se ne allontanava, irritato dall'esuberante giovinezza. Quello che però gli dava più fastidio erano i passanti che entravano e uscivano dai negozi, presi dalla gioiosa smania natalizia della ricerca degli ultimi doni; gli ricordavano il Natale ormai prossimo con il loro correre per completare le liste dei regali per parenti e amici. Per lui, senza alcuna gioia nel cuore, la festività incombeva come una maledizione e ne sentiva l’approssimarsi come una morsa stretta attorno al cuore. Quell’anno avrebbe deluso l’unica persona che gli era rimasta al mondo, l’unico essere umano che non l’aveva abbandonato e che lui, nell’odio rabbioso in cui era sprofondato nel naufragare della sua vita, non aveva allontanato da sé. La mano destra si strinse intorno al pesante oggetto che aveva in tasca. No! Si disse, non avrebbe deluso suo figlio. A qualsiasi costo sarebbe riuscito a fare ciò che aveva progettato, spuntando con caparbietà gli strali acuminati della sua coscienza. Doveva farlo. Accelerò il passo, furioso per quell’esitazione espressione di un animo un tempo gentile.


Osservava da alcuni minuti la vetrina della tabaccheria, fingendo, senza riuscire naturale, di voler scegliere uno dei variopinti accendini. In realtà i suoi occhi studiavano l’interno, valutando lo spazio nel quale avrebbe agito e domandandosi se quell’anziano signore con il maglione di lana rosso e bianco avrebbe accettato quanto aveva intenzione di fare senza creargli dei problemi che non sarebbe stato in grado di gestire. Quel ridicolo indumento, con tutta probabilità fatto in casa da una moglie premurosa ma priva di fantasia, era così dannatamente natalizio che nel gioco di riflessi delle luminarie sul vetro, dei piccoli abeti addobbati penzolanti dalle mensole, in mezzo ai campanelli e alle ghirlande, il commerciante sembrava essere anche lui parte delle decorazioni. Vincenzo scosse il capo, sbuffando. Il vecchietto non avrebbe opposto resistenza, si disse mentre la domanda, pressante, Cosa stai facendo? continuava a pungerlo dietro la nuca. L’ultimo cliente uscì, lo sfiorò appena, ma l’uomo si sentì in dovere di scusarsi comunque: «Chiedo perdono» gli disse accennando una risatina. «Tanti auguri di buon Natale.» Vincenzo non rispose, si sentì infastidito dalla felicità esasperata di quel tipo che non aveva mai visto in vita sua. Cercò la forza per compiere il suo gesto nel fastidio provocato dallo sconosciuto. Controllò intorno a lui: non passavano auto, alcuni pedoni, distanti, si incamminavano in direzione opposta. Il negozio era vuoto. Era il momento! Cosa stai facendo?

Strinse i denti: qualunque cosa stesse facendo, domandarselo non gli impedì di entrare con irruenza nella tabaccheria. Il vecchio parve capire subito, perché si immobilizzò senza salutare né chiedere cosa desiderasse, si limitò a rivolgergli uno sguardo concentrato ma senza alcuna severità, o paura. Vincenzo combatté contro il tessuto della tasca per estrarre la pistola arrugginita. L’aveva trovata dopo notti intere passate a girovagare, domandando a mezza bocca informazioni per l’acquisto, immerso in quel micro-mondo che viveva dietro la stazione, nell’ombra perenne di quel luogo fra il parcheggio e la via dei vetrai dove tutto era in rovina. Fino a pochi giorni prima non avrebbe saputo neanche dove cominciare per procurarsi un’arma, ma la disperazione gli aveva dato intuizione e risorse inaspettate. Si era sentito quasi orgoglioso in quell’attimo in cui aveva posato la mano sul freddo strumento di morte. Si diceva che nessuna della persone che conosceva sarebbe riuscita a fare altrettanto. La paura dei loschi figuri che aveva contattato non era riuscita a bloccarlo. Forse non era quel fallito che da mesi si sentiva di essere, si disse uscendo dalla casa diroccata nella quale era avvenuto lo scambio; per pochi spiccioli, buoni per una dose scarsa di eroina, era divenuto il padrone del destino di altri uomini tramite quell’oggetto di morte.

Il vecchio però non sussultò alla vista del ferro; sembrava rattristato e per niente spaventato. Scuoteva il capo come un nonno di fronte all’insistenza di un nipote che non vedeva la saggezza dei consigli ricevuti.

«Dammi l’incasso, presto!» non aveva usato un accento diverso come invece si era ripromesso. Si morse il labbro: faceva schifo come ladro.

«Non posso.»

«Che significa? Che significa che non puoi. Forza, dai! Per favore!» Per favore? Per favore?! Mentre lui malediceva la sua goffaggine, il titolare del tabacchi abbozzò un sorriso a metà, amaro e denso di quella che parve essere compassione.

«Non posso. Ho promesso alla mia famiglia che l’avrei portata fuori a cena, stasera. Non posso.» sorrise in maniera più decisa.

«Che ridi? Cosa c’è da ridere? Dammi l’incasso!» Quel vecchio era impazzito. La famiglia! Era proprio per quel motivo che stava compiendo la rapina. Era per la sua famiglia che era diventato un ladro. Gli si piantò davanti, agitando la rivoltella senza mai puntargliela davvero addosso. La mano dell’uomo si avvicinò allora alla sua, quella armata.

«Lasciala, non occorre. Io non posso darti l’incasso e tu non sei…» lo sparo fece sussultare entrambi. L’arma volò di mano a Vincenzo come se fosse divenuta un tizzone ardente, cadde a terra e si infilò sotto lo scaffale dei giornali. L’anziano con il maglione rosso spalancò la bocca mentre la sua voce si affievoliva in un sibilo incomprensibile. Con gli occhi sgranati cadde prima sulle ginocchia e poi scivolò lungo disteso davanti al bancone nocciola. Vincenzo si costrinse a respirare; dall’attimo dello sparo aveva trattenuto il fiato senza che un solo pensiero coerente avesse preso il sopravvento fra le centinaia che gli sfiorarono la mente in quell’istante. Si girò verso la strada convinto che l’intera città fosse all’esterno a contemplare la sua discesa negli inferi. Invece nessuno si era ancora avvicinato. Guardando di nuovo il vecchio sentì il cuore fermarsi per un istante lungo quanto la sua intera esistenza fino a quel momento. Chiuse e aprì gli occhi. Distolse lo sguardo e tornò a posarlo sul moribondo. Non c’era più l’anziano tabaccaio steso ai suoi piedi. Sconvolto si prese la testa fra le mani. Com’era possibile? Cosa stava succedendo? Suo padre: il vecchio a terra che boccheggiava aveva il volto di suo padre. Nell’osservarlo meglio notò che non aveva più gli stessi vestiti dello sconosciuto tabaccaio. Lo stupido maglione rosso era scomparso e al suo posto, a tingersi di sangue, c'era una logora tuta blu sporca di grasso e polvere di ferro. La riconobbe subito: era il modello intero, con i pantaloni cuciti insieme alla casacca e i bottoni grandi sul davanti della divisa della Cecchetti, la storica officina dei treni ora scomparsa dove il suo genitore aveva lavorato per tutta la vita.

«Papà?» domandò inginocchiandosi vicino all’uomo. «Papà… come è possibile, papà?»

«Perché Vincenzo?» gli domandò con un filo di voce. Era la sua voce, quella che ricordava ormai a stento, tanti anni erano passati da quando il padre l’aveva lasciato.

«Come… com’è possibile?»

«Perché figliolo mio? Sei caduto così in basso da sparare a un vecchio per pochi spiccioli.» Quella voce era la stessa che gli raccomandava di non fare tardi. Di non scegliere cattive compagnie. Di studiare, di pensare al futuro.

«Papà… io… non ho più un lavoro, da mesi. Marco mi ha chiesto...» le parole gli morivano in gola, quella logica che l’aveva spinto a tentare la prima rapina della sua vita crollava nel momento in cui provava a spiegarla ad alta voce. Non c’era giustificazione per quanto aveva fatto. «Marco ha visto una macchinina in televisione, sono settimane che me la chiede per Natale. Papà, non ho neanche i soldi per un accendino, come facevo? Come potevo deluderlo per l’ennesima volta? Ho lavorato sempre, per ore e ore, mancando in tutte le sue occasioni speciali. Ora ci sono, e l’unica cosa che mi ha chiesto è fuori dalla mia portata. Lo perderò! Me l’ha già portato via lei, insieme alla mia vita...» Calde lacrime gli solcarono le guance.

«Ti ricordi» la voce era un sottile fiato appena percepibile, a terra la chiazza di sangue si era allargata sotto il bancone. «Ti ricordi quel trenino di ferro che ti regalai, tanti anni fa? Quell’anno alla fabbrica non ricevemmo i regali per i nostri figli, come era tradizione della Cecchetti. C’erano già problemi con il lavoro, era iniziato il lento declino.»

«Era meraviglioso, quel trenino, papà.» Vincenzo non vedeva più nulla, le lacrime gli offuscavano la vista. Strinse in un abbraccio il padre che con uno sforzo proseguì.

«No Vincenzino. Gli assi erano storti. Mancava una ruota ed era saldato tutto storto che quando camminava pendeva sempre a destra, ricordi?”

«Sì, papà. Ma era bellissimo, l’ho adorato. Era il tuo regalo papà, era perfetto.»

«Non era perfetto, figlio mio, era onesto. Chiedevo mezzora al giorno al capoturno. Per due settimane ho saldato i pezzi che mi portavano i miei colleghi: scarti, tondini, piccoli ricambi nuovi che nessuno si sentiva di negarmi. Lo finii giusto in tempo per portarlo a casa, la Vigilia.»

«Era meraviglioso quel treno, papà. Non morire ti prego, non lasciarmi così, di nuovo. Non volevo, non volevo!»

Il suono di un clacson lo fece sobbalzare. Qualcuno aveva parcheggiato l’auto così male da chiudere la strada. Un ragazzo uscì di corsa dalla tabaccheria fiondandosi dentro il veicolo che stava bloccando il traffico. Il giovane, con alcuni cenni della mano, domandò scusa all’arrabbiatissimo automobilista che strombazzava. Vincenzo osservò la scena stentando a collocarla nella realtà che aveva creduto di vivere. Tornò a guardare la tabaccheria: non c’era nessuno steso sul pavimento. Non c’era sangue. L’anziano titolare con il maglione rosso stava sistemando i pacchetti di sigarette dividendoli per marca, e sul bancone aveva disposto le scatole ora vuote degli imballaggi.

Vincenzo aprì la porta e rispose al sorriso dell’anziano stirando un po' le labbra. Nella tasca la pistola pesava così tanto che sembrava volergli trascinare giù il cappotto. Posò entrambe le mani sul bancone, quasi a volerle mostrare per quello che erano: vuote.

«Buonasera» lo salutò il titolare.

«Buonasera.» rispose, dopo un attimo di esitazione.

«Posso esserle d'aiuto?»

«Potrei prendere le scatole vuote?» gli domandò Vincenzo, indicandole.

«Certo, io dovrei fare lo sforzo di gettarle» ridacchiò con bonarietà.

«Voglio costruire una macchinina da corsa per mio figlio» si trovò a giustificarsi Vincenzo senza saperne il perché. Forse quel ferro che gli deformava la tasca del giaccone liso.

«Allora avrà bisogno di molto scotch» gli disse il tabaccaio avvicinando al bordo del bancone la basetta con il nastro adesivo. «Ne prenda quanto vuole.» Poi si voltò, sembrò riflettere su qualcosa mentre osservava le file di oggetti disposti sugli scaffali. Con un’esclamazione di sollievo prese il contenitore degli evidenziatori finito dietro una pila di agende e lo mostrò a Vincenzo: «Dovrebbero andare bene per fare le decorazioni del caso. Nel retro ho anche dei nastri, potremmo incollarli lungo le fiancate.» Sorrise gentile e ammiccò.

«G-grazie.»

«Non mi ringrazi, è il minimo che posso fare; vede, secondo me non esiste regalo più bello di un regalo onesto.»

Nell’iridescente brillio delle lacrime trattenute a fatica fra le palpebre, Vincenzo vide il ridicolo maglione rosso divenire, per un istante così fugace da essere quasi irreale, una tuta blu da officina.

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