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L’ideazione della crociata: un monolito storiografico da demolire?

Una delle immagini più evocative e potenti dell'epopea crociata è quella del grande discorso di Papa Urbano II a Clermont nel 1095, seguito dalla marcia armata verso Gerusalemme, dall’assedio epico e dalla conquista della Città Santa nel 1099. È un’immagine potente, quasi mitologica, che ha strutturato per secoli la narrazione delle crociate come una missione sacra nata all’improvviso, chiara nei suoi obiettivi, uniforme nella sua ideologia, compatta nella sua struttura istituzionale.

 

Cavalieri crociati

Ma cosa succederebbe se questa immagine fosse, in gran parte, un’illusione? Se la crociata verso Gerusalemme fosse solo una parte — e neppure l’inizio — di un processo molto più vasto, complesso e disordinato? Insomma, e se stessimo guardando tutto da una prospettiva sbagliata?

 

L’illusione della crociata fondativa

La storiografia tradizionale ha costruito un paradigma fortemente gerosolimitano: tutto ruoterebbe attorno alla crociata del 1095–1099, la “Prima Crociata”, come se questa fosse stata la madre di tutte le guerre sante. Gli storici hanno per troppo tempo accettato senza riserve la narrativa costruita dai cronisti medievali (Fulcherio di Chartres, Guiberto di Nogent, Gesta Francorum, ecc.), i quali hanno concentrato la loro attenzione su quella singola spedizione, oscurando ogni altra esperienza o interpretazione contemporanea.

 

Il risultato? Un’illusione ottica. Una lente deformante che ha ingigantito un evento fino a farlo sembrare l’origine e il modello assoluto di tutto ciò che chiamiamo “crociata”.

 

Cavaliere crociato

Monismo vs pluralismo: il cuore del problema

Sembra esistere un “monismo crociato”. Questo unicità consiste nella tendenza degli storici (e spesso anche dei teologi medievali) a considerare la crociata verso Gerusalemme come l’archetipo da cui derivano tutte le altre. Un modello dotato di caratteristiche precise e codificate: autorizzazione papale, indulgenza plenaria, voto crociato, croce cucita sugli abiti, protezione giuridica. Queste caratteristiche — nate solo progressivamente — sono state proiettate a ritroso sulla crociata del 1095, facendo apparire quell’impresa come perfettamente compiuta fin dal suo esordio.

 

Al contrario, sembra evidente che le crociate, fin dalle origini, sono state fenomeni diversi, policentrici, mutevoli. Non si può usare la crociata a Gerusalemme come unità di misura universale per giudicare ogni altra guerra sacra. E soprattutto — ed è qui il punto più audace — non è nemmeno corretto dire che fu Papa Urbano II a inventare la crociata.

 

Papa Urbano II non inventa nulla: segue una corrente

Eccoci al paradosso: proprio colui che per secoli è stato celebrato come il “fondatore” delle crociate, Papa Urbano II, non considerava affatto se stesso come l’autore di qualcosa di nuovo. Anzi, nei suoi scritti e lettere, è evidente che il pontefice vedeva la spedizione verso Gerusalemme come un tassello all’interno di un processo già in atto, e di portata molto più ampia. Nel Mediterraneo dell’XI secolo, infatti, c’era già una dinamica bellica e ideologica in pieno fermento, con campagne militari cristiane attive in Spagna (Reconquista), in Sicilia (conquista normanna) e nel sud d’Italia. La pressione contro l’Islam — o, per dirla meglio, il recupero di territori che un tempo erano cristiani — era iniziata ben prima del 1095.

 

Urbano II non fa che intercettare questo movimento, leggerlo con gli strumenti della sua visione escatologica, e offrirgli una narrazione comune. Ma non ne è l’inventore.

 

cavalieri crociati

Uno sguardo mediterraneo, non gerosolimitano

Ciò che emerge dagli scritti di Urbano II, è una visione molto più ampia e “mediterranea” della guerra santa. Quando parla della “marcia verso Gerusalemme”, Urbano la inserisce in una scia di eventi che vanno dalla penisola iberica alla Sicilia, dalla Puglia a Gerusalemme. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, ma del proseguimento logico di una trasformazione del Mediterraneo. Questa trasformazione ha una causa precisa: il ritiro strategico del califfato fatimide dal Mediterraneo occidentale, che apre un vuoto di potere. Le potenze cristiane, approfittando di questo vuoto, avanzano su più fronti. Non è quindi solo una questione teologica, ma anche geopolitica.

 

Urbano, da abile politico, sa leggere i “segni dei tempi” — e li interpreta come indizio della volontà divina: Dio sta “spostando il potere”, e i cristiani devono assecondare questo processo. Non perché lo dicono i dogmi, ma perché lo mostrano i fatti.

 

Le crociate prima della crociata

Se ne parla poco ma è innegabile, storicamente accertato, che già prima del 1095 esistessero guerre che presentavano tratti da “crociata”, anche se non ancora sistematizzati. Guerre con motivazioni religiose, contro nemici musulmani, spesso accompagnate da retoriche di purificazione, penitenza, protezione della fede.

 

Pensiamo ad esempio alla Reconquista spagnola, o alla guerra dei Normanni in Sicilia o alle spedizioni nelle isole o lungo le coste del Nordafrica contro le basi delle spedizioni di saccheggio saracene. Urbano II non fa altro che unificare e benedire ciò che già esisteva. L’ideologia della crociata non nasce a Clermont: viene formalizzata lì, ma era già stata messa in pratica altrove.

 

Una storia raccontata da chi è venuto dopo

Perché allora abbiamo così tanto insistito sul 1095? Perché a raccontare la storia sono stati i cronisti del XII secolo, cioè coloro che hanno vissuto il dopo. Costoro — Fulcherio, Guiberto, Raimondo d’Aguilers — scrivono con la consapevolezza del trionfo (Gerusalemme presa) e con il bisogno di dare senso teologico e morale a quell’evento. È a posteriori che si inventa la crociata come oggetto ideologico coerente. Prima, era molto più confusa, pragmatica, incerta.

 

La storiografia moderna ha preso per buono quel racconto “costruito” e lo ha canonizzato. Un errore di prospettiva, a mio avviso. Non una rivoluzione, ma un piccolo cambio di paradigma. Invece di cercare una definizione fissa e universale della crociata, potremmo accettare la sua pluralità e mutevolezza. Per guardare alle crociate con gli occhi dei contemporanei, senza pretendere coerenza dove non c’era, e senza proiettare a ritroso strutture nate dopo.

 

In particolare, dobbiamo rivalutare la visione di Urbano II non come creatore di un’istituzione, ma come interprete di un processo storico. Un processo in cui la religione, la politica, la strategia e la geografia si intrecciano. Il rischio è sempre quello di girare “tutto intorno a un unico vortice”, e non accorgersi delle correnti che scorrono sotto la superficie.


Giovanni Melappioni romanzi

 
 
 

1 commento


Stig Tom
Stig Tom
25 gen

Melaboni's analysis not only enriched the historical narrative, but also stimulated my interest in historical research. endfield calculator

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