• Giovanni Melappioni

Un duello medievale.



Giunsero alla tenuta poco dopo l’alba. I servi avevano già aperto il pesante cancello, unico accesso attraverso la solida palizzata che circondava il complesso di casupole. All’inizio sembrò che nessuno avesse fatto caso al gruppetto a cavallo che discendeva la collina boscosa verso l’abitato, ma poi una voce si alzò, a richiamare l’attenzione di tutti, e l’intera popolazione del villaggio corse per scoprire chi fosse giunto a far visita.

Michel guidava il gruppo, affiancato da Evrard il biondo e padre Oderius, prevosto della famiglia baronale. Dietro di loro seguivano i servi e i sergenti di Evrard, in mezzo ai quali cavalcava placido Reinar, vestito da capo a piedi della sua armatura completa.

«Chi siete?» chiese uno degli uomini che bloccavano l’accesso al cortile interno.

«Michel de l’Azur , figlio di Ballian, e il suo seguito» disse Evrard indicando il giovane al suo fianco.

«Siate i benvenuti, miei signori» li salutò lo stesso uomo, lasciando loro il passo imitato dal resto dei suoi compaesani.

Entrarono a cavallo, gli zoccoli degli animali risuonarono sulle pietre del piccolo lastricato interno, ricordo ormai quasi del tutto scomparso della pavimentazione della villa di epoca romana sopra la quale era sorto l’attuale villaggio. Michel si guardò intorno, cercando con lo sguardo il signore di quel manso.

«Avete un bel coraggio, mio signore, a mostrarvi con l’uomo che tanto mi ha offeso. Devo dedurre che abbiate scelto a chi credere?» Damial, quasi irriconoscibile rispetto alla massa di contadini, si fece avanti e si piantò di fronte al cavallo di Michel.

«Salute a voi, Damial» intervenne Evrard, con una smorfia di disappunto.

«Ho dimenticato le buone maniere» rispose beffardo. «Al pari dell’infante del mio sire, che non usa annunciare le sue visite.»

«Siamo qui per redimere e non per il piacere della vostra compagnia.» Evrard tirò le redini del cavallo e si spostò verso Michel, che ancora non accennava a parlare.

«Quell’uomo mi ha offeso, e ha sfregiato una donna posta sotto la mia protezione.»

«Quella donna era sì posta sotto di te, ma su un giaciglio di paglia e con le gambe belle larghe» specificò Reinar, facendo ridere i cavalieri intorno a lui.

«Mi offende con la sua sola presenza, figurarsi a lasciarlo parlare liberamente, come sta facendo ora.» Damial parlava fissando Michel e non aveva volutamente ancora rivolto un solo sguardo a Reinar.

Michel si sentiva a disagio per quanto sapeva in procinto di accadere. Si voltò verso padre Oderius, ma l’anziano prete aveva lo sguardo assente e dava l’idea di non aver ascoltato una sola parola.

«Giungere accompagnato come da pari insieme a un mio nemico. Come dovrei prendere tutto questo? Non si inizia un processo con il giudice a braccetto del reo.» Il riferimento a Reinar fu immediato, e al termine di quelle parole Damial si girò verso di lui, fissando lo spettacolo del cavaliere in completa armatura.

«Damial, mio padre si dichiara incapace di redimere la vostra questione. Padre Oderius e io testimonieremo di fronte agli uomini quanto Dio decreterà oggi, dal giudizio delle spade.» disse Michel.

«Allora con il vostro permesso, vado a prepararmi» Damial si allontanò verso la sua dimora.

Reinar gli si fece vicino.

«Giovane Michel, pianta a terra la mia spada. Vorrei che fossi tu a testimoniare la mia volontà di battermi per ottenere giustizia.»

Michel esitò a impugnare l’arma che gli veniva porta. Reinar la spinse verso di lui, incitandolo ad afferrarla.

«Non vi sarà mai pace fra me e Damial» gli disse, quando l’ebbe finalmente presa.

«È uno scontro al primo sangue» lo ammonì Michel, intuendo.

«No. È uno scontro fra due nemici, Michel. Non essere sciocco, e comprendi come funzionano certe cose. Non dovrai fermarci, una volta iniziato.»

«Ma io devo fermarvi se non saprete controllarvi.»

«Michel» il tono di Reinar si fece aspro, come se la pazienza iniziasse a venir meno. «Un giorno comanderai guerrieri come me, come Damial, come Evrard. Non devi ascoltare i piagnucolii delle donne, i lamenti dei poppanti, i preti che insistono perché a essi, ai deboli, si volgano le nostre attenzioni. Il mondo non va come vogliono loro.» Indicò Oderius: «Il mondo inizia e finisce fra l’elsa e il taglio della tua spada. Il mondo appartiene a te, nella misura in cui sosterrai il suo peso sul piatto dell’acciaio.»

Michel aveva il volto corrucciato, confuso per quelle parole che, come tutte le altre che Reinar aveva speso per lui, erano ragionevoli ma durissime da accettare. Il pensiero di sua sorella, che aveva in qualche modo cercato di spronarlo ad agire con forza, insultandolo, lo rendeva titubante nell’accettare quanto Reinar riteneva inevitabile.

«Reinar, non uccidere Damial» gli disse, serio.

«Non chiedere ciò che non potrai ottenere. E questo vale per sempre, ricorda bene le mie parole. Quando sarai tu il sire, ricorda di non chiedere ciò che non ti potrà essere dato in alcun modo.»

Michel si arrese, soffiò con il naso fissando la punta in pelle dei calzari di Reinar.

«Va' ora, mio signore.»

Il ragazzo si voltò e, disceso da cavallo, piantò la spada di Reinar a terra, nel punto in cui i cavaliere avrebbe atteso il suo avversario.

Damial uscì dalla casa grande vestito in armatura completa. Aveva il cappuccio di anellini di ferro disteso floscio fra le scapole e l’elmo in mano. Dietro di lui un giovane reggeva lo scudo a goccia e il cinturone da cavaliere, con la spada nel fodero a esso legato. Il guerriero baciò la moglie, che si strinse per un attimo a lui e gli sussurrò qualcosa. Damial parve sconcertato ma poi sorrise, come pieno di una gioia incontenibile. Michel comprese ciò che la sorella aveva confidato al marito. Provò una stretta allo stomaco. Sperava nella vittoria di Reinar, ma allo stesso tempo si rendeva conto che Damial non meritava di doversi sottoporre a quella prova. Era stato fedele, era stato valoroso, non aveva reticenze a lavorare la propria terra, al contrario di quasi tutti i vassalli di suo padre, che non si sporcavano mai in mezzo ai loro servi. Sua sorella stava bene.

«Accetti la mia sfida?» gridò Reinar, piantandosi davanti alla spada che Michel aveva infisso nel terreno. Damial lasciò la moglie, discese il dislivello che separava la magione dal resto delle casette e si fermò a pochi metri da Reinar. Michel si concentrò sulla scena, osservando i due contendenti che si studiavano, uno di fronte all’altro.

«Accetto. Spada e scudo» disse.

«Spada e scudo» confermò Reinar, estraendo la sua dal terreno.

Oderius parve riprendere vita. Si alzò sulle staffe e allargò le braccia.

«Possa il Signore che tutto ha fatto e tutto muove, guidare il braccio e la mano dell’uomo senza peccato.»

Benedisse i contendenti, ricordando loro che si trattava di uno scontro che sarebbe dovuto terminare alla prima ferita inflitta, o alla resa di uno dei due. Iddio avrebbe dato forza all’uomo nel giusto. Tutti si strinsero in cerchio attorno ai duellanti, in cupo silenzio.

«Zotico bandito, ti pentirai di tutto il male che mi hai arrecato.»

«I tuoi insulti, Damial, sono inutili quanto la tua armatura, quest’oggi.»

Nessuno dei due si mosse verso l’altro, iniziarono piuttosto a camminare di lato, compiendo un cerchio con i propri passi e mantenendo sempre la stessa distanza fra loro. Mulinavano le spade nell’aria, le posavano sugli scudi sbattendo sui ferrei umboni, di nuovo le puntavano a mezza altezza davanti a loro. Reinar fece un passo in avanti. Damial alzò lo scudo e ritrasse il braccio con la spada, caricando il colpo. Si scambiarono due fendenti a vuoto, poi Reinar, scartando alla sua sinistra, impattò con lo scudo contro la punta della spada di Damial, scansandone il filo. Calò due colpi dall’alto contro il bordo superiore dello scudo dell'avversario, e spaccò a metà il quarto superiore della protezione. Forte di quel primo vantaggio, si spinse avanti con tutto il corpo, per aggiungere peso alla forza dei colpi: almeno una mezza dozzina di fendenti tempestarono Damial, che fu costretto a indietreggiare. Il terreno secco aiutava i movimenti dei due, ma la polvere che si stava alzando asciugava la gola e faceva bruciare gli occhi. Reinar tossì, fallendo l’ultimo dei suoi micidiali colpi. Damial ne approfittò per dare un affondo che non penetrò per un soffio la corazza di anelli, ma costrinse l'altro a spostarsi indietro. Avvantaggiato dal buon colpo messo a segno, Damial non attese oltre, caricò rovesciando addosso a Reinar tutta la frustrazione e la paura che aveva provato mentre si era ritrovato a mal partito. Gridava come un ossesso ogni volta che la sua spada calava dall’alto, dal lato e da sotto. Il tutore di Michel parò la maggior parte dei colpi, ma alcuni passarono la sua guardia e uno, fortissimo, gli danneggiò l’elmo facendolo quasi cadere a terra.

«Si dichiari» gridò l’uomo che li aveva accolti all’ingresso. Damial avrebbe dovuto cedere terreno e richiedere la resa del suo acerrimo nemico, ma senza che avesse il tempo di mostrare quale fosse la sua volontà a riguardo, Reinar lo colpì di piatto alla gamba destra facendolo indietreggiare di alcuni passi per il dolore, guadagnando così il tempo di riprendersi.

Tornarono in posizione di guardia contemporaneamente e, gridando all’unisono, si scagliarono di nuovo l’uno contro l’altro. Le lame schioccavano come fulmini emettendo scintille, il cozzare degli scudi produceva suoni così forti che i bambini si tapparono le orecchie con le mani. Si colpirono, urlarono ancora, sicuramente erano feriti, ma Michel non fermò la mischia. Nessuno chiese più di terminare lo scontro. Era chiaro per tutti che non si sarebbero fermati finché uno dei due non avesse sopraffatto l’altro. L’odio che intercorreva fra loro era troppo viscerale perché lo si potesse contenere in un combattimento legale, sottoposto a un’autorità superiore. Davvero solo Dio poteva, a quel punto, far terminare l’antica diatriba.

Reinar ritrovò un certo vantaggio, iniziò a colpire a destra e a sinistra con lo stesso ritmo con cui ai primi scambi aveva messo alle strette Damial. Dove avesse trovato quell’energia, Michel non sapeva spiegarlo. Il ragazzo rimase ipnotizzato dalla sequela di colpi che mulinavano nello spazio fra i due contendenti e dallo stridere dell’acciaio ogni volta che le lame si incrociavano. Damial parava, schivava, senza fretta di attaccare. Sapeva che Reinar, più vecchio di lui, si sarebbe presto stancato, scoprendo a quel punto la guardia. Allora avrebbe terminato quella faccenda, una volta per tutte. Reinar resistette meglio che poteva ma poi, con un verso irritato, scivolò con il piede sinistro, e dovette puntellarsi con lo scudo per non rovinare a terra. La punta della spada toccò il terreno e il braccio che la sorreggeva era angolato così male che tutto il fianco destro rimase pericolosamente scoperto.

Damial non trattenne un ghigno, sentendosi vincitore. Fulmineo alzò la spada, la mano sinistra si avvinghiò al pomo d’acciaio, sotto la destra, per far cadere sull’avversario un fendente tale da tagliarlo in due . Michel pensò che stesse per assistere alla morte dell’unica persona che avesse mostrato affetto per lui, e chiuse gli occhi. Ma Reinar, senza alcuno sforzo, fece leva con la gamba destra che non era scivolata, ma volutamente caricata per l’affondo che seguì quella finta. La lama finì precisa nel collo dell’avversario, penetrando per quasi metà della lunghezza. Un fiume di sangue proruppe dalla ferita e dalla bocca; Damial ebbe un fremito che sconvolse tutto il corpo, poi gli occhi si rigirarono all’indietro e cadde su un fianco, con le braccia inerti lungo il corpo. Reinar si tirò con uno scatto, mostrando la finezza della sua finta che l’aveva fatto apparire in netto svantaggio quando invece aveva calcolato ogni mossa. In piedi si voltò verso Evrard che annuì. Oderius si affrettò a benedire il corpo senza vita di Damial, e poi, rivolto a tutti, fece notare che la volontà del Signore aveva decretato che l’ordalia terminasse in questo modo. I peccati di Damial erano troppo grandi, e il suo spergiurare Reinar troppo indegno, perché egli potesse sopravvivere alla prova.

Reinar alzò la spada rivolgendo a Michel un profondo inchino. Il ragazzo annuì, turbato, ma non venne meno ai suoi doveri.

«Dichiaro decaduto il rapporto di amicizia e servizio fra Damial detto il Toro e il sire mio padre. Le terre da lui avute in dote saranno amministrate da padre Oderius fino alla designazione di un nuovo vassallo. In caso contrario esse torneranno all’unico cui spettino di diritto, mio padre Ballian de L’Azur. Così ha deciso mio padre Ballian, signore de L’Azur e così io, suo figlio, dichiaro perché sia noto a tutti!»

Gli uomini e le donne che per breve tempo avevano servito Damial rimasero in silenzio, ammutoliti nel dolore per la morte di quello che era sembrato un signore giusto e onesto nei loro confronti. Evrard ordinò che venisse portato da mangiare mentre Oderius e i sergenti del seguito si spostarono tronfi verso la casa signorile.

«Andiamo Michel» disse Reinar, avvicinatosi mentre parlava, senza che se ne rendesse conto.

«Sì.» Non voleva restare in quel luogo dove si era consumato un atto che gli risultava impossibile attribuire alla volontà del Signore. Damial non meritava di morire, Reinar non meritava di rischiare la vita. E di macchiare la sua immagine ai suoi occhi con l’uccisione del giovane vassallo di suo padre.

«Questo tuo turbamento è fonte di vergogna per la tua famiglia» gli fece notare il cavaliere.

«Non posso fare a meno di sentire ciò che sento.»

«Dovresti controllare questa tua debolezza. Il sangue dei nemici ci rende più forti, migliori. Uccidere un avversario è un atto di coraggio che ti eleva dalla massa di straccioni che vedi qui intorno. Il mondo non appartiene loro, essi ne fanno solo parte senza nulla avere: sei tu il signore.»

«Cercherò di ricordamelo.»

«Devi farlo. Ogni cosa che ti insegno, devi mandarla a memoria e applicarla» il cavaliere parlava piano, aveva il fiato ancora corto per lo sforzo appena compiuto. Il sangue di Damial gli era schizzato addosso e, mischiatosi al sudore, gli donava un colore brunito che lo faceva apparire ancora più minaccioso del solito. CONTINUA>>>>


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