Prima della Battaglia di Legnano. Carcano, 1160
- Giovanni Melappioni

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Quest'anno ricorre l'850° anniversario della battaglia di Legnano. Ottocentocinquant'anni: una cifra tonda, solenne, del tipo che invita alle commemorazioni ufficiali, ai convegni, alle rievocazioni in costume con i gonfaloni al vento. E va bene così — Legnano merita attenzione, e sono felice ogni volta che la storia medievale trova spazio nel dibattito pubblico.

Però c'è qualcosa che mi lascia sempre un po' inquieto, ogni volta che si parla di quella battaglia.
Legnano ha la tendenza ad assorbire tutto. A diventare non soltanto un evento storico, ma un buco nero narrativo che attira a sé ogni vicenda, ogni personaggio, ogni tensione dell'intero conflitto tra Federico I Barbarossa e le città lombarde — come se prima di quel 29 maggio 1176 non vi fosse stato che buio, e dopo null'altro che la pace di Costanza. Come se la guerra feudale in Lombardia si riducesse a un unico giorno glorioso, con il carroccio, i cavalieri tedeschi in rotta, e Alberto da Giussano (che non è mai esistito, ma questa è un'altra storia).
La realtà è molto più ricca, più complessa, e — oserei dire — molto più interessante.
La campagna italiana di Barbarossa durò decenni, fatta di assedi logoranti, di eserciti che si dissolvevano alla fine di ogni stagione militare, di alleanze fragilissime tenute insieme da interessi divergenti, di una logistica che spesso contava più del valore in campo aperto. Una campagna in cui si vince e si perde, si tratta e si riprende a combattere, si rasa al suolo una città e poi la si ricostruisce altrove. Un laboratorio straordinario per chiunque voglia capire come funzionasse davvero la guerra nel XII secolo.
In questo laboratorio c'è una battaglia che merita molto più di quanto le venga solitamente riconosciuto: quella di Carcano, combattuta il 9 agosto 1160 — sedici anni prima di Legnano — nelle colline a est di Como, dove l'esercito milanese mostrò a Federico, e alla sua armata, che non sarebbe stata una passeggiata riportare sotto il controllo imperiale la Lombardia.
Il Barbarossa
Per comprendere come si arrivò allo scontro di Carcano, bisogna capire Federico Barbarossa. Non il personaggio da manuale scolastico — il sovrano germanico mitizzato, che cala in Italia con le aquile imperiali e una macchina militare imponente — ma l'uomo reale, con le sue contraddizioni e le sue reali possibilità

era un uomo pragmatico. Lo dicono chiaramente le fonti, e lo conferma la sua condotta nei primi anni di regno: ovunque, in Germania come altrove, aveva mostrato la capacità di venire a patti, di trovare un modus vivendi con chi si opponeva alle sue pretese. Era perfettamente consapevole dei limiti del suo potere militare, e sapeva che una soluzione politica era preferibile a una guerra senza fine. Ma aveva anche un'idea molto precisa di ciò che gli spettava di diritto. E in Lombardia quell'idea si scontrava con una realtà che Otto di Frisinga — vescovo e consigliere che lo accompagnò in Italia e, in qualità di cronista, suo biografo — descrisse con stupore sincero come "bizzarra e innaturale": una regione in cui erano le città a comandare, in cui i nobili vivevano dentro le mura urbane invece che nei loro castelli, in cui i contadini sedevano nei consigli accanto ai cavalieri. Un mondo capovolto, agli occhi di un tedesco del XII secolo.
Quando Federico scese in Lombardia per la prima volta, nel 1154, molte città gli andarono incontro con sollievo. Pavia, Cremona, Lodi: tutte oppresse o minacciate dall'espansionismo di Milano, tutte ansiose di trovare un arbitro abbastanza potente da tenere a bada il gigante. I mercanti di tutta la pianura guardavano al nuovo imperatore come a chi avrebbe finalmente potuto garantire la pace lungo le vie commerciali del Po. Anche Milano trattò, all'inizio. Ma i rapporti si guastarono presto, e non per colpa di una sola parte.
Il problema era strutturale: Federico voleva esercitare le regalia, i diritti imperiali sulla nomina dei consoli cittadini, sulla riscossione dei pedaggi, sull'amministrazione della giustizia. Le città lombarde avevano gestito queste cose in totale autonomia per decenni, e non intendevano cederle. Ogni accordo raggiunto — e ce ne furono parecchi, tra cui il grande trattato di Roncaglia del 1158 — si sfaldava nel giro di pochi mesi, perché nessuna delle due parti era disposta a rinunciare a ciò che considerava irrinunciabile.
Nel mezzo di questo conflitto strutturale, la guerra militare procedeva per fiammate: improvvise, violente, poi smorzate dalla stagione, dalla penuria di truppe, dalla necessità di trattare. Barbarossa distrusse Tortona nel 1155, assediò Milano nel 1158 senza riuscire a piegarla, rase al suolo Crema dopo un assedio durissimo durato dal luglio 1059 al gennaio 1060. Quest'ultima fu una vittoria enorme — ma al prezzo di consumare completamente l'esercito tedesco. Quando la polvere si posò, Federico si ritrovò dipendente quasi esclusivamente dai suoi alleati italiani: Cremona, Lodi, Novara, Pavia. Alleati con interessi diversi, con rivalità antiche tra loro, difficilissimi da tenere insieme e da convincere a muoversi in sincronia.
Era questa la situazione nell'estate del 1160. E fu in questo contesto di equilibrio precario che i Milanesi decisero di giocare la loro carta.
Un castello fatale
Il castello di Carcano si trovava dieci chilometri a est di Como, sul bordo meridionale di una dorsale che separa i laghi di Como e Lecco dalla pianura padana. Un punto alto, dominante, con pareti quasi a strapiombo sul versante meridionale. Chi controllava Carcano controllava la strada per Brescia e la principale via di comunicazione verso la Germania. Dopo il trattato di Roncaglia, Barbarossa lo aveva tolto alla giurisdizione di Milano e affidato a un suo uomo fidato, il conte Goswin von Heinsberg. Era, nel senso più concreto del termine, "la chiave della terra" — come si diceva allora dei castelli che dominavano i nodi stradali.
I castelli, nella guerra medievale, non sono semplice sfondo. Sono il punto attorno al quale tutto ruota: la conquista, il controllo del territorio, la possibilità di svernare e di rifornirsi, la capacità di resistere tra una stagione militare e l'altra. Chi aveva i castelli aveva il tempo dalla sua parte. Chi non li aveva doveva attaccare, e in fretta, prima che l'estate finisse e i soldati tornassero a casa.
I Milanesi lo sapevano. Nell'estate del 1160, con Federico bloccato a Pavia e a corto di truppe tedesche, lanciarono una grande spedizione verso nord. La forza era considerevole: le milizie delle porte — i quartieri militari della città, ognuno con i propri obblighi di leva — cui si aggiunsero duecento cavalieri bresciani, la cui presenza è citata concordemente da tutte le fonti come un rinforzo decisivo. C'era anche fanteria locale, reclutata tra le popolazioni del contado: gente di Orsenigo e Erba, che conosceva il terreno palmo a palmo e che i consoli di Milano avrebbero poi ricompensato con esenzioni fiscali. L'esercito marciò verso nord, aggirò Como — città imperialista, ostile — prendendo la strada dei colli, occupò Erba e Corneno, raggiunse Paravicino e infine pose l'assedio al castello di Carcano.
Alcuni contingenti cittadini vennero congedati e altri giunsero al loro posto. Durante quell'avvicendamento, arrivò anche la notizia che Federico stava marciando verso nord. Le fonti dicono che cavalcò giorno e notte: partì da Pavia, passò per Lodi, aggirò Milano da est, piegò a nord-ovest verso Cantù e il 6 agosto arrivò a Vighizzolo, a soli 2,5 km da Cantù e 13 dal castello. I nuovi contingenti giunti da Milano, saputo questo, si spaventarono. Nella confusione richiamarono i contingenti delle tre porte che erano stati già congedati dall'assedio per far posto a loro — un tentativo di rafforzare le fila nel momento più critico, quando Barbarossa era già alle porte.
Così l'esercito milanese si ritrovò sotto Carcano con uomini che erano stati rimandati a casa, richiamati di fretta, e con nuovi arrivati convinti di trovarsi di fronte una situazione ormai risolta. La notizia dell'imperatore in marcia scosse profondamente i Lombardi.
Federico aveva a sua volta un problema, e grave. Il campo che aveva scelto — o che la geografia gli aveva imposto — era una trappola. La sua posizione era tra Tassera e Orsenigo, in un'area che gli storici moderni descrivono come una sorta di catino naturale: il nemico teneva le alture su tutti i lati. Erba a est era in mano milanese. Orsenigo a ovest era presidiata da una forte guarnigione avversaria. La strada verso Como portava in territorio ostile. L'unico accesso praticabile era il fondo di una gola strettissima e ripidissima, quella di Tassera, dove il villaggio occupava il punto più basso di un burrone che scende da Carcano verso la pianura. Sire Raul dice che il campo imperiale distava appena un tiro di balestra da Tassera — cinquanta metri, forse meno.
Barbarossa poteva osservare il nemico, ma il nemico poteva osservare ogni sua mossa con altrettanta chiarezza — e da posizioni molto più vantaggiose. Aveva tagliato le comunicazioni milanesi verso Como, questo era vero. Ma i Milanesi erano ancora tra lui e il castello. E lui, ormai, era lui quello assediato.
La notte dell'8 agosto
Le fonti che raccontano la battaglia di Carcano sono diverse per provenienza, per qualità e per orientamento politico, e vanno lette con cautela. La più preziosa per i dettagli tattici è quella di Sire Raul: un laico milanese, attivo negli affari della città già dal 1161, che scrisse la sua cronaca molto vicino agli eventi e con evidente familiarità con i luoghi. Non è imparziale — la sua simpatia per Milano è manifesta — ma conosce i nomi dei villaggi, sa dove passano le strade, capisce la topografia. Quando descrive la battaglia, lo fa con la concretezza di chi ha parlato con i reduci, forse con chi ha combattuto.
Nella notte tra l'8 e il 9 agosto, racconta Sire Raul, i Milanesi costruirono un carroccio. Bisogna fermarsi un momento su questo dettaglio, perché il carroccio non era soltanto un simbolo. Era il fulcro attorno al quale si organizzava la battaglia: un carro pesante, trainato da buoi, sormontato da un albero con le insegne cittadine e una campana che scandiva i movimenti delle truppe. Intorno ad esso si addensava la fanteria, e da esso non si poteva cedere — abbandonare il carroccio era l'equivalente di una resa morale prima ancora che militare. Costruirlo nella notte, in silenzio, nelle posizioni intorno a Carcano, era già un atto di determinazione straordinaria per un esercito che si trovava tagliato fuori dalla propria città, a corto di viveri, in pratica circondato.
Prima dell'alba i militi si confessarono e assistettero alla messa. Anche questo non è un dettaglio trascurabile: nella mentalità medievale il rito che precedeva la battaglia non era una formalità, era parte integrante della preparazione al combattimento. Si combatteva in stato di grazia, con la coscienza pulita, perché la morte era una possibilità concreta e immediata. Poi la fanteria della porta di Como scese verso il campo imperiale attraverso il burrone di Tassera.
Sei uomini avanzarono per primi. Trovarono il campo quasi vuoto: Federico era uscito con la maggior parte delle sue forze, probabilmente risalendo verso le alture occidentali nel tentativo di raggiungere Orsenigo o di aprirsi una via verso Carcano. Aveva lasciato indietro una guarnigione minima — una scelta che le fonti, anche quelle filoimpetiali, non riescono a spiegare in modo convincente. I sei tornarono indietro. Pochi minuti dopo l'intera forza milanese si riversò nell'accampamento.
Quello che seguì non fu una battaglia nel senso classico del termini ma un saccheggio frenetico. I soldati rovistarono nelle tende, presero armi, cavalli, rifornimenti, tutto ciò che potevano caricare. Era un'azione caotica, rumorosa, difficile da controllare — esattamente il tipo di situazione in cui gli eserciti medievali perdevano la testa e la disciplina.

Federico era a Tassera quando vide il fumo e capì. Tornò indietro di gran carriera, piombò sui Milanesi che razziavano il campo, li sconfisse, rovesciò il carroccio in un fossato, uccise i buoi che lo trainavano, catturò le insegne. Era una vittoria netta, rapida e violenta come le forze di cavalleria erano abituate a strappare ai rustici a ranghi dispersi. Era stata, inoltre, il tipo di azione in cui Barbarossa eccelleva: la decisione fulminea, il contrattacco prima che il nemico si riorganizzasse.
Nel frattempo, sulle alture a ovest, stava accadendo qualcosa che l'imperatore non aveva previsto.
La cavalleria milanese e bresciana non era scesa nel campo con la fanteria. Si trovava "dietro il campo dell'imperatore", come scrive Sire Raul — cioè sulle alture, sul fianco della dorsale che Federico stava risalendo con i suoi alleati. Quando questi ultimi cominciarono la lunga salita verso Orsenigo, i cavalieri milanesi li videro avanzare dall'alto, in piena luce, su un terreno che conoscevano. Li lasciarono salire e poi si lanciarono su di loro.
Un attacco in discesa su uomini che arrancano su un pendio ripido, in armatura, con i cavalli affaticati: il risultato era scontato. Gli alleati imperiali — cavalieri di Novara, Vercelli, Como, fanteria di Seprio e Martesana — si disintegrarono sotto l'urto. La cavalleria milanese li inseguì per due miglia, fino oltre il lago di Montorfano, mentre il Marchese di Monferrato trovava rifugio lontanissimo da lì, a Anzate, a sud-ovest.
Barbarossa si ritrovò con una vittoria a Tassera e una disfatta a Orsenigo, il campo saccheggiato, gli alleati in fuga, e pochissimi uomini attorno a lui. I Milanesi tornarono alle loro posizioni, stremati, mentre cominciava a cadere una pioggia battente. Secondo Otto Morena fu una tempesta vera e propria, che interruppe ogni ulteriore azione e diede a tutti il tempo di ritirarsi. Sire Raul è più asciutto: dice semplicemente che i cavalieri milanesi non potevano facilmente scendere contro di lui, perché il terreno era impervio e la pioggia aveva reso ogni cosa fangosa e insidiosa. Federico rientrò nel castello di Carcano. I Milanesi tornarono al loro campo.
La vittoria, nel senso classico — il controllo del campo di battaglia — restava ai Milanesi. L'imperatore aveva perso la giornata ma non era stata una disfatta.
Morte nel fango
Due giorni dopo, l'11 agosto, la guerra tornò a quella scala minuta e spietata che le cronache medievali di solito ignorano o abbelliscono.
Federico aveva ordinato a Cremona e Lodi di inviargli rinforzi: duecento cavalieri cremonesi e ottanta lodigiani, con un convoglio di rifornimenti, avanzarono verso nord lungo la strada che da Cantù portava al castello. Un esploratore milanese li individuò a Mariano, tredici chilometri da Carcano. Bastò il tempo di tornare indietro e avvertire, e la cavalleria milanese era già in marcia.

L'imboscata scattò nella valle del Serenza, un torrente tributario del Seveso che scorre in un fondovalle stretto, paludoso, con i fianchi scoscesi — il tipo di terreno che trasforma una colonna in marcia in un bersaglio. I Milanesi catturarono dieci cavalieri di Lodi e quattordici di Cremona. Federico stesso, che si trovava nelle vicinanze con una piccola scorta, si rifugiò nel castello di Barisello e da lì contrattaccò, catturando quattro dei suoi inseguitori e mettendo in fuga gli altri.
Nel marasma, spicca un episodio laterale, quasi un dettaglio, che le fonti tramandano con la precisione secca dei testimoni oculari.
Durante la confusione dell'imboscata, un cavaliere lodigiano — tale Carnevalo da Cuzego — si gettò nei cespugli e si nascose. Non era una fuga: era un agguato individuale, il tipo di cosa che non ha nome cavalleresco e non trova posto nei poemi epici. Quando un cavaliere milanese — Ruggero— gli passò vicino, Carnevalo balzò fuori, lo afferrò, lo scaraventò giù da cavallo. E lì, nella terra fangosa e nell'erba bagnata, lo soffocò con le mani prima che potesse urlare e chiamare in aiuto i suoi.
Niente di glorioso. Niente di epico. Due uomini nel fango, uno che strangola l'altro nel silenzio di un cespuglio, mentre a poche centinaia di metri i contendenti si inseguono urlando lungo la valle del Serenza.
È questo, più di ogni schema tattico e di ogni discorso da cattedra, il vero volto reale della guerra medievale. Non la carica in campo aperto con le insegne al vento, non il duello codificato tra campioni né i versi del Carmen de Gestis Frederici che trasformano ogni battaglia in un'impresa degna di Virgilio. Ma due uomini in un fossato, uno dei quali non tornerà a casa, e l'altro che si rialza coperto di fango, con le membra tremanti per lo sforzo e la tensione, che riprende a correre.
Cosa ci insegna Carcano
Ci sono battaglie che si vincono per superiorità numerica, per la carica travolgente della cavalleria pesante, per il crollo improvviso del morale avversario. Carcano non è nessuna di queste cose. È una battaglia vinta per ostinazione, per conoscenza del terreno, e per la capacità di sfruttare gli errori altrui — che in questo caso furono numerosi e gravi.
Federico aveva agito con la velocità che la situazione richiedeva, e questo è indubbio. Ma una volta arrivato sul posto aveva commesso una serie di errori che una valutazione sobria della situazione avrebbe dovuto impedire. Aveva sottovalutato il nemico, probabilmente convinto che i Milanesi, tagliati fuori e a corto di viveri, non avrebbero avuto il coraggio di attaccare. Aveva lasciato il campo quasi sguarnito, fidandosi di alleati che non conoscevano il terreno e che si dissolsero al primo urto serio. Aveva scelto — o subìto — una posizione tattica che esponeva ogni sua mossa allo sguardo del nemico sulle alture. E, cosa forse più grave di tutto, aveva trascurato di occupare Tassera: la gola era così angusta che bastava un manipolo di uomini a tenerla, ma Federico non ci aveva pensato, o non aveva avuto il tempo di farlo.
I Milanesi, dal canto loro, non avevano fatto nulla di particolarmente brillante sul piano strategico. Erano finiti in una situazione disperata quasi per inerzia, trascinati dalla logica della campagna senza una chiara via d'uscita. Ciò che li salvò fu la presenza dell'arcivescovo Oberto, che trasformò la disperazione in risoluzione, e la capacità dei loro comandanti di leggere il terreno nel momento decisivo. La cavalleria che aspettò sulle alture prima di scendere non stava eseguendo un piano prestabilito: stava improvvisando, adattandosi a ciò che vedeva davanti a sé. Ma lo fece nel modo giusto, nel momento giusto.
È esattamente il tipo di guerra che si faceva nel XII secolo, lontanissimo dalle immagini di ordinati schieramenti cavallereschi che la letteratura romantica ci ha consegnato. Una guerra fatta di assedi che durano mesi, di eserciti che si assembrano in primavera e si sciolgono in autunno, di alleati che spariscono quando la posta in gioco diventa troppo alta.
In questo tipo di conflitti, tenere un castello chiave vale più di uno scontro campale, la logistica è spesso più decisiva del coraggio, e vince chi commette meno errori — non necessariamente chi è più forte.
E pensare che sedici anni dopo, a Legnano, si replicò uno schema simile. La vittoria di Legnano non cadde dal cielo, non fu solo fortuna. Arrivò alla fine di una lunga scuola di guerra, fatta anche di sconfitte come Carcano, di lezioni imparate sul campo — letteralmente — tra le gole calcaree dei colli briantei.
Ecco perché, in questo anno di anniversari e celebrazioni, vale la pena fermarsi un momento prima di arrivare al 29 maggio 1176. Vale la pena guardarsi indietro fino all'agosto del 1160, in quelle colline tra Como e il Lago di Alserio, dove un imperatore fu messo in fuga e dove la storia della guerra feudale lombarda si fece un po' più chiara — a chi vuole ascoltarla.






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