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Il re guerriero. Vita e mito di Enrico V d'Inghilterra


Enrico V è un re che la tradizione ha ammantato di gloria. Il guerriero imbattuto, il sovrano pio e affabile, l'eroe di San Crispino che arringa i suoi "fratelli" prima della battaglia: così ce lo ha consegnato Shakespeare, e così a suo modo vive nell'immaginario collettivo. Vi confesso che questa versione non mi ha mai convinto del tutto. Ben inteso, non voglio affermare che Enrico non fosse grande — lo fu davvero — ma perché la sua leggenda nasconde tanto quanto illumina. Dietro il mito c'è un uomo assai più interessante. Figlio di un usurpatore, costruttore paziente di una guerra che condusse poi con fredda determinazione, fu un re capace di mostrarsi spietato perfino per i canoni dell'epoca ma anche un amministratore di rara competenza e, soprattutto, soldato di autentico genio. Questo articolo vuole raccontare l'uomo, nei grigi dell'esistenza vera e senza la luce fittizia della glorificazione postuma.


Enrico V d'Inghilterra

Figlio dell'usurpatore


Enrico nasce al castello di Monmouth, in Galles, nel 1386 (qualche fonte anticipa al 1387), primogenito di Enrico Bolingbroke e di Mary de Bohun. Suo padre era un grande signore, duca di Lancaster, ma non un re. Lo diventò nel 1399, rientrando dall'esilio, coalizzandosi con i nobili scontenti e deponendo il cugino Riccardo II, che l'anno dopo sarebbe morto in prigione. Fu un colpo di Stato in piena regola, e da quel colpo di Stato nacque tutto: la corona dei Lancaster, e l'ombra di illegittimità che l'avrebbe accompagnata per due generazioni.


Il ragazzo che sarebbe diventato Enrico V era stato armato cavaliere proprio da Riccardo II, il re che suo padre avrebbe rovesciato. Una consapevolezza che deve aver segnato tutta la sua vita che si può leggere come il progetto ostinato di un uomo che doveva legittimare ciò che il padre aveva usurpato. La gloria all'esterno per tacitare i dubbi all'interno.


L'educazione fu insolita per l'epoca: lo zio Enrico Beaufort, ecclesiastico e cancelliere di Oxford, gli fece studiare musica, lettere, la lingua inglese, materie che un cavaliere del tempo raramente coltivava. Ne uscì un principe colto, suonatore d'arpa, e insieme un soldato precoce perché calcò precocemente i campi di battaglia.


La ferita al volto


Il 21 luglio 1403, a Shrewsbury, Enrico, allora sedicenne, comanda l'ala sinistra dell'esercito reale contro la ribellione di Henry Percy, conosciuto con il soprannome di Hotspur. Nel pieno dello scontro una freccia lo colpisce al volto e gli penetra nel cranio per diversi centimetri. Una ferita che avrebbe messo fuori combattimento la maggior parte degli uomini ma Enrico, spinto da un furore quasi eroico, resta in campo, riordina la sua linea e la lancia in una carica che sfonda il fianco nemico. La battaglia è vinta, Hotspur rimane ucciso e gli oppositori dell'usurpatore vengono piegati. La vittoria di Shrewsbury segnò, prima ancora che una prova di valore, la sopravvivenza di una dinastia usurpatrice contro chi ne contestava l'ascesa. Enrico difendeva la corona di suo padre e imparava, giovanissimo, che il potere non ha valore senza la forza per sostenerlo.


Enrico V ferito al volto. Graham Turner
Immagine di Graham Turner

Enrico rientrò negli accampamenti con metà della freccia ancora infilzata sotto lo zigomo. Il chirurgo John Bradmore, dopo il fallimento dei medici di corte, estrasse la punta di ferro con uno strumento che aveva perfezionato, allargando la ferita sul volto del principe per raggiungerla. Enrico sopravvisse anche all'infezione, restando sfigurato ma senza altri danni permanenti.


Un conto di sangue


Seguirono altri anni di guerra. Per quasi un decennio, il giovane principe fu impegnato nella guerra contro la rivolta gallese di Owain Glyndŵr. Fu la sua vera scuola di comando: politica, economia, logistica e tattica. Enrico conobbe non solo le dinamiche della battaglia campale, entro i suoi vent'anni di vita, ma anche la durezza della guerriglia, nella quale i gallesi eccellevano.


Di quella campagna ci resta una lettera che Enrico stesso scrisse nel 1403, dopo un'incursione nelle terre di Glyndŵr. Vi racconta di aver dato alle fiamme una bella residenza e tutto il territorio intorno, e di aver catturato un notabile del luogo, uno dei principali sostenitori del ribelle. L'uomo offrì cinquecento sterline per il proprio riscatto, promettendo di pagarle entro due settimane in cambio della vita. Enrico rifiutò, e lo fece giustiziare. Molti dei suoi compagni, presi nella stessa razzia, ebbero la medesima sorte. Fu un'esecuzione a freddo di prigionieri, il rifiuto calcolato di un riscatto che veniva offerto come era usanza. Enrico, a diciassette anni, si dimostra spietato e privo .


Lungi da me processare il re per il suo gesto con la nostra odierna sensibilità. Il Medioevo fu un'epoca spietata e la violenza era integrata all'esistenza di tutti gli uomini. Però scommetto che la maggior parte degli estimatori del re guerriero questo episodio non lo conoscevano. Perché comunque, soprattutto a partire dall'opera di Shakespeare mutuata poi nel cinema (Branagh, Chamalet), l'idea che abbiamo di Enrico V non è quella di un uomo spietato e determinato a raggiungere i propri scopi a qualunque costo.


Enrico V, re d'Inghilterra


Enrico IV muore nel marzo del 1413, e il figlio ascende al trono, incoronato a Westminster il 9 aprile in mezzo a una tempesta di neve. Shakespeare ci ha consegnato il principe Hal: il giovane dissoluto, ubriacone e donnaiolo, compagno di bagordi del grasso Falstaff, che salendo al trono si converte di colpo nel sovrano magnifico. È una splendida invenzione teatrale, e con la storia ha pochissimo a che vedere. Gli storici concordano: della presunta gioventù dissipata non c'è quasi traccia nelle fonti. Shakespeare costruì il contrasto per far risplendere il re che sarebbe venuto fuori in seguito. Il vero Enrico giovane non era un libertino: era un soldato e un politico, serio fino alla durezza, forgiato sui campi di battaglia sin dall'adolescenza. Era più un Annibale, che un Alcibiade, se mi perdonate la goffa similitudine.


Falstaff e Enrico V

Sul trono si rivela subito amministratore di prim'ordine. Impone l'uso ufficiale dell'inglese negli atti di governo, ricompone con pazienza le fratture interne, gestisce le finanze con rigore. Affronta l'eresia lollarda con risolutezza inflessibile (ma a questo punto non ci sorprendiamo più della sua durezza). Oldcastle, suo vecchio amico ma divenuto capo dei lollardi, viene catturato e dopo un sommario processo, impiccato e arso. Deve anche reprimere, nel 1415, la congiura di Southampton, ordita per mettere sul trono Edmund Mortimer, che di quel trono aveva, per linea di sangue, un diritto più antico del suo. Il patibolo accoglie altri nemici della corona. Enrico deve ormai essere ben consapevole che ha necessità di convogliare all'esterno le forze che tentano di delegittimarlo.


La guerra fabbricata


Lo dico subito e brutalmente. La guerra di Francia, quella che avrebbe reso Enrico immortale, non fu una guerra difensiva né una necessità. Fu una scelta, costruita a tavolino con freddezza notevole. Enrico rispolverò i diritti dinastici sul trono francese che Edoardo III aveva accampato quasi un secolo prima, e li usò come grimaldello.


Il meccanismo fu abile e cinico. Approfittando della guerra civile che dilaniava la Francia, Enrico avanzò richieste territoriali enormi: la Normandia, il Ponthieu, il Maine, l'Anjou, la Touraine, il Poitou, l'Aquitania nei confini più ampi mai avuti, con l'aggiunta della Provenza, oltre alla mano di Caterina, figlia di Carlo VI. Erano pretese calcolate per essere inaccettabili. Quando i francesi, pur di evitare la guerra, offrirono concessioni sostanziose e un pesante tributo, Enrico le giudicò troppo esigue e dichiarò guerra. Tutto legittimo secondo le regole del tempo, certo, non posso negarlo ma non c'è nulla dell'innocenza del re costretto suo malgrado alla guerra.


◆  La Francia dilaniata. Armagnacchi e Borgognoni (1407-1420)


Le cause e il breve svolgimento della guerra civile che consegnò il regno a Enrico V.


Alla radice di tutto c'è la follia di un re. Carlo VI di Francia, colpito da una prima crisi di demenza nel 1392, alternò per trent'anni lucidità e delirio, lasciando sul trono un vuoto che i grandi principi del sangue si contesero senza esclusione di colpi. Da un lato il fratello del re, Luigi d'Orléans; dall'altro il cugino, il potente Giovanni Senza Paura, duca di Borgogna.


Lo scontro precipitò nel sangue il 23 novembre 1407, quando sicari al soldo del duca di Borgogna assassinarono Luigi d'Orléans in una strada di Parigi. Da quel momento la Francia si spaccò in due partiti armati: i borgognoni, e gli avversari che presero il nome dal conte di Armagnac, suocero del nuovo duca d'Orléans, e per questo detti armagnacchi. Due governi, due eserciti, Parigi che passava di mano tra massacri e vendette. Un regno che si faceva a pezzi da solo.


È questa la Francia che Enrico V attaccò nel 1415. La sua abilità più grande, più ancora che vincere le battaglie, fu tenere un piede in ciascuno dei due campi e trarne profitto. Quando nel 1419 gli uomini del delfino assassinarono a loro volta Giovanni Senza Paura sul ponte di Montereau, il nuovo duca di Borgogna, Filippo il Buono, si gettò tra le braccia dell'Inghilterra. Fu questa alleanza, non i soli trionfi militari, a produrre il trattato di Troyes.


Agincourt/Azincourt


Nell'agosto del 1415 Enrico sbarca in Normandia e pone l'assedio a Harfleur, che cade il 22 settembre. La vittoria, però, gli costa carissima: la dissenteria falcidia l'accampamento e gli porta via una quota enorme dell'esercito. Con le forze dimezzate e l'estate al termine, decide di marciare verso Calais per ottenere, oltre alla magra piazzaforte, almeno l'effetto di un re che marcia indisturbato nelle terre che pretende essere sue. I francesi lo braccano e lo costringono a un percorso più lungo, in territorio nemico, con uomini stremati e affamati. Qui, prima ancora della battaglia, si misura la sua qualità più solida: la capacità di tenere insieme un esercito allo stremo per settimane di marcia disperata. Enrico era un comandante di razza.


Il 25 ottobre, giorno di San Crispino, i due eserciti si affrontano presso il villaggio di Azincourt. Una battaglia che analizzo nel dettaglio nel saggio "AGINCOURT - DENTRO LA BATTAGLIA". La strabiliante vittoria, contro tutte le aspettative, consegna al giovane re quasi tutta la Francia settentrionale.


Assedio medievale guerra dei cento anni

Rouen


La vittoria a Agincourt è l'esempio lampante di quanto granitica fosse la determinazione di Enrico. Durante lo scontro, va ricordato, non ebbe esitazione nell'ordinare quello che oggi conosciamo come il massacro dei prigionieri, un'azione controversa per la quale ho immaginato una ricostruzione in qualche modo diversa, nel saggio narrativo dedicato alla battaglia. Un altro episodio che mostra quanto poteva essere spietato il re inglese nell'esercizio del proprio potere avviene alla fine del 1418, mentre Enrico stringe d'assedio Rouen. La città è allo stremo e i suoi capi decidono di espellere dalle mura le bocche inutili, i vecchi, le donne, i bambini, i malati, confidando che il re inglese avesse pietà e li lasciassepassare oltre le sue linee.


Enrico oppose un netto rifiuto e quei disgraziati rimasero intrappolati nei fossati tra le mura della loro città e l'esercito assediante, dove, a migliaia, morirono di fame e di stenti sotto gli occhi di entrambe le parti. Fu un calcolo: la loro agonia accelerava la resa di Rouen, che infatti capitolò nel gennaio 1419. Fu una scelta lucida di lasciar morire dei civili inermi perché tornava utile. Ripeto anche qui una necessaria specifica: ogni cosa va contestualizzata e Enrico non fu più crudele di molti altri sovrani dell'epoca. Però occorre conoscere questi aspetti, perché il manto di gloria che Shakespeare ha cucito addosso a Enrico può creare, oggi, una visione distorta e mitizzata di un uomo invece spietato. Vincente, certo, ma privo di scrupoli. Il re che pregava ogni mattina in ginocchio lasciò morire di fame migliaia di inermi senza distogliere lo sguardo.


Troyes


Caduta Rouen, Enrico conquista la Normandia, La guerra civile lavora per lui: nel 1419 gli uomini del delfino assassinano il duca di Borgogna a Montereau, e il nuovo duca getta la sua parte tra le braccia inglesi. Da quell'alleanza nasce il capolavoro diplomatico di Enrico, il trattato di Troyes del 21 maggio 1420.


Le clausole sono strabilianti: Enrico, adottato dai reali francesi e sposo di Caterina di Valois, è riconosciuto reggente di Francia ed erede di Carlo VI, scavalcando il delfino, l'erede legittimo. Sulla carta, il re d'Inghilterra è ormai padrone di due regni. Un trionfo costruito sulla frattura di un regno, e perciò fragile per sua stessa natura. Bastava che la Francia ritrovasse un briciolo di unità perché tutto l'edificio traballasse. E la Francia, di lì a poco, avrebbe trovato una guida nel modo più imprevedibile.


La morte e la fortuna del mito


Nel 1421 il fratello Tommaso, duca di Clarence, cade in battaglia a Baugé: segnale che la conquista non era affatto sicura. In dicembre gli nasce il figlio ed erede, chiamato anche lui Enrico, ma che il padre non vedrà mai. Il 31 agosto 1422, al castello di Vincennes, la dissenteria porta via il re a soli trentacinque anni, dopo appena nove di regno. Poche settimane dopo muore anche Carlo VI, e la corona di entrambi i regni cade sul capo di un neonato.


Probabilmente la morte prematura salvò la reputazione di Enrico. É una mia opinione, che non può essere comprovata, ma ritengo che se fosse vissuto, avrebbe dovuto reggere sulle spalle il peso impossibile di una doppia monarchia costruita sulla sabbia. Magari avrebbe saputo reagire, certo, ma era proprio il costrutto a essere troppo debole per essere sostenuto dalla sua sola, enorme, volontà. Morendo giovane e vittorioso, consegnò ai posteri un'immagine congelata al suo apice, prima che il conto venisse presentato. Suo figlio, Enrico VI, perse quasi tutto e trascinò l'Inghilterra nella guerra civile delle Due Rose. Il fatto stesso che l'Inghilterra abbia perso la guerra dei Cent'anni ha finito per innalzare la fama di Enrico. Il suo regno divenne l'ultima grande stagione, riscritta come un'età dell'oro. Il fango della sua vita fu lavato via, e restò l'oro.


Lastra funebre di Enrico V
Lastra funebre, gisant, di Enrico V

ùGià i cronisti a lui contemporanei — Walsingham, che gli dedicò la sua opera, i poeti Lydgate e Occleve, gli anonimi Gesta Henrici Quinti — ne scrissero come di un modello di virtù, con una parzialità così sfacciata da impedire ogni giudizio sereno. Poi vennero i Tudor, che di Enrico fecero uno strumento di propaganda patriottica: Enrico VIII sognava di emularne le imprese. Dalle cronache di Holinshed la figura passò a Shakespeare, che la cristallizzò per sempre nel sovrano pio, affabile e nobile. Nel Novecento l'arringa di San Crispino servì a sollevare il morale britannico nelle ore più buie della guerra, e il film di Laurence Olivier del 1944 ne fece un manifesto. L'uomo era scomparso da un pezzo ma restava l'icona.


Un ritratto onesto

Chi fu, dunque, Enrico V? Fu, credo, uno dei sovrani più capaci del suo secolo. Amministratore rigoroso, diplomatico sottile, comandante di genio, dotato di un coraggio fisico che ancora oggi impressiona, e di una fede sincera e profonda — non ipocrita, questo va detto: pregava davvero, e progettava perfino una crociata per riconquistare Gerusalemme. Fu però anche un uomo freddo e implacabile. Essendo figlio di un usurpatore era ossessionato dalla legittimità. Scelse deliberatamente una guerra d'aggressione, lasciò morire di fame dei civili quando gli tornava utile e ordinò l'uccisione di prigionieri inermi (e non solo a Agincourt). Non un santo, e nemmeno un mostro: un grande re medievale, con tutto ciò che di ammirevole e di terribile questa formula porta con sé.


LA BATTAGLIA DI AGINCOURT, IL CAPOLAVORO DI ENRICO V, TI ATTENDE NEL SAGGIO NARRATIVO


"AGINCOURT - DENTRO LA BATTAGLIA"


NARRATIVA E SAGGISTICA UNITE PER RACCONTARE L'ORMAI FAMOSISSIMA BATTAGLIA DI SAN CRISPINO

Battaglia di azincourt

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