Nicopoli 1396. Gli Ottomani annientano la coalizione cristiana
Il 25 settembre 1396, davanti a Nicopoli, sul Danubio, si combatté una battaglia decisiva per le sorti dei Balcani. Da una parte c'era Bayezid I, sultano ottomano, alla testa di un esercito forgiato da decenni di guerre; dall'altra una coalizione cristiana che riuniva uomini provenienti dalla Francia e dalla Borgogna, dall'Ungheria, dalla Germania, dalla Valacchia e da altri territori europei. A rinforzare la già nutrita coalizione, c’era anche un contingente di Ospitalieri. Il supporto navale era affidato alle Repubbliche di Venezia e Genova. La documentazione ricorda fra i comandanti crociati Sigismondo d'Ungheria, Giovanni di Nevers, Filippo d'Artois, Enguerrand de Coucy, Jean de Vienne, Mircea di Valacchia e molti altri.
Fra i combattenti di nobile nascita c'era anche un uomo che avremmo ritrovato, quasi vent'anni dopo, ad Agincourt: Jean II Le Meingre, detto Boucicaut. Aveva circa trent'anni ed era già uno dei cavalieri più celebri della sua generazione, tanto che sarebbe diventato maresciallo di Francia pochi anni più tardi.

La situazione alla fine del XIV secolo
Alla fine del XIV secolo l'espansione ottomana nei Balcani non era più un problema remoto. Nel 1389 la battaglia del Kosovo aveva modificato gli equilibri regionali, con la potente Serbia ridotta a uno stato vassallo. In quegli anni, la pressione ottomana aveva inoltre ridotto ciò che rimaneva dell’Impero Romano d'Oriente essenzialmente a Costantinopoli e ad alcuni territori sparsi. Anche la Bulgaria stava crollando: Tărnovo era caduta nel 1393 e Nicopoli, importante piazzaforte sul Danubio, era passata sotto controllo ottomano, lasciando l'Ungheria di Sigismondo di Lussemburgo direttamente esposta alla minaccia turca.
Nel 1396 una circostanza favorevole divenne occasione per tentare un’offensiva contro i nuovi padroni della Penisola Balcanica. La guerra dei Cent'anni era in una fase di relativa tregua, così che Francia e Inghilterra poterono destinare uomini e denaro a un'impresa onorevole e distante dai loro confini. In Occidente cominciò così a prendere forma una grande spedizione contro gli Ottomani, con un fervore che ricorda i grandi fermenti dell’epopea delle crociate in Medio Oriente.
Sotto la patina della guerra santa, però, troviamo un'operazione politico-militare internazionale, costruita attraverso reti dinastiche, interessi territoriali, prestigio aristocratico. L’autentico fervore religioso non era, chiaramente, del tutto assente ma Sigismondo, promotore dell’azione, l’obiettivo era allontanare gli Ottomani dalla frontiera ungherese. Per molti nobili occidentali, comunque, prendervi parte significava partecipare alla più prestigiosa impresa militare della loro vita, un'occasione difficilmente ripetibile per l’aristocrazia europea.

L’adunata dell'occidente
Il personaggio simbolicamente più importante del contingente occidentale era il venticinquenne Giovanni di Nevers, figlio del duca di Borgogna Filippo l'Ardito. La sua presenza trasformava inevitabilmente la spedizione in una grande manifestazione politica della corte borgognona. Accanto a lui marciavano uomini che appartenevano al vertice della società militare francese: Jean de Vienne, ammiraglio di Francia e veterano di una quantità impressionante di campagne, Enguerrand VII de Coucy, uno degli aristocratici più potenti e militarmente esperti dell'Occidente, Filippo d'Artois, conte d'Eu, e poi, come già detto, Boucicaut. C’erano molti giovani ambiziosi, ma nell’insieme parliamo di un gruppo comando composto da uomini esperti, con anni di guerra e spedizioni alle spalle. Sigismondo disponeva delle proprie forze ungheresi, affiancate da contingenti transilvani, croati e tedeschi, mentre Mircea il Vecchio portava i Valacchi, uomini che conoscevano molto meglio degli occidentali il modo di combattere degli Ottomani. Gli Ospitalieri erano guidati dal cui gran maestro Philibert de Naillac sarebbe riuscito a sopravvivere alla catastrofe.
Sulla carta, numeri importanti, con nomi prestigiosi e valore in abbondanza. In realtà, si trattava di tanti eserciti più piccoli che marciavano insieme nella stessa direzione ma senza che fosse stata decisa, o fosse emersa, una vera e propria guida.
Verso Nicopoli
Nella primavera del 1396 il contingente franco-borgognone partì verso Oriente, in un viaggio che attraversò l'Europa centrale, raggiunse il bacino danubiano e si unì alle forze di Sigismondo nel corso dell'estate. Le cifre tramandate dalle fonti sono gigantesche — decine di migliaia di uomini, talvolta numeri ancora superiori — ma come sempre vanno trattate con estrema prudenza. In questo caso specifico, dove i problemi oggettiva dei contemporanei di avere un’idea precisa degli ordini di battaglia dei contingenti coinvolti si uniscono alla propaganda religiosa e politica, meglio rinunciare all'illusione della precisione. Mi limiterò a dire che erano due grandi eserciti per gli standard dell'epoca, come una simile campagna pretendeva da entrambe le parti.
La coalizione cristiana scese lungo il Danubio conquistando piazzeforti e città. Rahova, l'odierna Oryahovo, venne conquistata con la forza e saccheggiata, una parte degli abitanti fu uccisa e altri furono fatti prigionieri. Questi prigionieri torneranno tragicamente nella nostra storia. Dopo Rahova, l'esercito proseguì verso il suo obiettivo.
Nicopoli, città fatale
Nicopoli era un baluardo formidabile. La città dominava il Danubio e le sue fortificazioni erano abbastanza solide da trasformare un assalto improvvisato in un problema serio. Solo un assedio ben strutturato poteva avere qualche possibilità di successo e i crociati non disponevano di un adeguato parco d'assedio. Non credo si possa imputare a scarsa lungimiranza questo handicap tecnico, ma a un sovrapporsi di problemi economici, logistici e strategici. Si era giunti a un punto cruciale della campagna: in queste condizioni, l'esercito poteva circondare la città, devastarne il territorio e aspettare, ma non prenderla rapidamente.
I difensori sapevano che Bayezid stava arrivando. Il sultano si trovava impegnato contro Costantinopoli quando ricevette notizia dell'invasione, e interruppe le operazioni per muovere rapidamente verso il Danubio, con un esercito disciplinato, composto anche da contingenti degli stati cristiani appena assoggettati. Gli Ottomani non arrivarono a Nicopoli come una massa improvvisata, poiché Bayezid disponeva di fanteria, arcieri, truppe di cavalleria, contingenti provinciali e truppe locali.
Il 24 settembre l'esercito ottomano giunse nei pressi di Nicopoli per dare battaglia e i crociati colsero l’occasione per superare quella fase di stallo pericolosa. Se Dio era con loro, allora uno scontro campale era ciò che Egli offriva per portare a termine l’impresa che i cruce signati avevano intrapreso.
La battaglia
Certi che quella giornata sarebbe stata decisiva, i comandanti dell’esercito cristiano si confrontarono subito con uno dei problemi principali di un’armata senza una vera guida: chi avrebbe avuto l'onore — e il rischio — di combattere in prima linea? Sigismondo conosceva gli Ottomani, e Mircea di Valacchia ancora meglio, avendoli già affrontati direttamente. Secondo una parte della tradizione, consigliarono di utilizzare davanti le truppe più leggere e quelle abituate al modo di combattere balcanico, lasciando gli uomini d'arme occidentali come forza decisiva da impegnare successivamente. Una soluzione militarmente sensata.
Il problema è che, nella cultura militare occidentale, l'avanguardia non era soltanto una posizione tattica. Quel posto significava precedenza, prestigio e onore, e i franco-borgognoni rivendicarono il diritto di attaccare per primi. È plausibile che vi sia stato un conflitto reale sulla precedenza, ma bisogna essere prudenti quando trasformiamo questo contrasto in una scenetta morale sulla "superbia cavalleresca", perché le nostre fonti sono discordanti, scritte con interessi differenti e spesso posteriori. Una cosa, però, è certa: quando iniziò la battaglia, i franco-borgognoni erano davanti, mentre dietro di loro si trovava il grosso dell'esercito di Sigismondo.
Bayezid, nel frattempo, aveva fatto le sue scelte tattiche. Lo schieramento ottomano utilizzava la conformazione ondulata dell'area davanti a Nicopoli, così che parte delle forze fosse visibile mentre altre rimanevano arretrate oltre il terreno dominante. Il piano turco era relativamente semplice, la prima linea doveva assorbire l'urto, a quel punto la seconda doveva congiungersi alla prima per combattere contro un nemico già disordinato e affaticato. Una terza linea avrebbe offerto supporto o avrebbe manovrato per aggirare a seconda dell’evolversi della battaglia. Fra gli ostacoli predisposti davanti alle posizioni ottomane le fonti ricordano file di pali appuntiti, destinati a disturbare la cavalleria. Spesso Nicopoli viene raccontata come una semplice carica di cavalieri francesi a cavallo contro i pali, fermati e massacrati. Gli elementi per questa semplificazione ci sono tutti ma non andò esattamente così.
L'attacco
I franco-borgognoni avanzarono. Probabilmente una parte degli uomini d'arme iniziò l'azione montata, mentre la progressione attraverso gli ostacoli e contro la fanteria ottomana li costrinse a combattere appiedati. Ricostruire ogni passaggio è difficile, perché le testimonianze non concordano perfettamente, ma sembra che, pur con tutte le difficoltà, gli occidentali riuscirono a soverchiare la prima posizione ottomana. Gli arcieri e la fanteria leggera turca tentarono di rallentarli, ma gli uomini d'arme avanzarono sotto il tiro, raggiunsero gli ostacoli, li superarono e arrivarono al combattimento ravvicinato. La qualità dell'equipaggiamento occidentale ebbe un peso enorme, in questa fase. Un uomo d'arme franco-borgognone del 1396 poteva disporre di protezioni estremamente sofisticate — maglia, piastre, bacinetti e protezioni articolate — che offrivano una difesa superiore a quella di gran parte della fanteria che aveva davanti. Lo scontro volse presto in favore dei cristiani e i Turchi sopravvissuti iniziarono a ripiegare. Le truppe franco-borgognone le incalzarono. È questo il punto di non ritorno per le speranze dei cristiani di ottenere la vittoria. L’avanguardia cristiana aveva attraversato il terreno sotto il tiro degli arcieri, aveva dovuto superare gli ostacoli, molti dei suoi componenti erano stati disarcionati o erano comunque scesi di sella e avevano assaltato le posizione nemiche in salita. Giunta a contatto, questa avanguardia avrà pur avuto agio di sconfiggere gli avversari ma è innegabile che i suoi ranghi dovevano ormai essersi sfaldati, che gli uomini fossero stanchi e, soprattutto, vista la rapidità dell’azione vittoriosa, il grosso del loro esercito era ancora lontano. Sarebbe stato quello il momento di fermarsi ma dovevano essere ebbri di vittoria e assetati di sangue, così scelsero di continuare. Raggiunsero il versante dietro il quale i Turchi in fuga erano scomparsi e scoprirono che la battaglia non era affatto finita.
La seconda linea di Bayezid
Davanti agli uomini esausti apparvero altre truppe ottomane. Si trattava della seconda linea che Bayezid aveva predisposto per contrattaccare i cristiani. Quest’ultimi, però, gli avevano fatto il favore di gettarvisi contro, a ranghi scompaginati e esausti. I Franco-borgognoni non persero improvvisamente il coraggio, rimasero sul posto e continuarono a combattere, ma erano stremati. Isolati dal resto dell’esercito ma anche frammentati tra di loro, i nuclei di uomini d’arme che si stringevano intorno agli stendardi vennero circondati e annientati. Jean de Vienne morì sul campo, secondo la tradizione combattendo intorno allo stendardo della Vergine che portava come ammiraglio di Francia. Giovanni di Nevers fu catturato, così come Enguerrand de Coucy e Filippo d'Artois, e anche Boucicaut fu preso vivo. L'avanguardia dell'esercito crociato aveva cessato di esistere come forza organizzata ma la battaglia non era ancora conclusa.

L’attacco di Sigismondo
Dietro i franco-borgognoni avanzavano intanto gli altri contingenti. Le forze ungheresi entrarono nello scontro contro gli Ottomani che avevano appena affrontato gli occidentali, e per qualche tempo il combattimento rimase aperto. Ora erano i Turchi a trovarsi stanchi e disorganizzati per il recente scontro. Bayezid aveva però un vantaggio tattico che mancava all’armata cristiana: una terza linea da impegnare nel combattimento. Il serbo Stefan Lazarević, vassallo del sultano, era pronto a consegnare la vittoria a un infedele. A prima lettura può sembrare sorprendente ma non dobbiamo fare l’errore di considerare il conflitto come una semplice guerra fra due religioni. La politica balcanica del XIV secolo era molto più complessa, con vassallaggi, dinastie e necessità di sopravvivenza che attraversavano continuamente le frontiere confessionali. Le truppe serbe entrarono nel combattimento nel momento decisivo. Secondo la tradizione attaccarono uno dei fianchi dello schieramento cristiano mentre il combattimento era già in corso, decretando la fine della resistenza di Sigismondo. L'esercito crociato cedette e ai cristiani non rimase che la fuga verso il Danubio.
Sigismondo riuscì a fuggire, raggiunse il Danubio e trovò rifugio sulle imbarcazioni della flotta cristiana. Quelle galee che Venezia aveva inviato proprio per sostenere la spedizione e garantire il controllo del fiume. Altri non ebbero la stessa fortuna: molti annegarono, altri furono raggiunti e uccisi, altri ancora vennero catturati. La battaglia era finita ma non era terminato l’orrore. Difficile stabilire le perdite. Altissime per i crociati, soprattutto a causa della rotta ma anche Bayezid doveva aver subito perdite considerevoli, soprattutto a causa dell’azione dell’avanguardia. La forza franco-borgognona penetrò con ferocia la prima linea, spazzandola via e offrì poi resistenza alla seconda quando venne contrattaccata.

Il massacro dei prigionieri
Il mattino successivo alla battaglia, Bayezid ordinò l'uccisione di gran parte dei prigionieri. I numeri tramandati sono enormi e quasi certamente esagerati, ma è credibile che vi sia stata una esecuzione collettiva di prigionieri. Gli uomini di rango elevato furono risparmiati, non per misericordia ovviamente. Giovanni di Nevers, Boucicaut e gli altri grandi aristocratici potevano essere riscattati dalle loro famiglie, mentre gli uomini comuni avevano molte meno possibilità di poter garantire un ritorno economico dalla loro salvezza. Nicopoli produsse così anche uno dei più singolari racconti di prigionia del tardo Medioevo. Johannes Schiltberger, giovane bavarese che partecipò alla spedizione, fu catturato e rimase per decenni in Oriente. Scrisse un resoconto delle proprie esperienze molto interessate. Le fonti accreditano il massacro alla rabbia di Bayezid per le perdite subito a Nicopoli ma ricordate l’evento di Rahova, dove i crociati uccisero a loro volta diverse centinaia di prigionieri? Alcune fonti parlano di vendetta per quei fatti. È possibile che l'episodio abbia avuto un peso, ma sarebbe troppo semplice trasformare le due stragi in una precisa sequenza di causa ed effetto senza considerare i problemi delle fonti. E poi occorre sempre ridimensionare gli eventi evitando di giudicarli con mentalità moderna, o con tifoseria partigiana. Molto probabilmente i crociati compirono un massacro perché non avevano modo di portare con loro, né di sorvegliare in un qualche punto, i prigionieri presi e Bayezid poteva voler dare un messaggio, terribile certo, di durezza onde evitare che Sigismondo o chi per lui tentassero a breve altre imprese. La guerra medievale è affascinante ma è pur sempre un affare di sangue, dolore e morte.
Conclusione
Nicopoli viene spesso definita "l'ultima crociata". L’ho usata anche io questa formula efficace, ma è sostanzialmente sbagliata. Nel XV secolo sarebbero state organizzate altre grandi campagne contro gli Ottomani, la più famosa delle quali avrebbe portato a un'altra catastrofe nei pressi di Varna nel 1444.
D’altra parte, l'espansione ottomana non terminò a Nicopoli, ma neppure procedette senza ostacoli: soltanto sei anni più tardi, nel 1402, Bayezid sarebbe stato sconfitto e catturato da Timur nella battaglia di Ankara, e l'Impero ottomano sarebbe precipitato in una crisi dinastica concedendo a Costantinopoli ancora mezzo secolo di indipendenza. La storia non corre mai lungo una linea inevitabile.
Da Nicopoli ad Agincourt
Infine, un ultimo motivo per cui questa battaglia merita di essere ricordata e riguarda la pubblicazione, ormai imminente, del mio saggio "Agincourt - dentro la battaglia". Boucicaut sopravvisse, fu riscattato, tornò in Francia, divenne maresciallo e combatté ancora. Lo sappiamo tutti, nel 1415, diciannove anni dopo Nicopoli, era nuovamente alla testa di un grande esercito. Questa volta il nemico non erano i Turchi, ma Enrico V d'Inghilterra, e il luogo si sarebbe chiamato Agincourt.

Sarebbe facile costruire una morale retrospettiva, dire che i francesi non avevano imparato nulla e che la stessa aristocrazia ripeté per vent'anni gli stessi errori, ma questa spiegazione è troppo comoda. Nicopoli non fu Agincourt: le condizioni erano differenti, gli eserciti erano differenti e soprattutto il problema tattico era differente. Esiste però un elemento comune che vale la pena osservare, perché in entrambe le battaglie troviamo alcuni fra gli uomini d'arme più esperti e meglio equipaggiati d'Europa, in entrambe la loro capacità di combattere individualmente non è in discussione, e in entrambe riescono persino a esercitare una pressione formidabile sul nemico. Eppure questo non fu sufficiente in entrambi i casi. Ogni battaglia è un complesso di elementi specifici, peculiari. Per questo la serie con la quale vi racconterò degli scontri più esplicativi del Medioevo si chiama “raccontare le guerre medievali”. Un plurale più che necessario.
Prenota il saggio narrativo che ti svelerà tutti i segreti della battaglia di Agincourt del 1415, conducendoti in una narrazione minuto per minuto dello sconto. Completa il racconto un saggio che analizza il combattimento armato agli inizi del XV secolo, svela i segreti del piano di battaglia francese e offre nuove riflessioni sulle ragioni di una sconfitta divenuta epocale.







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