Il mastino nero di Brocéliande. Vita, astuzie e leggenda di Bertrand du Guesclin
- Giovanni Melappioni

- 20 ore fa
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Questa è la storia di un uomo di modeste origini che ha vissuto una vita straordinaria tanto da arrivare, alla sua morte, a riposare in mezzo ai re di Francia, nella basilica di Saint-Denis. Il suo gisant di pietra lo ritrae con le mani giunte e il volto composto nella più elevata dignità cavalleresca. Un onore unico, riservato a lui solo tra tutti i cavalieri del regno. Era il rampollo brutto e disprezzato di una modesta signoria rurale bretone, la sua famiglia possedeva un maniero, qualche campo e poco altro. Se glielo avessero predetto da bambino — e immancabilmente, secondo la leggenda postuma, qualcuno lo fece — nessuno ci avrebbe creduto, nemmeno lui.
Bertrand du Guesclin è una di quelle figure che smentiscono i cliché. Un uomo rozzo, di spiacevole aspetto e feroce, che ha fatto della guerra un mestiere e dell'astuzia un'arte, è finito per incarnare l'ideale cavalleresco più di tanti principi bellissimi e inutili. Seguitemi, allora, nel racconto di questa vita straordinaria, dalla Bretagna dei suoi natali fino alla fontana ghiacciata del Gévaudan dove la febbre lo portò via.

Un bambino "brutto come un cinghiale"
Bertrand nasce intorno al 1320 (alcune fonti dicono 1315) a Motte-Broons, vicino a Broons, nei pressi di Dinan. È il primogenito di ben dieci figli di Robert II du Guesclin, signore della Motte-Broons, e di Jeanne de Malesmains, dama di Sens-de-Bretagne. La famiglia appartiene alla piccola nobiltà bretone, ma attenzione: i Guesclin della Motte-Broons sono il ramo cadetto. Il ramo maggiore vive nei castelli ben più importanti del Plessis-Bertrand e della Motte-Jean, mentre Robert deve accontentarsi di un maniero rustico, la Motte che da il nome alla località.
La Motte-Broons si trova nel paese gallo, cioè nella Bretagna di lingua d'oïl. La lingua materna di Bertrand non fu dunque il bretone, ma un dialetto romanzo. Il "più bretone dei bretoni", l'eroe che tutti immaginano parlare la lingua celtica dei suoi antenati, in realtà pensava e imprecava in una parlata cugina del francese. Un piccolo cortocircuito tra il mito e la realtà, il primo di tanti che caratterizzano la vita di Bertrand. A seguire, si potrebbe subito citare la sua proverbiale bruttezza.
Tutte le cronache concordano, con una crudeltà costante, sul fatto che Bertrand era di una bruttezza memorabile. I ritratti che ci hanno lasciato gli storici antichi lo descrivono "piccolo", con "le gambe corte e nodose", "le spalle smisuratamente larghe", "le braccia lunghe", "una testa grossa e ingrata", "la pelle nera come quella di un cinghiale". Il trovatore Cuvelier, nella sua Chanson de Bertrand du Guesclin, lo definisce senza mezzi termini "il bambino più brutto che ci fosse da Rennes a Dinan".
Fu un'infanzia amara, quella di Bertrand. Affidato appena nato a una balia e cresciuto tra i contadini fino ai cinque anni, come si usava in quei contesti di modestissima nobiltà, quando tornò a casa la sua bruttezza e una marcata rozzezza gli valsero il disprezzo dei genitori. La madre preferiva apertamente i due fratelli minori. Il padre lo trattava male e — cosa gravissima per un figlio di nobili — si rifiutava di educarlo alla cavalleria. La cronaca di Cuvelier arriva a dire che i suoi genitori "lo detestavano a tal punto che spesso, in cuor loro, desideravano che fosse morto o annegato nell'acqua corrente". Parole terribili, che dobbiamo però maneggiare con cautela. Le cronache medievali erano scritte da autori legati ai loro committenti o protettori, e avevano una tendenza spiccata a colorire, ingigantire, drammatizzare per compiacere il pubblico e il signore che pagava. Quando leggiamo che Bertrand era il bambino più brutto tra Rennes e Dinan e che i genitori lo volevano morto, stiamo leggendo tanto un dato quanto il topos narrativo dell'eroe umiliato agli inizi, perché più profondo sia poi il precipizio dal quale risale. Questo non significa che sia tutto falso ma va circostanziato il dato, cercare equilibrio quando non è possibile distinguere la biografia dalla costruzione del mito.
Detto ciò, proseguiamo sul terreno della leggenda ancora per un po’. Si racconta che verso i sei anni Bertrand, relegato come al solito in un angolo della stanza durante un pranzo di famiglia, esplose di collera, spintonò i fratelli per prendersi il suo posto di primogenito sulla panca e, quando la madre stava per punirlo, rovesciò la pesante tavola. In quel preciso momento entrò una donna, un'ebrea convertita esperta di chiromanzia, venuta a predire la buona ventura. Guardò quel bambino furibondo e vaticinò per lui la gloria. Da quel giorno, dice la cronaca, Bertrand fu trattato con i riguardi dovuti al suo rango. Decisamente inverosimile ma questa scena condensa in pochi gesti tutto il personaggio: la rabbia, la forza fisica, la rivendicazione ostinata del proprio posto nel mondo.
Da un verso di Cuvelier — "non sapeva né leggere, né scrivere, né far di conto" — molti storici hanno dedotto che du Guesclin fosse analfabeta. A mio avviso è poco verosimile. Per quanto umili i suoi natali era pur sempre figlio della bassa aristocrazia, la quale non poteva avvalersi di decine di esperti per la gestione delle proprie pertinenze ma aveva sufficiente tempo e influenza per apprendere i rudimenti della scrittura e del calcolo dal clero locale. Era una questione di necessità più che di prestigio. A mio avviso, Bertrand non era un perfetto analfabeta e altri episodi della sua vita sembra confermare questa ipotesi.
Il primo colpo di scena di Bertrand du Guesclin
Secondo le fonti il 4 giugno 1337, a Rennes, ha la sua occasione. Si tiene un grande torneo riservato ai cavalieri esperti. Bertrand ha diciassette anni, si è rifugiato (o è stato cacciato, non è chiaro) presso uno zio, e naturalmente non ha alcun diritto di partecipare. Un suo cugino però, sconfitto, lascia la lizza e gli presta il proprio equipaggiamento.
Il ragazzo travisato dall'elmo, senza blasone, ignoto a tutti, entra in campo. Uno dopo l'altro, abbatte dodici o quindici cavalieri, con la sua sola forza bruta più che per un addestramento che abbiamo visto non sembrava avesse ricevuto. In tutto questo, non può mancare un momento di grandissimo pathos. A un certo punto, Bertrand si trova davanti il proprio padre, Robert. Si rifiuta di colpirlo, inclina la lancia, in segno di rispetto, e non affonda il colpo. Un avversario lo coglie allora di sorpresa e riesce a disarcionarlo facendogli anche saltare la celata del bacinetto. Robert du Guesclin riconosce quel viso ingrato, quel figlio disprezzato e, commosso e fiero, si impegna a farlo armare cavaliere, raccogliendo i fondi tra i suoi. Un altro episodio avvolto dalla leggenda, che mostra quello che i contemporanei vollero vedere in lui fin dall'inizio. Il ragazzo brutto e reietto non vince soltanto; vince e poi rinuncia alla vittoria per rispetto del padre. L’apparato sembra voler ricalcare l’archetipo del brutto anatroccolo, del giovane Artù e, insomma, di chi ha una grandezza nell’anima che, con le giuste circostante, troverà modo di risplendere.
Bretagna spaccata in due
Cominciamo a allontanarci dai pur affascinanti fatti leggendari, torniamo alla Storia. La terra natale di Bertrand, in quegli anni, è una Bretagna dilaniata da una guerra di successione che si intreccia con il conflitto più grande tra Francia e Inghilterra, la guerra dei Cent'anni.
◆ La guerra di successione di Bretagna (1341-1365) e la battaglia di Auray Il conflitto che oppose Charles de Blois a Jean di Montfort, e poi al figlio di quest'ultimo, nel quadro della guerra dei Cent'anni. Nel 1341 muore il duca Jean III, lasciando due pretendenti: la nipote Jeanne de Penthièvre — figlia del fratello minore Gui e moglie di Charles de Blois — e il fratello cadetto del duca, Jean de Montfort. Jeanne invoca il principio della successione femminile; Jean di Montfort chiede invece che si applichi la regola adottata per la corona di Francia, che escludeva le donne. La questione viene portata davanti alla corte dei pari, che assegna il ducato a Jeanne de Penthièvre. Ma il rivale non si piega, e la guerra scoppia. Jean di Montfort ha dalla sua la Bretagna bretonnante, quella di lingua celtica; Jeanne ha la Bretagna francese, con Rennes e Nantes, e quasi tutta la nobiltà. I due contendenti cercano appoggi all'esterno. Philippe VI sostiene Jeanne, conformemente al verdetto della sua corte; l'avversario chiede allora l'appoggio di Édouard III d'Inghilterra. Così, parallelamente a ciò che accade in Francia, una guerra civile devasta la Bretagna fino al 1364. A quella data, Charles de Blois sembra ormai sicuro del successo, grazie proprio alle vittorie di Bertrand du Guesclin — ma viene ucciso alla battaglia di Auray (29 settembre 1364). Alla fine, con il trattato di Guérande (12 aprile 1365), Jean di Montfort è riconosciuto duca di Bretagna, a patto di prestare omaggio al re di Francia. |
Bertrand parteggia per Charles de Blois, cioè per il campo francese, e in questa guerra fratricida affina le armi che lo renderanno celebre.
Il mestiere delle armi

Bertrand comincia a farsi un nome con imprese che non hanno nulla di cavalleresco. Nel 1354 si impadronisce con l'astuzia del castello di Grand-Fougeray — un colpo di mano con tanto di travestimenti e inganni. Nel 1356-1357 partecipa alla difesa di Rennes, assediata da Enrico di Grosmont, duca di Lancaster: qui la sua abilità nel logorare la forza assediante farà la differenza. È in questo periodo che il valore riconosciuto sul campo gli apre finalmente le porte della cavalleria. Viene armato cavaliere, e anche su questo le fonti litigano: chi dice nel 1357 al castello di Montmuran, per mano del cavaliere Alacres de Marès; chi anticipa al 1354, su un campo di battaglia tra Bécherel e Combourg, per mano di Arnoul d'Audrehem. Non c'è modo di dirimere con certezza. A un certo punto, Bertrand du Guesclin smette di essere un semplice guerriero a cavallo e diviene un miles, ossia un cavaliere riconosciuto da pari. Crea un motto che racconta tutto, di lui. "Le courage donne ce que la beauté refuse", il coraggio dà ciò che la bellezza rifiuta. Viene nominato capitano di Pontorson e del Mont Saint-Michel, e giura — cito la cronaca — che non avrebbe mai perso occasione di attaccare gli inglesi, ovunque li avesse incontrati. Una promessa che manterrà per venticinque anni.
Nel gennaio 1361, avvertito che una truppa inglese guidata da Hugh Calveley marcia verso Juigné-sur-Sarthe, du Guesclin si getta all'attacco, resta isolato e viene fatto prigioniero. Riottiene la libertà solo pagando un riscatto di 30.000 scudi. Quello stesso Calveley diventerà in seguito uno dei suoi luogotenenti in Spagna. La guerra medievale, tra nobili, aveva regole quasi da club.
Il dogue noir di Brocéliande
È in questi anni di guerriglia contro l'occupante inglese che Bertrand si guadagna il soprannome più bello, quello che lo accompagna nella leggenda: le dogue noir de Brocéliande, il mastino nero di Brocéliande.
"Mastino nero" evoca insieme la sua bruttezza — ricordate la pelle scura come quella del cinghiale — e la sua ferocia tenace nel combattimento, l'ostinazione del cane da presa che azzanna e non molla. E poi quel Brocéliande, la foresta leggendaria del ciclo arturiano, il bosco incantato di Merlino e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Chiamare così questo guerriero bretone significa cucirgli addosso, in un colpo solo, l'aura del mito celtico e la memoria di Artù. Nel Trecento — come del resto ancora oggi — le grandi figure medievali, quelle reali come Riccardo Cuor di Leone e quelle immaginarie dell’epica di Bretagna, si confondevano nella fantasia collettiva. Du Guesclin, uomo in carne e ossa, entrava di forza, la sua a essere precisi, in un paesaggio da romanzo.
Vi confesso che qui sta una delle ragioni per cui questo personaggio mi affascina tanto. Da un lato un piccolo nobile con poche speranze, tarchiato e scuro, che prende castelli con travestimenti e imboscate. Dall'altro un eroe da chanson de geste, avvolto nella nebbia della foresta di Artù.
Cocherel, Auray e la fedeltà al Delfino
Nel 1356, dopo la disfatta francese di Poitiers per mano del Principe Nero, il re Giovanni II il Buono viene condotto prigioniero a Londra. È un momento drammatico per la Francia. Bertrand sceglie di rimanere fedele al Delfino, il futuro Charles V, del quale conquisterà la fiducia più totale. Nominato governatore di Pontorson, capitano generale del ducato di Normandia pur restando vassallo del duca di Bretagna, conduce contro l'occupante inglese una guerra di logoramento come ormai è diventato abilissimo a gestire.
Quando, nel 1364, Carlo V sale al trono, du Guesclin è già l'uomo su cui il sovrano può contare. Lo incarica di difendere la Normandia contro Carlo II il Cattivo, re di Navarra, che sogna di cingere la corona di Francia alleandosi con gli inglesi. E qui arriva la prima grande vittoria in campo aperto: Cocherel, nel 1364. È la prima vittoria francese di rilievo dopo lungo tempo, e celebra idealmente l'avvento del nuovo re. In premio, Bertrand riceve la contea di Longueville, in Normandia. Prende poi Rolleboise, Mantes, Meulan, Valognes, una serie di successi che ne fanno il nuovo astro militare del regno.
Purtroppo per lui, malgrado ogni sforzo, il suo partito è sconfitto, Charles de Blois cade, e Bertrand stesso è fatto prigioniero dal capitano inglese John Chandos. Il riscatto stavolta è salatissimo: centomila lire. Solo Carlo V ne paga quarantamila. È il prezzo della sua reputazione: valere molto significa costare molto.
La grande avventura spagnola
Nel 1365 re Carlo affida a du Guesclin un compito ingrato e geniale insieme: liberare il regno dalle Grandi Compagnie, quelle bande di mercenari smobilitati che, finita la tregua, saccheggiavano le province francesi mettendole a ferro e fuoco. La soluzione di Bertrand è quella di uomo che ha fatto della guerra il suo vero mestiere e non una porzione di appartenenza di casta. Pragmatico, invece di combatterli, convince centinaia di quegli sbandati a seguirlo lontano, oltre i Pirenei, nel cuore della Spagna. Là infuria la prima guerra civile di Castiglia, dove Enrico di Trastámara contende il trono al fratellastro Pietro I il Crudele, alleato degli inglesi.

Du Guesclin porta dunque i suoi mercenari a combattere per Enrico, e per quasi quattro anni — dal 1365 al 1369 — è protagonista di una campagna castigliana che gli dà gloria e titoli. Con l'aiuto del fedele luogotenente Guillaume Boitel, che comanda la sua avanguardia, annienta quasi del tutto il partito di Pietro il Crudele. Ma quest'ultimo chiama in soccorso Edoardo di Woodstock, il Principe Nero, e nel 1367, alla battaglia di Nájera — combattuta, va detto, contro il parere di du Guesclin — gli inglesi hanno la meglio. Bertrand è di nuovo preso prigioniero.
E qui vi devo raccontare l'episodio che, secondo me, tratteggia al meglio sia il personaggio che un’intera epoca. Du Guesclin viene liberato sulla parola, grazie all'insistenza del solito Calveley, ancora al servizio del Principe Nero. Il Mastino comincia a raccogliere fondi tra gli amici, prima per pagare i riscatti dei suoi ufficiali e ricostituire l'esercito, e solo dopo per pagare il proprio. La cifra del suo riscatto la fissa lui stesso: prima centomila lire, poi sessantamila, avendo capito che il Principe Nero non poteva accettare che valesse così tanto. Rileggete questa frase, perché è splendida. Bertrand tratta il proprio riscatto verso il basso non per avarizia, ma per calcolo d'onore: sarebbe stato disonorevole valere poco, ma diventava imbarazzante — per l'avversario — che valesse una cifra da re. La moglie del Principe Nero, che lo ammira, versa di tasca propria diecimila lire al marito, e il saldo lo paga ancora una volta Carlo V. Ditemi voi se non è puro Medioevo tutto questo!
Nel 1369 torna in Spagna e chiude i conti. Alla battaglia di Montiel sconfigge Pietro il Crudele — sostenuto, dicono le fonti, anche da truppe saracene venute dal Marocco — e rimette Enrico sul trono di Castiglia. In ricompensa riceve il titolo di duca di Molina.
Conestabile di Francia
Nell'ottobre 1370, tornato in Francia, Bertrand du Guesclin viene elevato da Carlo V alla più alta carica militare del regno: connestabile di Francia. Da questo momento, fino alla morte, dirige le operazioni della guerra dei Cent'anni.
Du Guesclin ha capito una verità scomoda: nelle grandi battaglie campali, l'esercito inglese — con i suoi temibili arcieri dal grande arco — è superiore se non si riesce a manovrare il proprio esercito alla perfezione per ottenere un vantaggio schiacciante di posizionamento, cosa ancora più difficile da ottenere che vincere quelle battaglie. Perciò rinuncia deliberatamente alle grandi manovre, dall'esito incerto e dal costo di vite spaventoso. Al loro posto sceglie una guerra che sfianca il nemico, lo logora, lo costringe a rintanarsi nelle piazzeforti e poi gliele strappa una dopo l’altra. Una riconquista metodica, provincia per provincia, castello per castello. Funziona, e caccia gli inglesi dalla Normandia, dalla Guyenna, dalla Saintonge, dal Poitou.
Lo storico medievista Georges Minois ha colto perfettamente il senso di questa strategia. Osserva che, pur conducendo solo una piccola truppa di qualche centinaio di uomini, du Guesclin otteneva con essa risultati più importanti di quanti ne desse un grande esercito costoso, pesante, ingombrante e lento. E aveva le sue ragioni, questa scelta. In primo luogo, Carlo V regnava su un regno fiaccato dalle guerre, e il conestabile doveva accontentarsi di mezzi scarsi. In secondo luogo, quel poco lo rendeva al massimo: in un solo mese di campagna, nel dicembre 1370, du Guesclin ottenne più di quanto Robert Knollys, il migliore capitano del re inglese Edoardo III, avesse ottenuto in sei. E in terzo luogo, questo tipo di guerra — di imboscate, una guerriglia ante litteram — era la più adatta alle circostanze, perché si trattava di riprendere castelli dispersi che comandavano strade e crocevia. Il suo gruppo mobile, agile, con un nucleo scelto di bretoni saldamente affiatati, anticipava le azioni dei "commando" del Novecento: colpire in fretta, all'improvviso, restare inafferrabili, alimentare l'insicurezza nel nemico e scoraggiarlo poco a poco. Una strategia che si rivelò straordinariamente redditizia.
Trovo affascinante questa etichetta di "precursore delle operazioni commando", e capisco perché seduca. Bisogna però usarla con la giusta cautela, perché è un'analogia moderna proiettata all'indietro nel tempo. Du Guesclin non pensava in termini di forze speciali, non come strumento militare odierno. Era un capitano pragmatico che, con poche risorse e un nemico più forte in campo aperto, sceglie l'arma dell'astuzia e della mobilità. Lo può fare perché, probabilmente, slegato da un contesto costrittivo di fama e onore famigliare. Du Guesclin a Agincourt non avrebbe attaccato, mi sento di dire.
Gli ultimi anni tra sospetti, orgoglio, fedeltà
La vita di du Guesclin, negli anni Settanta del Trecento, si arricchisce anche di vicende private e politiche. Nel 1374 combatte a La Réole, e sempre nel 1374 sposa Jeanne de Laval nella cappella del castello di Montmuran, di cui diventa proprietario per via del matrimonio. La moglie gli porta in dote anche il castello di Montsabert, in Angiò. Nei periodi di tregua risiede a Montsûrs. L'uomo di guerra, tra una campagna e l'altra torna a casa, si fa amministratore. Tratta il matrimonio della nipote, amministra le sue terre.
Il buon ritiro è però un miraggio. Nel 1378 Carlo V fa pronunciare la confisca del ducato di Bretagna, occupato dai suoi ufficiali già dal 1373, e il cui duca, Giovanni IV, era in esilio a Londra da un lustro. La mossa provoca una fronda della nobiltà bretone e il richiamo del duca esiliato. Du Guesclin si trova in una posizione lacerante: è al servizio del re di Francia, ma è pur sempre un nobile bretone, legato alla sua terra. Quando Giovanni IV sbarca a Dinard, la sua inazione lo fa sospettare di tradimento.
Immaginate l'affronto, per un uomo che aveva costruito tutta la sua vita sulla ricerca di un onore che il destino alla nascita voleva negargli e sulla fedeltà con cui si era riscattato. Secondo una versione non accertata avrebbe addirittura rimandato subito al re la sua spada di connestabile, con l'intenzione di passare in Spagna al servizio di Enrico di Trastámara. Ritrovata la fiducia del sovrano grazie alla mediazione del duca d'Angiò, torna comunque nel Mezzogiorno a combattere ancora gli inglesi. Comunque sia andata, dato che l’ultimo dato è l’unico certo, du Guesclin si allontana, o viene allontanato, proprio per evitare che fosse costretto a una scelta lacerante.
La morte davanti a Châteauneuf-de-Randon
Estate del 1380, all'ultimo assedio. Du Guesclin, che ha ricevuto il comando militare della Linguadoca, riprende la guerra contro le Grandi Compagnie in Alvernia e nel sud del Massiccio Centrale. Stavolta non negozia, ma aggredisce con forza. Pone l'assedio davanti a Châteauneuf-de-Randon, nel Gévaudan, l'attuale Lozère. Dopo diversi assalti tremendi, la piazza promette di arrendersi al connestabile in persona, se non sarà soccorsa entro quindici giorni. In quel frangente, colto da una forte febbre, Bertrand du Guesclin muore il 13 luglio 1380. La tradizione attribuisce la sua fine al bere acqua ghiacciata durante la calura estiva. Probabilmente più una bella leggenda che una diagnosi. Si dice che placato dissetato la sua arsura alla fontana della Cloze, o della Glauze secondo le fonti, ancora visibile presso il borgo di Albuges.
Prima di morire, dice la tradizione, pronunciò parole quasi profetiche: il rammarico di non aver cacciato tutti gli inglesi, e la convinzione che Dio ne avesse riservato la gloria a qualcuno più degno di lui. Una giovane contadinella, una pulzella a noi familiare, mi domando ormai avvinto dalla leggenda di quest’uomo.

Poteva chiudersi senza un ultimo atto degno di una chanson de geste, l’epica di du Guesclin? Il giorno stesso della sua morte, scaduta la tregua, il comandante nemico viene a deporre in omaggio le chiavi del castello sul feretro del conestabile. È un gesto che ha qualcosa di solenne e di commovente, e che riassume il rispetto quasi sacro che i contemporanei nutrivano per quest'uomo e più in generale, per la parola data.
Un uomo, quattro sepolture
La morte di du Guesclin ci regala anche una delle storie più singolari, e a suo modo macabre, di tutto il Medioevo francese. Bertrand aveva espresso il desiderio di riposare nella sua terra natale, in Bretagna. Ma le cose andarono diversamente, e il suo corpo finì per essere diviso e sepolto in quattro luoghi differenti.
Il corteo funebre partì dal sud dell'Alvernia in quel luglio del 1380, e dovette fare diverse soste a causa del cattivo imbalsamamento del corpo, che nel caldo estivo si decomponeva. Le viscere furono lasciate a Le Puy-en-Velay, nella chiesa di Saint-Laurent. Le carni furono inumate a Montferrand. Poi, giunto a Le Mans, il convoglio fu fermato per ordine di Carlo V: il sovrano voleva a ogni costo che il suo conestabile avesse la tomba accanto alla sua, nella basilica reale di Saint-Denis. Vi fu dunque inviato lo scheletro. E soltanto il cuore raggiunse infine Dinan, in Bretagna, esaudendo almeno in parte l'ultimo desiderio del defunto. Due gisant ne conservano l'effigie: uno a Le Puy, l'altro a Saint-Denis.

C'è un che di paradossale, e insieme di profondamente significativo, in questa divisione del corpo. La suddivisione delle spoglie tra più luoghi di sepoltura era, in verità, un privilegio dei re e dei grandi principi: moltiplicare le tombe significava moltiplicare i luoghi di culto e di memoria. Che sia toccata a un piccolo nobile bretone la dice lunga sulla statura che aveva raggiunto. E soprattutto conta quel gesto di Carlo V, che ferma il feretro per volere che il suo conestabile riposi al suo fianco. Du Guesclin diventa così l'unico cavaliere sepolto nella necropoli reale di Saint-Denis, tra i re di Francia. Un onore assolutamente unico, che nessun altro uomo d'armi ottenne mai.
L'eredità del Mastino
Il coraggio dà ciò che la bellezza rifiuta diceva il suo motto. Tutta la sua esistenza ne è la dimostrazione. Un bambino brutto, scuro, disprezzato persino dalla madre, che parte dal gradino più basso della nobiltà e finisce sepolto in mezzo ai re. Un uomo che non ereditò nulla dall'aspetto, né dal sangue, e conquistò tutto con le gesta. Le cronache gli attribuiscono frasi che potrebbero essere leggenda o verità — poco cambia, perché ci restituiscono comunque un’immagine in grado di raccontare non solo l’uomo ma anche i suoi anni. Vorrei chiudere sottraendo un po' di zucchero alla leggenda, perché è il modo più onesto di rendergli giustizia. Du Guesclin fu un guerriero pragmatico, spesso spietato, un maestro dell'inganno e dell'agguato, un capo di ventura che sapeva contrattare il proprio riscatto come un mercante e cambiare le regole della guerra quando le regole non gli convenivano. È proprio questo, per me, che lo rende un personaggio così vivo e così moderno: la distanza tra l'ideale cavalleresco che incarnava agli occhi dei contemporanei e la ruvida concretezza dei suoi metodi. In quello scarto abita il Medioevo vero, quello fatto di uomini in carne e ossa, di fango e di astuzia, e non solo di miniature dorate.
Il mastino nero di Brocéliande ci ricorda che il destino di ciascuno di noi dipende da ciò che decidiamo di fare con ciò che ci viene dato all’inizio della nostra avventura. Lui, con il poco che ebbe in dote, divenne una leggenda che dura da sette secoli.






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