• Giovanni Melappioni

La battaglia di Poitiers 1356. Il trionfo del Principe Nero.



Francia, 1356. Porzione di terra comprendente Aquitania e Poitou oggi detta Nuova Aquitania. Nell'agosto di quell'anno questa regione appartiene solo geograficamente alla Francia, perché solido dominio inglese. Il 19 giugno è arrivato dall'Inghilterra il conte di Stafford, con rinforzi e ordini per il Principe di Galles, Edoardo di Woodstock. Suo padre, re Edoardo III, gli intima di muoversi quanto prima contro il regno di Francia. Intanto lui si organizzerà per venire di persona sul continente con un poderoso esercito. Ordini simili sono arrivati al duca di Lancaster, in attesa nel nord del paese, Henry di Grosmont. Per motivazioni che a noi oggi sfuggono, nel momento in cui il Principe NEro rompe i sigilli delle riservatissime missive Henry ha già dato avvio alla sua spedizione, fra Bretagna e Normandia. Il mancato coordinamento fra i due sarà la causa principale degli eventi che si preparano all'orizzonte.


Al seguito di Edoardo partiamo da Rocheouart, luogo di assembramento delle forze anglo-guascone. La spedizione conta una forza piccola ma determinata di inglesi, gallesi, guasconi e abitanti dei Pirenei. Tutta gente avvezza a menare le mani, senza alcun timore di sporcarle con il sangue di nemici e innocenti. Non c'è un supporto strategico preciso, si tratta di una lunga marcia, veloce quel tanto che basta per conseguire quanti più risultati possibile nell'immediato, e se si presenterà l'occasione ci si congiungerà a nord con l'armata del Lancaster e quella del re per ottenere un bel colpaccio tipo Crecy, dieci anni prima. In ogni caso Edoardo interpreta gli ordini del padre come un diversivo rispetto all'offensiva che si prepara oltremanica e su questa linea agirà inizialmente. Nell'armata del principe marciano insieme a qualche migliaio di uomini, diverse centinaia di donne (necessarie per tutte le esigenze della truppa) e un numero diverse volte superiore di animali, cavalcature e bestie da soma soprattutto. E' un piccolo esercito ben addestrato ma l'aspetto deve essere più simile a quello di un circo, variegato e dagli innumerevoli figuranti, e non solo combattenti in perfetta tenuta. D'altronde perfino gli eserciti napoleonici non erano quella gran parata di colori sgargianti che si è portati a credere, dopo le prime settimana di campagna: i vestiti si logoravano, i berretti si perdevano, le barbe crescevano ecc. ecc. Ogni volta che si accampano la zona circostante diviene una latrina a cielo aperto, perché non c'è tempo di scavare profonde fosse. E si mangia discretamente solo nei due, tre giorni a seguire la cattura di un villaggio o il saccheggio di un borgo fortificato -quando va bene- perché a causa della logistica che lascia ancora molto a desiderare, i pochi elementi che si riescono a trasportare senza rischio di deperimento sono farine, ghiande, bacche e carne salata. La carne salata, tra l'altro, termina sempre troppo presto. E' difficile fare economia sul lungo termine, troppi fattori in ballo, troppo scarsi i mezzi di gestione e di suddivisione dei rifornimenti. Chi avesse trovato del pane, fra i pochi averi di quella famiglia di contadini che ha "gentilmente e spontaneamente" aperto la porta di casa per lasciar frugare, lo tiene ben nascosto fra il gambeson e la tunica!


Dopo alcuni giorni, però, appare chiaro che a conti fatti la grande cavalcata ha prodotto più danni ai nemici, che guadagni agli inglesi. Per muoversi velocemente - e tra poche righe vi dirò il perché di tanta fretta- si è dovuto rinunciare a un bel po' di bottino. Soprattutto tutta quella bella robina trovata a Vierzon, il 26 agosto. La città, abbandonata dagli abitanti, è stata a completa disposizione degli anglo-guasconi che l'hanno spogliata di tutto, al punto che per due giorni sono stati costretti a marciare con estrema lentezza per via dell'ingente tesoro trafugato. Lenti ma felici, finché all'improvviso, nel pomeriggio del 28, il principe Edoardo emana un ordine contrario alle aspettative: lasciare tutto il superfluo e mettersi velocemente in cammino. Ha ricevuto notizie che hanno messo una gran fretta al suo staff; mentre i suoi subalterni non nascondono una certa ansia, lui comunque appare sempre tranquillo. Eccolo là che controlla e incita i suoi mastini ogni volta che serve, dando l'esempio e senza risparmiarsi. La sensazione è che Edoardo sappia esattamente cosa fare. Lo chiamano "il cavaliere perfetto", no? Ci sarà un motivo... O almeno si spera. Intanto sprona i suoi a partire alle prime luci dell'alba, privi di tutti gli oggetti di valore ma inutili al combattimento.

Saccheggio di Vierzon in un'opera dello straordinario Graham Turner

Ma cosa è accaduto? Il fatto è che la cavalcata del duca di Lancaster, al nord, è stata rapida, rapidissima. Il nobile ha interpretato gli ordini di re Edoardo come un giro per rifornire fortezze e cittadelle leali, con poco danno al territorio e ancor meno possibilità di intercettazione da parte dei francesi. Il fedele suddito non si è impegnato in una spedizione in profondità ma si è limitato a preparare il terreno per re Edoardo e le sue forze, il quale oltretutto è molto indietro con i tempi e la sua spedizione non ha nemmeno lasciato i porti dell'Inghilterra. Quando il consiglio di guerra di Francia ha valutato le due minacce non deve essere stato difficile stabilire su quale delle due concentrarsi. Al nord gli inglesi hanno smesso subito di essere un disturbo, nel sud il Principe Nero in persona assedia e saccheggia con studiato metodo e furia inaudita. Proprio per affrontarlo al meglio il re di Francia Giovanni II il Buono si è organizzato e ha adunato la maggior parte delle sue forze nei pressi di Chartres. La possibilità di sconfiggere il rampollo di re Edoardo III fa venire l'acquolina in bocca; inoltre il prestigio vuole che qualcosa si faccia e visto che la sua colonna è la più pericolosa mettere lui al centro della controffensiva diviene la scelta più sensata. Lancaster, in quei giorni, si stava già ritirando verso le terre di partenza.

Il Principe Edoardo viene a conoscenza delle manovre del re Giovanni II ma della ritirata di Lancaster e del rinvio dell'offensiva del padre non ha la minima idea. I suoi esploratori gli hanno riportato le notizie relative all'ammassarsi dei francesi a Chartres poco dopo il saccheggio di Vierzon, il 28 mattina secondo il cronista Froissart; evento che a conti fatti rappresenta il punto di svolta della campagna. Un gruppo di ricognizione inglese quel giorno incappa casualmente in una pattuglia di esploratori francesi, nei pressi del fiume Cher. Lo scontro dovette somigliare a una sorta di rissa fra tifoserie, piuttosto che a una battaglia. Dalla scaramuccia emergono vincitori gli anglo-guasconi e i francesi presi prigionieri raccontano parte delle intenzioni francesi: l'intero esercito di Francia si sta muovendo per intercettare gli incursori. Non è ancora tempo per il panico: c'è la Loira che separa i due nemici e i punti di attraversamento non sono molti. Manovrando con celerità Edoardo decide di andare a bloccare il guado principale, a Tours, indicato anche dai prigionieri. Presa la grande città, e controllando gli attraversamenti, egli potrebbe anche dare battaglia. Edoardo è un uomo molto ambizioso. Decide di procedere verso la città e prenderla con la forza. Ignaro degli eventi settentrionali invia dei messaggeri al Duca di Lancaster, cercando di coordinare i movimenti delle due armate per convergere nello stesso momento su Tours, raddoppiando così le forze disponibili.

All'epoca, come oggi, Tours era un punto di attraversamento della Loira importantissimo.

Poco prima di giungere in vista delle mura di Tours una forza di almeno trecento "lance" -e per ogni lancia dobbiamo presumere in media tre/quattro combattenti di varia tipologia- al comando di Jean de Boucicault (il padre di Jean II Le Maingre, uno dei comandanti a Agincourt nel 1415) e Amaury de Craon si gettano contro l'avanguardia inglese. I due nobiluomini avevano attraversato in gran fretta il fiume il 31 agosto. Senza una ricognizione, senza sapere quanto sia distanti il loro re con tutta la sua armata, hanno deciso di caricare a testa bassa l'avanguardia guascona di Edoardo. Solo che lo fanno come tori impazziti, senza il minimo senso tattico. Un rullo compressore di carne e acciaio che, pur impressionante, è rumoroso e difficilmente manovrabile una volta lanciato. Raccontano le cronache che gli inglesi udito il rumore tremendo dei nemici in avvicinamento, si siano schierati -rigorosamente a piedi- per affrontarli e vedendoli arrivare, una massa compatta come un bolo mal digerito, più d'uno deve aver pensato di essere giunto alla fine della propria vita perché una simile foga poteva essere giustificata solo immaginando quegli attaccanti avanguardia di un'armata e non l'armata intera. Riuscite a immaginare quel muro d'acciaio a dorso di destrieri che viene verso di voi implacabile come una tempesta? Roba da farsela addosso! Non c'è tempo neanche per quello: arriva l'ordine di aprire i ranghi, di spostarsi dal percorso d'attacco. Non c'è altra forza dietro quei cavalieri, che passino pure attraverso i ranghi scompaginati. Funzionerà? A quanto pare sì, eccome: i francesi passano inarrestabili come un treno ma, appunto, proprio come un convoglio ferroviario bloccati sui "binari" della direttrice di carica. Terrificante ma inefficace! Si può sentire lo spostamento d'aria, quasi un risucchio implacabile, ma di effetti negativi poco o niente. Non possono più modificare la direzione verso la quale puntavano, senza frammentare i conroi (Unità tattica di base composta da un numero ristretto di cavalieri). Adesso che hanno perso lo slancio i guasconi afferrano lance, asce e coltelli e cominciano il lavoro di macelleria. Rapidi si muovono fra i disorganizzati nemici, ancora storditi dall'aver impattato sul niente. Ne accoppano la metà, aggirandosi fra i cavalli, tirandoli giù dalle selle e infilzando a destra a manca senza sosta. E nel mentre ecco arrivare Edoardo con il resto degli armati. Ora, se anche il resto dell'esercito francese fosse nei paraggi si combatterebbe una battaglia campale. Ma i francesi sono lontani (non lontanissimi) e prudentemente Boucicault e Amaury fuggono con i sopravvissuti nel vicino castello di Romorantin.

Un classico scontro fra avanguardie, prodromo -spesso, non sempre- di una battaglia più grande. In questo caso, a causa della testardaggine di Edoardo, invece di una grande battaglia fece seguito un assedio di quelli tosti. Non ci sarebbe tempo da perdere ma il Principe Nero non vuole lasciare una forza consistente di avversari in grado di prenderlo alle spalle. Di far cadere la piazzaforte per fame non c'è modo. Si preparano le scale, gli arpioni per scalare le mura, si affilano i badili e i picconi per colmare il fossato. Si assalta.

Ecco la descrizione fatta dal cronista Froissart.


Preso il castello, giusto il tempo di legare i prigionieri e mangiare qualcosa, e si riparte verso Tours. Una corsa contro il tempo, nella speranza che Lancaster sia giunto anch'egli nei pressi della città. La relativa tranquillità del breve viaggio, però, non è ripagata dal successo sotto le mura di Tours. L'attacco condotto da Bartholomew de Burghersh, che tanta perizia ha dimostrato fino a questo momento, fallisce. Non poteva andare diversamente, a pensarci bene. Tours è una città grande, le sue fortificazioni ben munite, e dato che si estende su entrambe le rive della Loira è impossibile stringerla d'assedio completamente. Rinforzi e cibo entrano dalle porte a nord, mentre gli inglesi tentano da sud-est di forzare manu militare le difese. Tutto inutile. Il piano era di catturare la città e attendere l'arrivo dei rinforzi di Lancaster, in movimento rapido verso le forze di Edoardo il Principe Nero, ma sembra che occorrerà fare il contrario. All'arrivo del duca di Lancaster, attaccando dalle due sponde del fiume, la città cadrà. A quel punto il vantaggio sull'esercito del re di Francia, Giovanni II, sarà enorme. Il Principe prende la decisione di aspettare. Per tre giorni i contendenti rimangono in paziente attesa, finché a giungere sono solo notizie che non ci volevano. Re Giovanni, molto prima del previsto, è arrivato in vista della Loira nei pressi di Amboise, qualche miglio a est rispetto alle posizioni inglesi. Il re francese, coraggiosamente, ha diviso le sue forze in due tronconi, e alla testa della cavalleria si è gettato in avanti distanziando il grosso dell'esercito e con questo espediente ha recuperato due giorni buoni. Adesso metà delle forze nemiche sono alle nostre spalle, l'altra metà, guidata dal Delfino Carlo, sta marciando verso Tours. Lancaster ancora non si vede. Proprio adesso che un paio di centinaia di arcieri in più farebbero davvero comodo. Dove sarà finito, Lancaster? Nessuno lo sa, tutte le notizie che si riescono a ottenere dai numerosi esploratori inviati a destra e a manca non bastano a svelare l'arcano. Edoardo deve rivedere la sua strategia, qualunque piano avesse avuto in mente è fallito. Un ultimo colpo di sfortuna lo subisce – in maniera magistrale, occorre dirlo – quando decide di provare a dare alle fiamme Tours con le sue macchine d'assedio. L'idea è quella di bloccare la marcia del Delfino, almeno per qualche giorno, oltre a sfogare un po' della frustrazione distruggendo la caparbia città. Interviene un torrenziale acquazzone a rendere impossibile realizzare il progetto.


Niente, tutto da rifare per Edoardo. La mattina del giorno 11 settembre 1356 impartisce l'ordine di smontare l'accampamento. Si marcia in direzione sud, per evitare l'accerchiamento ormai imminente, e per cercare di trovare un nuovo punto di incontro con Lancaster se mai si deciderà a muovere verso di lui. Giovanni II e il Delfino, salvata Tours ma vanificata la speranza di prenderci fra due fuochi, si ricongiungono verso Loche. Edoardo intanto invia un grosso nucleo di esploratori verso ovest, alla ricerca di Lancaster. Il 13 settembre Edoardo è nei pressi di La Haye -oggi Descartes- ma riparte subito. A un giorno di distanza l'intera armata che gli sta dando la caccia converge verso di lui e il 14 i francesi trovano i resti del bivacco ancora tiepidi proprio a La Haye.

Edoardo si muove in fretta verso Chatellerault, dove si attesta sperando ancora nell'arrivo dei rinforzi che invece non sono neanche lungo la via. In realtà Lancaster, che aveva compreso il pericolo che stava correndo il Principe e si era precipitato verso sud, era stato fermato a Ponts-de-Cé e non riuscirà mai a congiungersi con il suo signore. Giovanni II intanto non prosegue l'inseguimento lungo la direttrice più breve ma preferisce costeggiare il corso del fiume Creuse giungendo molto più a sud di Edoardo.

In blu gli spostamenti francesi, in rosso quelli anglo-guasconi

Notate la finezza strategica! Giovanni vuole una vittoria schiacciante, assoluta. Attaccando Edoardo a Chatellerualt da nord-est gli lascerebbe libero il lato sud-ovest, cioè in direzione delle terre fedeli alla corona d'Inghilterra verso le quali ripiegare senza dare battaglia. Per questo si muove a meridione, fino a Chauvigny, dove con facilità attraversa il fiume e gli blocca il passo. Edoardo non ha più scelta, stavolta lo stanno per tagliare fuori davvero, pertanto prende l'unica decisione plausibile: spostarsi verso Chauvigny e ingaggiare battaglia. Giovanni però ha lasciato quel luogo e invece di muoversi verso nord, contro gli inglesi, si è spostato verso ovest, direzione Poitiers.


Perché?

Per due validi motivi, a mio avviso. Il primo è che un ulteriore contingente francese, senza il timore dell'arrivo del Lancaster, si è mosso per congiungersi con il re, e il luogo di incontro stabilito è proprio Poitiers. I rinforzi non sono mai troppi. Il secondo è che spostarsi verso quel piccolo paesino gli avrebbe dato il controllo totale della strada verso Bordeaux. Edoardo infatti sta utilizzando la copertura dei fitti boschi per spostarsi, e le notizie sulla sua posizione sono poco precise; piuttosto che vedersi sgusciare via la preda fra le dita arrischiandosi in un'intercettazione azzardata, Giovanni preferisce chiudere all'avversario tutte le vie di fuga con un'ultima marcia forzata.

Ancora una volta è una schermaglia a rompere l'isolamento fra le armate. Il 17 settembre De Grailly, il Captal de Buch al comando del contingente guascone nell'avanguardia, intercetta la retroguardia francese lungo la strada che da Savigny-Lescault porta a Poitiers. Lo scontro volge in sfavore dell'avanguardia guascone ma piuttosto che fuggire in maniera disordinata De Grailly riesce a farla ripiegare con metodo verso il grosso dell'esercito inglese, nell'accampamento principale. Stavano tutti riposando quando, fra schiamazzi e cozzare di armi, compaiono i guasconi e i loro inseguitori. Ne consegue una piccola battaglia con perdite alte per entrambi gli schieramenti. Gli inglesi riescono ad avere la meglio in virtù del nostro numero e Edoardo redarguisce i guasconi ma, in fondo, cosa potevano fare di diverso? Erano "guasconi" già allora, irrefrenabili e arditi. Spensierati e irresponsabili ma anche maledettamente coraggiosi. Numerosi prigionieri vengono presi: Raul de Coucy, il Visconte di Breuse e il conte di Chauvigny il quale, secondo Froissart, rivela la posizione del resto dell'armata francese. Non c'è tempo da perdere, Edoardo si ritira nella foresta, e viene dato l'ordine di non disperdersi, di non oltrepassare – pena la morte – gli stendardi dei comandanti di battaglia.

"Come sempre: voi caricate, noi vi facciamo a pezzi." Uomo d'arme inglese del XIV secolo.

All'alba del 18 settembre Edoardo attraversa il corso d'acqua di Moisson, nei pressi del villaggio di Nouaillé (famoso per l'omonima abbazia, allegramente saccheggiata in cerca di cibo, quella mattina). Una collina si staglia, solitaria, sul lato ovest della macchia boschiva a nord del villaggio: sulla sua sommità si attestano gli uomini del Principe sin dal primo mattino.


I francesi sono accampati a mezzo chilometro di distanza, e per quanto possa risultare incredibile, non si aspettavano di incontrare gli inglesi in quel momento, né in quel luogo. Con un solo colpo l'intera strategia, fino a quel momento vincente, di Giovanni II è andata a farsi benedire. Grazie alla scaramuccia del giorno prima e alla rapida marcia notturna, Edoardo si è assicurato il controllo di un terreno più elevato, ma non solo: ha avuto pure tempo per scavare un profondo fossato sul lato destro del suo schieramento, dal bosco fino al piccolo insediamento di La Cardinerie –. E' però a corto di rifornimenti ma questo, per ora, i francesi non lo sospettano.

Giovanni II dispiega la sua intera forza e il Captal de Buch ritorna al padiglione di Edoardo informandolo che 87 stendardi sono stati contati. Ottantasette grandi nobili di Francia si stringono intorno al loro re per schiacciare i suoi nemici. Al centro, vicino agli stendardi regali, l'Orifiamma sventola gagliarda e assetata di sangue. La stringe in mano Geoffroi de Charny.

La più antica riproduzione dell'Orifiamma di Saint Denis. Si trova in una vetrata della cattedrale di Chartres.

Durante la giornata del 18, oltre a continuare a trincerarsi, il Principe accetta di incontrare una delegazione francese per provare a raggiungere un accordo. Fa da mediatore il cardinale di Perigord, inviato dal papa con celerità da Avignone –all'epoca sede papale– per evitare il massacro. Edoardo dichiara che è disposto a restituire i prigionieri e i castelli catturati, e promette inoltre una tregua di almeno sette anni. Sembra proprio che il Principe Nero sia ben disposto questa mattina ma subito dopo mostra tutto il suo temperamento poco dopo, quando chiede in sposa la figlia del re Isabella, pretendendo come dote l'intera contea di Enghien. Questo fatto è narrato dal cronista italiano Matteo Villani quando riferirà del matrimonio della ragazza con Gian Galeazo Visconti nel 1360. L'audace pretesa è un po' troppo per uno che aveva aperto i negoziati mostrandosi disponibile a cedere il campo... Giovanni, all'idea di maritare la figlia con il Principe di Galles, ovviamente oppone un rifiuto. A questo punto la diplomazia lascia il posto alla ritualità di guerra. Dato che la battaglia è inevitabile le parole divengono iperboliche, i gesti eclatanti. Giovanni II invita il principe e 100 suoi cavalieri ad arrendersi a lui, mentre promette che tutto il resto dell'armata potrà andarsene libero, opportunamente. La trattativa va avanti senza alcuna possibilità di trovare una soluzione. Addirittura alcuni cavalieri al seguito del Cardinale abbandonano il chierico e si dirigono verso l'accampamento francese, desiderosi di prendere parte allo scontro ormai imminente. È in questo momento che si svolge, stando a Froissart, il famoso battibecco fra Chandos e Clermont.


Durante le trattative, i due nobilissimi e eccellentissimi uomini stanno quasi per venire alle mani per una questione all'apparenza irrilevante ma per quei tempi di assoluto rilievo. Sembra infatti che per quel fatto d'arme John Chandos, inglese braccio destro di Edoardo di Woodstock, e Jean de Clermont, di parte francese, avessero deciso di indossare una sovracotta molto simile: la Vergine Maria contornata da un raggio di sole. Alcuni testi moderni raccontano frettolosamente la vicenda adducendo a similitudini nei blasoni, ma gli armoriali delle famiglie danno risultati diversi, inconfondibili fra loro i colori e lo stemma indossato. Credo, volendo prendere per vero l'episodio, che la disputa sia nata intorno non tanto al blasone in sé, quanto a uno stemma aggiuntivo, un simbolo tutelare o una coccarda, comunque un'immagine evocativa esterna ai colori delle rispettive casate e aggiunta da entrambi sulla sovracotta.

Questo fatto è narrato in forma di dialogo dal cronista Froissart. Lo riporto da me tradotto.


Clermont: Chandos, per quanto ancora indosserai il mio emblema?

Chandos: Tu hai il mio… Perché questo simbolo è più mio che tuo.

Clermont: Ti sfido… E se non fosse per la tregua fra le nostre due forze (erano in corso le trattative) ti mostrerei immediatamente che non hai diritto di indossarlo.

Chandos: Ah! Domani mi troverai così abbigliato per difendere e provare con la forza che questo simbolo mi appartiene.

Clermont: Chandos, Chandos, ecco la tipica spacconeria di voi inglesi, che non sapete creare nulla di nuovo. Ovunque guardiate intorno a voi, trovate cose che vi piacciono. [e le rubate.]


Ritornato al campo Edoardo trova tutti i suoi uomini radunati. Arcieri e uomini d'arme, cavalieri e umilissimi fanti. Sarà battaglia, grida prima di ritirarsi nel suo padiglione. È tardi, ormai, per combattere, ma nessuno ha dubbi su cosa avverrà l'indomani all'alba. Chi può prega, chi riesce dorme, mentre piccoli scontri si protraggono per tutta la notte. Mossi dalla fame gruppi di anglo-guasconi si avventurano nei dintorni, prontamente intercettati dagli schermidori francesi che girano come lupi nel buio. Meglio mettersi il cuore in pace e lasciar brontolare lo stomaco. Gli eserciti passano la notte in formazione da battaglia.


Alba del 19 settembre 1356. Non è più tempo di indugi, di trattative, di manovre. Gli eserciti sono schierati e sarà l'acciaio a determinare l'esito dell'offensiva del Principe Nero. Si fanno gli ultimi preparativi. Meglio legare dei lacci di cuoio nei punti in cui la maglia di ferro sborsa e tintinna. Si controllano le imbottiture degli elmi, che se le spade non tagliano, i colpi comunque tramortiscono. Tenere la celata o smontarla per avere una visuale migliore, a discapito della sicurezza? Un veterano con il naso mozzato fa spallucce e consiglia a chi può udirlo di toglierla, che lì in mezzo è meglio vedere quel che accade, invece di illudersi di essere invulnerabili. Indica la ferita fra gli occhi, il varco dal quale tuttora respira sibilante, Avevo la celata abbassata, mica l'ho vista arrivare, quella mazzata! ride, come se fosse una bazzecola. E forse per lui lo è davvero, ormai.

Sinistra maggiore protezione, destra maggiore visibilità. Un dubbio assolutamente amletico!

La cattura di Sir Eustache d'Ambrecicourt, avvenuta a seguito di un duello fra campioni o durante una ricognizione, le cronache non concordano, segna di fatto l'inizio della battaglia. Siamo intorno alle 9 del mattino. I numeri, in campo, propendono a favore dei francesi. Edoardo decide di provare a ritirarsi, in buon ordine, attraverso la strada percorsa il giorno precedente. La sua mossa non passa certo inosservata e quando la divisione di Warwick inizia la manovra di disimpegno, l'ala destra francese, a cavallo, guidata dal maresciallo Audrehem si lancia all'attacco. Contemporaneamente anche l'ala sinistra di cavalleria, guidata dall'altro maresciallo di Francia Clermont (quello dell'alterco con Chandos), carica. Di fronte hanno la battaglia (Nota. Il termine battaglia indicava uno schieramento compatto e sotto un comandante proprio) del duca di Salisbury in perfetto ordine. Un solido muro di scudi e azze protetto ai lati da micidiali arcieri. Vedendo la solidità del diretto avversario di Clermont il conestabile Gautier de Brienne decide di sua iniziativa di seguirlo con un forte contingente appiedato, per inserirsi nel varco che si augura aprirà la cavalleria del maresciallo.

Sono sicuro che il re di Francia, Giovanni, abbia imprecato sonoramente per quell'azzardo. Perché la sapienza con la quale ha disposto le sue truppe fa pensare a un tentativo di imitare la collaborazione arcatores-bellatores di matrice inglese. I balestrieri avrebbero dovuto impegnare gli arcieri mentre la cavalleria caricava. A Crecy, dieci anni prima, si sbagliò facendo avanzare i balestrieri prima, ora invece essi rimangono indietro a causa della maledetta fretta di attaccare. C'è da dire, a discolpa degli sfrenati cavalieri pesanti francesi, che l'errore tattico potrebbe essere nato dall'errata interpretazione degli spostamenti dei bagagli e di Warwick. Immaginando l'inizio di una ritirata quale occasione migliore per disperdere gli inglesi con un solo, portentoso attacco? Invece all'ala sinistra bastò fermarsi e girarsi per ritornare pronta a combattere.

Per gli arcieri con arco lungo inizia il solito tiro al bersaglio. Colpiscono i cavalli d'infilata e ne fanno strage. Entrambe le ali francesi arrivano a contatto con gli uomini d'arme avversari scompaginate e con perdite sufficienti a vanificare la forza dell'urto. Le due battaglie inglesi coinvolte assorbono il colpo e nella furiosa mischia vengono uccisi o catturati la maggior parte dei francesi. Clermont muore, e secondo Froissart la lite con Sir Chandos ne è la ragione, e anche Brienne non trova scampo dalla furia degli anglo-guasconi. Dall'altra parte Audrehem, ferito, si dichiara prigioniero e viene condotto nelle retrovie. I superstiti fuggono disperdendosi fra il campo e la terza linea francese.


Spostiamoci verso lo schieramento francese principale. In prima linea c'è l'erede al trono di Francia Carlo, primogenito di Giovanni. Egli è il primo a portare il titolo di Delfino, derivante dalla regione del Delfinato, e così lo chiamerò nel descriverne l'azione. Dalla sua posizione, a causa del terreno irregolare, il Delfino non può avere una chiara idea dei risultati ottenuti dalle cariche di cavalleria, ciò nonostante sa che deve muoversi. Se le avanguardie hanno sfondato occorre trarne vantaggio e al contrario, qualora fossero in fase di stallo o peggio, è necessario non interrompere l'attacco.

Sia l'Araldo di Chandos che Froissart -i principali cronisti dell'evento- sono concordi nell'insistere sul valore e la tenacia della divisione del Delfino. L'impatto con la linea inglese fu quasi sul punto di comprometterne l'intero schieramento ma piano piano la forza si smorza. Viene suonata la ritirata solo quando lo stendardo del Principe scompare alla vista. La causa principale della sconfitta della prima schiera sta, soprattutto, nella conformazione del terreno favorevole agli inglesi. Lo spazio angusto costringe i francesi a attaccare scaglionati, mentre le forze di Edoardo, muovendosi lungo la linea di difesa, riescono a effettuare vari cambi di uomini sul fronte di contatto. I francesi si spossano senza sostituzioni e alla fine crollano. La ritirata della divisione del Delfino innesca un evento dal peso determinante nella vicenda. Il Duca di Orleans, a capo della seconda schiera, segue i passi della malridotta prima divisione francese e ordina ai suoi di lasciare il campo. Non c'è certezza sulle motivazioni della ritirata, occorrerebbe un approfondimento solo per questo. Sembra che il re di Francia avesse affidato altri suoi due figli al duca d'Orleans, con l'ordine di difenderne prima di tutto la vita. Se il duca aveva seguito la prima schiera, pronto a intervenire in un eventuale varco, doveva per forza aver visto che la sorte non era stata loro favorevole e forse aver deciso di seguire e scortare i rimasugli della battaglia del Delfino, proteggendo in questo modo anche l'erede al trono.

Il re di Francia vede i due terzi della sua armata lasciare il campo e sa per certo che tutto è perduto. Ma in lui scorre sangue reale, e di coraggio ne ha da vendere. Allora raduna a sé tutti gli stendardi più sacri della sua terra e grida affinché tutti possano sentire Avanti! Recupererò il giorno, o verrò catturato, o verrò ucciso. L'intera divisione, composta dalla élite guerriera del regno, si muove verso gli stendardi di Edoardo di Woodstock. Stavolta i balestrieri accompagnano la massa d'acciaio e vessilli che sembra un unico, gigantesco, maglio. Dall'alto della collinetta è Sir Chandos (protagonista assoluto sia prima che dopo a quanto pare) a pronunciare parole destinate a divenire immortali: egli si avvicina al Principe Nero e lo esorta Caricate, mio signore, il giorno è vostro. Dio è con voi oggi.

Gli uomini al seguito di re Giovanni puntano i piedi e non meditano certo di arrendersi: occorre attaccare, ha ragione Chandos. Edoardo da ordine a una buona parte di uomini d'arme di montare in sella e tenersi pronti. Inoltre invia il Captal de Buch con la riserva a cavallo -60 cavalieri e circa 100 balestrieri guasconi- a aggirare la schiera francese. Arcieri e balestrieri di entrambi gli schieramenti iniziano a bersagliarsi con fitti lanci, poi gli schieramenti giungono a contatto con uno stridio inimmaginabile di ferro contro ferro. E' uno scontro d'attrito, di spinte e di resistenza. Una mischia furiosa in parte simile a quella dell'odierno rubgy. Quando Edoardo sente gridare "San Giorgio e la Guyenne", urlo di battaglia del Captal, esorta i suoi e lancia l'assalto generale. E' la fine. A dare il colpo di grazia è la divisione di Warwick, dall'ala sinistra, che arriva giusto in tempo per chiudere la tenaglia intorno ai francesi.


Gli inglesi penetrano a fondo nella schiera nemica, uccidono e catturano senza sosta mentre i francesi, allo sbando, si arrendono, fuggono o gettano la loro vita contro le lame di albione, in cerca di gloria sfuggendo la vittoria. Edoardo trova il cadavere di un nipote del cardinale di Perigord (che aveva tentato di far trovare un accordo il giorno precedente) ordina allora a due scudieri di caricarlo su uno scudo e portarlo al cardinale, come omaggio. Voleva così lavare l'affronto fattogli quando molti uomini armati dell'ecclesiastico si erano uniti al re di Francia per combattere contro di lui. Re Giovanni e suo figlio Filippo resistono con valore, ma sono circondati. Quando anche l'Orifiamma cade e il collasso delle loro forze è totale, sono costretti a gettare la spugna.


Si narra che sia stato un cavaliere francese al servizio degli inglesi a chiedere, e ottenere, la resa della regale coppia. Subito inizia la caccia ai fuggiaschi, il massacro dei balestrieri, il balletto dei prigionieri presi e contesi dai vincitori che già pregustano il tintinnare delle monete del riscatto. La battaglia termina a metà pomeriggio, quando Edoardo fa montare il suo padiglione cremisi al centro della spianata e lo stendardo viene issato sulla cima di un albero, per richiamare gli inseguitori dispersi nelle campagne circostanti. I numeri più sicuri, fra le iperboliche cifre delle varie cronache, indicano circa 3/4.000 vittime francesi e 400 inglesi. Come sempre sarà impossibile stabilire con certezza simili dati. Lo spoglio della vittime inoltre fu così brutale e esteso che numerosi uomini anche illustri scomparvero, non riuscendo alcuno a riconoscerli fra i corpi sparsi per la campagna, fra i fossati e i campi. Un anno dopo erano ancora visibili i resti di cadaveri alle porte di Poitiers e lungo le strade che separavano la cittadina dai luoghi della battaglia.


Per la cronaca che avete appena letto ho utilizzato la versione, in francese, delle Cronache di Jean Froissart digitalizzata. https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6342465c/f432.image.r=.langFR


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