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Quinto Fabio Massimo contro Annibale Barca

La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande

-        Archiloco, frammento




Annibale Barca è stato uno dei più acerrimi nemici di Roma, forse il più grande e insidioso in assoluto. Un condottiero talmente innovativo da essere superiore, salvo poche e decisive eccezioni, a tutti i generali che affrontò durante la guerra da lui scatenata. Capace di adattarsi a ogni situazione, fulmineo nelle decisioni, pieno di risorse e determinato, con la condotta della sua campagna in Italia sconvolse i romani. I cittadini dell’Urbe non erano pronti ad affrontare sul piano tattico il Cartaginese che, per certi aspetti, dominò anche su quello puramente strategico, sebbene la grandiosa strategia di Annibale avesse un obiettivo troppo ambizioso per essere realizzabile. Annibale mirava a distruggere la coalizione italica che riconosceva Roma come guida egemone e, proprio per questo rapporto di dipendenza, ne decuplicava la potenza. Già solo questo modo di pensare in maniera asimmetrica la strategia di conduzione di una guerra ha in sé il germe del genio, l’anticipazione di concetti bellici moderni, mai applicati in precedenza con la stessa, lucida, consapevolezza. L’azione militare diveniva quindi lo strumento attraverso il quale smagliare una rete  e non abbattere un solido muro. Tutto si basava sull’errata percezione che tale predominio di Roma fosse inviso ai sottoposti come lo sarebbe stato ai cartaginesi posti nella loro stessa condizione. Come la storia ha dimostrato, le alleanze tra Roma e gli italici risultarono ben più consolidate di quanto il condottiero cartaginese aveva immaginato. Nonostante questo, però, possiamo affermare senza ombra di dubbio che il grande condottiero ebbe il dominio dei campi di battaglia della Seconda Guerra Punica, con davvero poche eccezioni durante l’intero conflitto. Anche a Zama, luogo della sua sconfitta definitiva per mano di Scipione l’Africano, la sua condotta fu comunque brillante.

Annibale dimostrò la sua superiorità nel condurre gli scontri campali sin dal suo arrivo in Italia, alle porte dell’inverno del 218 a.C. Con un’azione che potremmo definire di “guerra lampo”, piombò nel territorio dei Taurini dopo aver valicato le Alpi in un momento giudicato troppo avverso per riuscire. Tralasciando lo scontro del Ticino, di minore entità per le dinamiche e le forze coinvolte, la battaglia del fiume Trebbia non si risolse in un annientamento delle legioni romane solo per poco, obiettivo raggiunto con l’immensa imboscata dell’anno successivo presso il Trasimeno dove le legioni guidate dal console Flaminio vennero disfatte e lo stesso comandante romano fu ucciso. Occorre precisare che pur dimostrandosi vittorioso negli scontri campali, l’eterogeneo contingente condotto da Annibale non aveva la forza di vincere d’impeto i bastioni muniti di forti guarnigioni né, tantomeno, il tempo per condurre lunghi assedi. La forza dei Cartaginesi era squisitamente tattica: il movimento, il saccheggio e il concedere battaglia solo nei modi e nei tempi decisi dal condottiero punico erano l’unica maniera per trionfare.


D’altra parte, l’intera strategia cartaginese si basava su una costante dimostrazione di superiorità militare sul campo, in un’ottica molto ellenistica del concetto di vittoria politica conseguente il fatto d’armi. L’ostinazione di Roma e, soprattutto, l’apparente cecità dei suoi alleati (dal punto di vista cartaginese) che si mostravano freddi di fronte alla forza che Annibale dimostrava di avere, e con essa il diritto di sostituirsi all’Urbe, impedirono a Cartagine di trionfare.

L’incapacità di conquistare una solida posizione nell’Italia settentrionale dove Annibale si era incuneato con la forza delle armi, accresceva il problema della logistica. Un esercito marcia sul proprio stomaco, in ogni questo assunto è sempre stato un pilastro dell’arte della guerra. Anche se le popolazioni celtiche accolsero, in parte, Annibale come un potente mezzo per liberarsi dal giogo di Roma, la mancata defezione degli italici anche dopo la battaglia del Trasimeno costrinse Annibale a condurre la sua armata da un luogo fertile all’altro per saccheggiare e fare provviste. Come rapinatori che incapaci di aprire il caveau della banca si sfogassero contro le suppellettili di scarso valore degli uffici, nella speranza che qualcosa mutasse, alla stessa maniera Annibale iniziò a muoversi lungo la dorsale appenninica augurandosi che la devastazione costringesse Roma allo scontro campale decisivo. La volpe si aggirava per il bosco tentando di ingannare le sue prede, per indurle all’errore fatale, ma c’era un riccio che aveva compreso la sua difficoltà e intuito come poterla affrontare senza rischiare di essere morso.




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