Prologo di Milites 2. Il destino del Legionario



Marco Levinio sospettava che l’idea di partire all’alba per andare a studiare greco in collina non avrebbe incontrato il favore di Emiliano. Sapevano che dietro la rilassante passeggiata filosofica, come l’aveva presentata Gorgida, il precettore greco, si nascondeva un’interminabile camminata tediata dal declinare in greco i nomi di ogni oggetto incontrato lungo la via.

Quando il giovane rampollo degli Scipioni uscì dal suo cubiculum, con lo sguardo abbattuto e le spalle curve, Levinio gli sorrise bonario.

«Impaziente di partire, eh?» domandò il ragazzino lanciandogli un’occhiata gelida.

«Non sto più nella pellaccia.»

Levinio, da custode della postierla della casa degli Scipioni, era passato a guardia personale del nipote adottivo del celeberrimo Scipione Africano. Ora lo accompagnava ogni volta che usciva dalla domus di famiglia e aveva ricevuto il permesso di affibbiarsi la pesante spada gallica, quando lo faceva.

«Per favore, digli che sono malato, non ho voglia…»

«Magari sarà istruttivo.»

«Sì, magari.»

«Di cosa confabulate voi due?» li interruppe Gorgida, facendo il suo ingresso nel peristilio.

Si era vestito come un viaggiatore di lungo tratto ed Emiliano non riuscì a trattenere una sghignazzata. Il largo cappello di paglia, troppo grande per la sua testa, sembrava sul punto di scivolare giù e avvolgerlo. Aveva chiuso una sacca con della corda, facendone poi passare un’estremità intorno alla spalla destra. L’involto era così grande che poteva avervi stipato un corredo completo. Alcuni rotoli di pergamena sbucavano dai lembi, mostrando la natura dell’abbondante contenuto.

«Hai un’intera biblioteca in spalla» disse Levinio.

«Potessi averla solo nella testa» sospirò il tutore, sconsolato.

La casa, intanto, cominciava ad animarsi. Scale venivano addossate alle pareti, secchi colmi d’acqua passati di mano in mano, i mobili rumorosamente spostati. Le pulizie del mattino erano appena iniziate. Tutta la servitù porse l’omaggio del saluto a Emiliano, che scimmiottò i modi pomposi del patrigno nel rispondere. Gorgida annuiva approvando, mentre Levinio osservò scettico lo spregio del giovane per l’etichetta. Quando l’incombenza fu terminata, gli frullò i capelli con la mano, facendo arricciare le labbra al tutore per lo sdegno.

«Andiamo, non ci siamo svegliati prima di tutti per guardarli pulire, sì?» disse il veterano.

«Filone parlava così!» gridò, entusiasta, Emiliano.

«Avrebbe anche aggiunto un’imprecazione» disse Levinio indicando la goffaggine di Gorgida. Emiliano ridacchiò complice e seguì i due adulti all’esterno.

I clienti degli Scipioni erano già radunati davanti al portone, in attesa di essere ricevuti dal pater familias. Li videro quando sbucarono dal vicolo laterale del posticum, sulla via principale. C’era già così tanta gente da rendere impossibile non urtarsi. Levinio aprì loro la strada, attento ai malintenzionati.

Uscirono dalla Porta Ostiense, seguendo la strada che costeggiava il Vicus Mundicei. Emiliano si tappò il naso, disgustato dal fetore della discarica. Anche Gorgida non trattenne smorfie ridicole, finché non fu abbastanza lontano da poter tirare il fiato.

A quel punto il greco iniziò la sua lezione. Aveva preparato alcune disquisizioni filosofiche con cui introdurre all’argomento il giovane rampollo, e già dopo la prima ora di cammino Levinio sentì la mancanza del fetore della città, visto che avrebbe zittito il tutore. La seconda parte della lezione riguardava i nomi da tradurre, e ogni volta che Emiliano sbagliava un accento sembrava che l’Urbe stessa fosse in pericolo, tanto se la prendeva Gorgida. Proseguirono così, attraverso i campi della riva meridionale del Tiberim, fino all’ora del pranzo. Lo consumarono all’ombra di alcuni ulivi. I larghi fusti parlavano per la loro vetustà e i rami folti, intrecciati, denunciavano l’incuria in cui versavano. Levinio provò a parlare di quelle piante, aprendo bocca per la prima volta dopo ore, ed Emiliano era così contento di poter cambiare discorso che balzò in piedi.

«Così eri un agricoltore» commentò Gorgida, senza scomporsi.

«Per quanto tempo?» domandò Emiliano.

«All’incirca dalla tua età fino alla maggiore.»

«E poi? Perché non sei ancora un contadino?»

«Perché sono rimasto in servizio in armi tanto a lungo da non sapere più come tornare a coltivare i miei ulivi.»

«Questo conferma quel che si dice: sei stato nelle legioni esiliate.»

Levinio annuì impercettibilmente, Gorgida schioccò le labbra soddisfatto.

Emiliano approfittò della distrazione del tutore per esplorare la macchia collinare, in quel punto ancora particolarmente fitta. Si intrufolò nel folto degli alberi, un istante prima del richiamo isterico del greco.

«Emiliano! Non allontanarti, per Èracle.»

«Lascialo fare, non ci sono bestie pericolose qui nei paraggi.»

«Potrebbe cadere e farsi male. Sono responsabile della sua incolumità. E anche tu lo sei.»

«Tutta quella filosofia è dura da digerire se non liberi un po’ la mente.»

«Speriamo non accada nulla.»

«Sono qua, pronto a intervenire. Anzi, sai che c’è, vado anche io prima che mi attacchi qualche pulce beotica.» Si stava alzando premendo con forza le mani sulle ginocchia malandate, quando Emiliano lanciò un grido.

«Oh dèi. Venite, presto!»

«L’avevo detto, io» sbottò Gorgida balzando in piedi e affrettandosi verso il bosco.

«Sbrigatevi!» echeggiava la voce.

La macchia era scura, la fitta trama della vegetazione impediva ai raggi solari di penetrare. Pozze d’ombra si alternavano a spirali di cangianti colori. Emiliano stava ritto sul bordo di una lunga depressione del terreno. Numerosi ceppi di alberi tagliati indicavano che quei luoghi erano avvezzi al lavoro dell’uomo, anche se non si vedevano intorno abitazioni.

«Stai bene, figliolo?» gli domandò Gorgida, accovacciandosi davanti a lui.

«Guardate cosa ho trovato!» Emiliano si divincolò e indicò una sagoma coperta da cespugli.

Sospesa sopra la depressione larga cinque braccia, stava un tavolaccio marcito, fissato con corde di canapa pesante a dei pali infissi nel terreno.

«Un rudere, niente di che» rispose il greco, infastidito.

«Rudere di cosa?» insistette Emiliano.

Levinio esaminò i resti da vicino. Scostò parte della vegetazione, mettendo a nudo gli incastri degli elementi lignei.

«Sarà una capanna di pastori…» disse infastidito il greco.

«No» lo interruppe Levinio, divertito dalla realtà della scoperta, «è una marcia con sorpresa

Emiliano si avvicinò incuriosito. «Cosa sarebbe?»

«Un’esercitazione per i tirones. Li hanno fatti marciare fin qui, poi hanno ordinato loro di erigere un ponte, utilizzando le risorse circostanti. Guarda, se ci fai caso intorno a questo punto ci sono solo alberi dal fusto stretto. Aiutami a cercare i ceppi.»

«Ceppi?»

«Il materiale si reperisce il più possibile vicino al luogo dove verrà impiegato.»

Si guardarono intorno per localizzare i resti degli alberi tagliati per la costruzione. Anche Gorgida fece la sua parte, senza però inoltrarsi tra i cespugli. Ne contarono otto solo intorno alla predella sopravvissuta. Levinio, soddisfatto di quella conferma, esaminò con più attenzione i due pali verticali. Erano vecchi di anni. Uno era spezzato all’incirca a metà altezza, l’altro sembrava integro. Tastò la superficie ammuffita, e quando trovò quel che stava cercando chiamò Emiliano a sé. C’erano un III seguito da una H incisi nel legno, dentro un grossolano riquadro ricavato anch’esso con una lama.

«Cosa pensi che sia?» domandò il veterano.

«Terzo… Hastati» rispose Emiliano.

Gorgida sbuffò, spazientito. «Avanti, se non c’è altro da vedere torniamo alla nostra lezione.»

Trascorsero un’altra ora ascoltando gli enunciati della retorica dalla monotona voce di Gorgida. Emiliano era talmente distratto che infine, incerto se picchiarlo o meno, Gorgida concesse una breve pausa di salutare ozio romano, come lo definì appoggiandosi a un ulivo e chiudendo gli occhi.

Quando fu sicuro che il tutore si fosse addormentato, Emiliano alzò la testa dalla stuoia e cercò Levinio. Era sotto una pianta a intagliare un legno col coltello. Muoveva la lama in maniera ritmica ma senza la pretesa di conferirgli una forma precisa.

«Tu hai mai fatto un ponte di sorpresa?»

«Una marcia con sorpresa? Oh, certo.»

«Prima ti ho visto pensare a qualcosa di intenso, però. Il ponte ha risvegliato ricordi, vero?»

«La tua perspicacia sfocerà nella divinazione, prima o poi.»

«Si capisce da come stringi gli occhi ai lati. Così, vedi.» Emiliano gli mostrò un’imitazione caricaturale della sua espressione assorta. «A cosa pensavi?»

«A quella volta che ringraziai chi mi aveva fatto costruire decine di ponti a vuoto, perché salvai la mia vita e quella di altri a cui tenevo grazie all’addestramento ricevuto.»

Emiliano si sistemò meglio. Levinio mise via il coltello e lanciò il legnetto in mezzo all’erba.

«Sai quando Annibale si aprì la strada nelle Alpes?»

«Consoli Publio Cornelio Scipione e Tiberio Sempronio Longo, nell’anno cinquecentotrenta e sei dalla fondazione, nel mese di…»

«Va bene, va bene. A quanto pare Gorgida riesce davvero a farti entrare qualcosa in testa.»

Emiliano sorrise, soddisfatto.

«Io ero là.»

«C’eri?»

«Non da solo, eravamo io, Cneo Manlio e...»

«Il gigante! C’era anche Filone?»

«Sì, ma non interrompermi o perdo il filo. La vecchiaia porta acciacchi alla memoria quanto alla schiena. Dicevo: io, Manlio e Filone siamo stati i primi figli di Roma a vedere il Nemico sul suolo italico, nel territorio dei Taurini.»

«Oh, dèi! E il ponte l’hai costruito per sfuggirgli?»

«Ci arriveremo. È una lunga storia, ma sono certo che questo non sarà un problema, vero?»

Levinio si mise comodo, trasse un profondo respiro e portò Emiliano indietro nel tempo.




Area geografica delle principali vicende del romanzo



Uscita del romanzo: fine novembre


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