• Giovanni Melappioni

Preparare una crociata. Il reclutamento.

Mettere insieme una forza combattente, convincerla ad affrontare un viaggio di anni rischiando di morire di stenti, malattia, briganti per giungere in una terra lontana abitata dai peggiori nemici della propria epoca, non era certo una passeggiata. Su come condurre una crociata (NB utilizzerò il termine crociata per semplificare, ben consapevole della sua origine successiva) non mancano i testi ma troppo poco sappiamo su come organizzarla. Troppo spesso, infatti, il fenomeno del radunarsi dei "crociati" viene liquidato come turbine privo di ogni organizzazione. "Armiamoci e partiamo!" e ci si immagina cavalieri, contadini e straccioni mettersi in cammino alla buona, guidati dalla fede e/o dalla speranza di guadagni. Sembra che moltitudini si radunino spontanee. QUalche squillo di tromba, alcuni predicatori e via, i nobili portano il loro seguito, i poveri contano pro-capite e via, ecco che abbiamo il nostro esercito crociato. O no? In realtà i fenomeni veramente spontanei furono casi più isolati che prassi.


Ciò nonostante quasi tutti i moderni testi sulle crociate racchiudono gli eventi tra due monolitiche colonne narrative: "La spedizione partì da..." a "... E così terminò la crociata." E il prima della partenza? Come ci si organizzava per reclutare le forze, equipaggiarle, organizzando nel contempo il percorso, le soste, i punti di incontro? Potevo non addentrarmi alla scoperta di questa zona d'ombra?

Ho trovato un documento eccezionale, per tale scopo. La cronaca di Giraldo del Galles, il quale fu testimone oculare del viaggio dell'arcivescovo Baldovino di Canterbury in Galles per predicare una nuova crociata. Procediamo con ordine, però. Tutto ha inizio il 4 luglio 1187, giorno del disastro di Hattin. Saladino, nell'assolata piana fra il lago di Tiberiade e le due alture dette corni di Hattin, stermina quasi completamente l'esercito del Regno di Gerusalemme. Una disfatta epocale, preludio di una svolta ancora più drammatica per la cristianità europea: la perdita di Gerusalemme (2 ottobre 1187). La notizia giunse a papa Urbano III nell'ottobre dello stesso anno, a Ferrara dove risiedeva in fuga dal senato ribelle di Roma. Leggenda vuole che la sua morte, avvenuta proprio in quel periodo, fosse stata causata dal dolore per la disfatta cristiana. Il suo successore, Gregorio VIII, fa redigere con urgenza una bolla -la Audita Tremendi- con la quale smuovere le coscienze di tutta Europa e portare aiuto alla città Santa (del cui destino ancora non si sapeva nulla ma nessuno si faceva molte speranze). I messaggeri raggiunsero le corti settentrionali durante l'inverno. Riccardo, il futuro Cuor di Leone, venne informato mentre si trovava a caccia nei territori da lui più amati, il Poitou. A Gisors, in Normandia, viene copiata e archiviata la bolla il 21 gennaio del 1188. Nel febbraio del 1188 in Inghilterra viene registrato il primo sermone facente menzione della sconfitta di Hattin. Non ancora una chiamata alle armi vera e propria ma un'evidente tentativo di sensibilizzare mentre le alte sfere ecclesiastiche prendono in mano la situazione. Nel fermento generale ci ricorda Gisleberto di Mons che Enrico II, re d'Inghilterra, va alla ricerca di un gruppo di banditi che avevano scambiato la grazia con la Croce e ancora non erano partiti (non sappiamo l'esito di questa spedizione ma che fosse il re in persona a occuparsene la dice lunga sui sentimenti scatenati dalla Audita Tremendi!).

Ritorniamo alla cronaca di Giraldo di Barri -l'Itinerarium Cambriae- a Baldovino, l'arcivescovo itinerante che decise di smuovere i bellicosi Cymry, gli abitanti dell'odierno Galles (Cambria) compiendo un lungo itinerario nelle loro terre. Gli andò incontro Rhys ap Gruffydd, principe del Galles meridionale. Grazie all'intercessione del nobile molti risposero alla prima chiamata e ascoltarono le parole di Baldovino nei pressi di Cardigan. Era una prassi regolare, quella di anteporre a qualsiasi altra predicazione un incontro preliminare con la nobiltà locale. In questa occasione, ci racconta Giraldo, Baldovino concordò una serie di incontri lungo un percorso preciso e ogni nobile presente si impegnò per mobilitare i propri sudditi, le clientele e i servi sottoposti al loro potere. Le date venivano stabilite per finestre temporali, così che i ritardi degli spostamenti non fossero causa dell'annullamento di un incontro o di un sermone. Quando Baldovino giungeva in anticipo egli si premurava di incontrare in privato le personalità più influenti dell'area. Fu così che il vescovo di Bangor, dopo una notte di incessante colloquio, prese la croce (dimostrando, in tal modo, la sudditanza della diocesi gallese a quella di Canterbury). Dato che per offrirsi volontari come crucesignati occorreva l'approvazione del coniuge o della famiglia -quella dei signori era in qualche modo concessa de facto dopo la riunione a Cardigan- Baldovino cercava di parlare con più persone possibile. A leggere Giraldo sembra che non avesse un solo minuto di riposo personale, tanto da giudicare rinfrancanti i viaggi per spostarsi da un luogo all'altro.

Le modalità erano studiate nel dettaglio, c'era molta teatralità per vincere difficoltà linguistiche e reticenze culturali (i gallesi non si sono mai sentiti parte della corona inglese). Chi rispondeva alla chiamata doveva inginocchiarsi e segnarsi più volte in attesa che l'arcivescovo lo invitasse ad alzarsi e a prendere dalle sue mani una piccola croce di legno, il pegno per la partenza. Il sermone poteva essere coadiuvato da forti personalità locali. Un prete particolarmente carismatico, opportunamente istruito da Baldovino, poteva parlare al suo posto. Nelle comunità rurali questa formula si rivelò vincente. C'è anche un accenno alla scaletta, vera chicca per medievisti. Sembra che il corpo principale di ogni discorso pubblico fosse diviso in tre: casus belli, impegno personale, possibili rimedi. In pratica si illustrava la situazione nelle terre d'Oriente, si faceva leva sulla sensibilità scatenata grazie ai terribili racconti del primo punto e poi si esortava a rispondere nell'unico modo possibile alla chiamata del Signore: partendo per la Terra Santa in armi. Ogni punto era diviso dalla Brevis Ordinacio, una formula che faceva rimbalzare dal pubblico all'oratore un ritornello di facile memorizzazione, quasi un mantra. Le folle non erano in grado di cogliere le sottigliezze retoriche, andavano imbrigliate con metodi efficaci.


Ovviamente non fu tutto facile. Giraldo ci racconta delle difficoltà di gestione delle pause, importantissime per la formula retorica utilizzata. A volte lo spettacolo diveniva grottesco, quando le traduzioni in gallese spegnevano l'entusiasmo scatenato dalla presenza fisica di Baldovino che, pur parlando nell'incomprensibile latino della Chiesa, dominava il volgo con l'eleganza dei gesti e l'aurea di autorità. Salvo poi, appunto, veder rovinato tutto da una traduzione fiacca e priva di appeal che metteva in risalto i disagi e in ombra i guadagni dell'impresa.

Nonostante tutto, però, dal Galles si mossero in pochi e scarsamente preparati. I principi non mantennero le promesse fatte a mezza bocca, i cavalieri e i seguiti armati rimasero a guardare in cagnesco gli inglesi oltre il confine e Baldovino, in sostanza, fallì nell'intento ultimo ma non in quello politico. La chiesa legata alla corona inglese aveva guidato la predicazione, aveva ricevuto formali -effimere- dimostrazioni di sudditanza e in pratica aveva ottenuto tutti i risultati sperati, tranne quello principali che, in fondo, riguardava luoghi distanti e per i quali ciò che si era fatto venne giudicato abbastanza, dall'arcivescovo di Canterbury.


Il Cavaliere del Leone è la lettura perfetta per tutti gli amanti del medioevo.

Una straordinaria avventura di coraggio, amicizia, guerra e amore.

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