Motte castrali, i primi castelli. Terra, legno e determinazione

Motte & Baileys

La motta castrale, meglio conosciuta nella forma inglese di motte-and-bailey, è una fortificazione tipica dei secoli centrali del Medioevo europeo caratterizzata da una torre in legno, pietra o combinazione dei due elementi, eretta su un'area rialzata di terreno, in parte o del tutto artificiale, chiamata motta, accompagnata da uno o più cortili, uno che condivideva la sommità con essa e gli altri, solitamente, nella piana sottostante, circondati da fossati e palizzate.



Con motte si indicava una bassa collina, un monticello di terra (Charles du Fresne du Cange fornisce questa definizione nel suo Glossarium Mediæ et Infimæ Latinitatis), e in Francia, generalmente venivano così indicati i cumuli di zolle di terra. Solo dalla fine del XII secolo la motte cominciò a essere associata al design del castello stesso.


La parola bailey deriva dal francese normanno baille, o basse-cour, utilizzata per indicare un cortile pianeggiante circondato da una palizzata. Nelle fonti medievali, il “cortile basso” circondato da una fortificazione era descritto con il termine generico latino castellum, con non poca confusione per noi moderni dato che poteva valere sia per una fortezza che per una città vera e propria.


Questo particolare tipo di castello comparve nel X secolo d.C. nella Francia settentrionale per poi diffondersi, dal secolo successivo, grazie soprattutto all’intensa attività di conquista dei Normanni che ne introdussero il design in Inghilterra, Galles e Italia meridionale. A partire dal XI secolo il loro successo portò a una capillare diffusione del sistema.


Per vie diverse essi vennero adottati anche in Germania, Boemia, Scozia, Paesi Bassi e Danimarca.



Elementi caratteristici delle motte castrali



La motta


La motta, la collina artificiale fulcro della costruzione, era composta di terra ammonticchiata e appiattita, molto simile a un tumulo funerario di alcune stirpi celtiche.

Tomba a tumulo celtica Glauberg

Il materiale, nella maggior parte dei casi, veniva prelevato dalla scavo di uno o più fossati con i quali aumentare le difese del sito. Le dimensioni sono delle più varie. Si va da un massimo di trenta metri a un minimo di tre di altezza e dai trenta ai novanta metri di diametro alla base. In Galles, per esempio, regione dal terreno aspro e duro meno del dieci per cento delle motte è più alta di dieci metri.

Una torre veniva poi eretta in cima alla collina artificiale e, nelle motte più ampie, una cortina di pali a corollario della sommità. Nelle costruzioni di maggiore volume la palizzata sarebbe stata rinforzata da terrazzamenti per costituire dei camminamenti e estendere la capacità difensiva del mastio. Quest’ultimo poteva essere una semplice torretta, poco più di un’altana per l’avvistamento e modesto rifugio finale in caso di breccia nelle palizzate oppure avere piani funzionali all’abitazione e bertesche sulla sommità dalle quali colpire gli assalitori penetrati nel cortile della motta.


Esiste un resoconto contemporaneo di queste strutture. A fornircelo è il cronista Jean de Colmieu il quale redasse, intorno al 1130, una descrizione della regione di Calais, nel nord della Francia. De Colmieu racconta di come una famiglia di nobili abbia costruito un tumulo di terra il più in alto possibile e scavato un fossato su di esso il più ampio e profondo possibile. Lo spazio in cima al tumulo è racchiuso da una palizzata di tronchi tagliati molto forti, rafforzati a intervalli da tutte le torri che i loro mezzi possono fornire. All'interno del recinto c'è una cittadella, o mastio, che comanda l'intero circuito delle difese. L'ingresso alla fortezza avviene per mezzo di un ponte, che, salendo dal lato esterno del fossato e sostenuto su pali mentre sale, raggiunge la cima del tumulo

É da notare la definizione di cittadella, o mastio, per indicare l'insieme delle costruzioni sorte sulla sommità della motta. Si tratta del noto donjon che, come fa presente lo specialista Aldo Settia (Castelli medievali, Mulino, p. 82-83) non è solo e esclusivamente il torrione di difesa principale ma più correttamente il termine va a identificare l'intero insieme delle strutture componenti il nucleo principale del castello. Il suo cuore, difensivo, amministrativo e signorile. Nell'immagine qui sotto il torrione può essere indicato come Donjon, perché la funzione abitativa e difensiva si assommano, nella ricostruzione generale.


Nel suo Historia comitum Ghisnensium, Lamberto di Ardres racconta le vicende dei conti di Guines e ci ha lasciato invece una descrizione molto interessante di un donjon che dimostra la correttezza della tesi di Settia, da me completamente condivisa. Il primo livello era sulla superficie del terreno, conteneva cantine e granai, imballaggi, tonni, botti e utensili domestici. Al piano superiore [che, tramite una scala, comunicava con l’esterno] c’era la parte abitativa e l’area delle attività diurne, le stanze dei dispensieri, dei macellai e dei fornai, e la grande camera in cui dormiva il sire con sua moglie. Al piano superiore c’erano gli spazi privati della masnada e l’area per svolgere il servizio di sentinella


Avete notato quante "stanze", spazi e persone risiedono nel donjon in questa cronaca dell'epoca? Una semplice torre non potrebbe fungere alle funzioni riportate da Lamberto di Ardres. La cronaca ci mostra una composizione più articolata della cittadella, sicuramente dotata di una robusta torre ma, appare evidente, non soltanto da essa.


Il cortile (bailey) L’area recintata su cui si affacciava la motte e circondata da una eventuale seconda recinzione di legno più larga di quella a protezione del torrione era il cortile basso, il castellum delle fonti coeve. Esso conteneva diversi edifici, tra cui una grande sala, cucine, una cappella, alloggi, stalle, fucine. Era il centro dell'attività sociale e economica del castello. In quasi tutti i casi era collegato alla motte da un ponte anche se abbiamo evidenze archeologiche di gradini tagliati lungo la superficie del colle. Quando anche il cortile era circondato da un fossato, questo si univa a quello della motta, formando una figura di otto intorno al castello. Quando se ne aveva la possibilità, i torrenti e i fiumi vicini venivano deviati per riempire i fossati d'acqua.

Non c’era un modo univoco di procedere alla costruzione. In alcuni casi un singolo cortile basso circondava due motte con fortificazioni come nel castello di Le Puiset o, viceversa, c’erano più cortili intorno a una sola collina artificiale come nel caso del castello di Windsor, in Inghilterra.



Le motte castrali sono i castelli per eccellenza dei miei romanzi d'avventura storica.

Ademar ne assedia e ne difende innumerevoli ne

👉 "Il cavaliere del leone" e Guibert, protagonista della saga 👉 "Il giglio e il grifone" è nato e cresciuto all'ombra del donjon di suo padre Ademar.




Costruire una motta castrale


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Costruzione del motte and bailey di Hastings, dall'Arazzo di Bayeux

Vari metodi sono stati utilizzati per costruire questi castelli. Quando la conformazione del terreno lo rendeva possibile, si tendeva a sfruttare monticelli naturali, limitandosi ad adattarli alle esigenze costruttive. In aree geograficamente piatte, però, dove proprio questo sistema di fortificazione prosperò, la motta veniva eretta partendo dal livello del terreno. In alcuni casi si costruiva la torre sopra una sporgenza giudicata adatta e poi si scavava il contorno, in altri, i più comuni, si alzava la motta in tutta l’altezza stabilita e poi si costruiva il torrione. Se ci fosse stata la necessità di avere spazi sotto il livello del terreno della motta, la torre sarebbe stata costruita nel mentre che si ammonticchiava la terra, seppellendone così la porzione che avrebbe costituito il futuro sotterraneo.

In ogni caso, le motte artificiali dovevano essere costruite accumulando terra; questo lavoro veniva intrapreso a mano, utilizzando pale di legno e picconi. Motte più grandi hanno richiesto uno sforzo sproporzionatamente maggiore per essere costruite rispetto ai loro equivalenti più piccoli, indipendentemente dal numero e dalla forma delle strutture abitative e difensive aggiunte in seguito, a causa dei volumi di terra coinvolti. Quello era il momento di massimo sforzo dell’intero cantiere. I lavori potevano durare alcuni mesi, se la struttura in costruzione era già nel suo progetto iniziale destinata a durare nel tempo e a recare anche confort, oltre che sicurezza, ai suoi abitanti. Di motte castrali costruite in pochi giorni si parla in alcune cronache ma si trattava di strutture prettamente militari, prive di necessità oltre l’immediato utilizzo immediato come rifugio e base operativa per la campagna bellica in svolgimento. Al lavoro di costruzione seguivano, poi, i continui interventi di manutenzione. La pioggia poteva erodere il terreno provocando crolli e una stagione troppo secca provocare spaccature a loro volta causa di cedimenti. Il legno delle palizzate marciva, andava trattato o sostituito. Rispetto all’idea che abbiamo di quasi immortalità di un castello in muratura (ovviamente falsata) una motta castrale era simile a un organismo vivente le cui cellule si riparano o sostituiscono in continuazione e più volte nel corso della sua esistenza.



L'origine. Evoluzione o invenzione?

Come abbiamo detto, analisi archeologiche e fonti d’archivio fanno risalire i primi castelli di questo genere alla seconda metà del X secolo. Il periodo è quello delle ultime grandi invasioni, ossia gli attacchi all’Europa cristiana da parte di Scandinavi, Saraceni e Ungari. Nelle aree più soggette all’espansionismo di questi popoli l’incastellamento fu un fenomeno diffuso e ampiamente dimostrato. Le città si fortificarono, nelle campagne le curtis cominciarono a somigliare a fortilizi e antiche fortezze, ma anche nuove, vennero utilizzate per proteggere i confini, fungere da basi logistiche per i contrattacchi e fornire protezione immediata alla popolazione. In questo contesto, in aree di scarsi rilievi, dove la produzione di mattoni o l’estrazione di pietra dalle cave non fosse economicamente sostenibile, la struttura della motta castrale fu la risposta alle esigenze di tutela che si erano venute a creare. Nello specifico l’area della Francia settentrionale, tra Maine, Angiò e Ile de France rispondeva sia alle esigenze contingenti che alle peculiarità geografiche per la nascita di un simile castello. Sempre in quell’area, un altro fattore da tenere presente è il frammentarsi dei poteri a seguito della caduta dell’Impero carolingio. Nuovi signori emersero, mentre altri appartenenti alla grande nobiltà costituirono dei principati indipendenti anche grazie al supporto di uomini in armi di minor retaggio ma non certo meno necessari per il mantenimento del potere. A questi uomini venivano concesse terre in beneficio, e in quelle dove poi tali guerrieri presero residenza si rese necessario costruire delle fortificazioni che potessero manifestare la potenza del signore locale, la sua capacità di difendersi e difendere chi era a lui fedele e, non da ultimo, avere un luogo nel quale amministrare ciò che si possedeva. Un approccio, questo, che si sviluppa contestualmente ai legami cosiddetti feudali della società dell’anno Mille. La diffusione dei castelli motte-and-bailey sarebbe dunque legata alla creazione di feudi locali e alle necessità dei proprietari terrieri feudali. Nelle aree dove questo metodo di governo non si era diffuso, raramente costruivano questi castelli. Un’altra ipotesi vuole invece il sistema come una possibile evoluzione (concettuale, non architettonica ovviamente) delle basi temporanee, i cosiddetti Longphort, che gli Scandinavi costruivano nei luoghi d’approdo durante i loro viaggi di razzia. I vichinghi, intesi proprio come i razziatori che giungevano dal mare e facevano man bassa di quanto era possibile prima di una reazione delle forze locali e/o dell’arrivo della cattiva stagione, avevano la necessità di proteggere i propri accampamenti. L’archetipo del motte-and-bailey era certamente efficace contro gli assalti di aggressori non organizzati, di facile costruzione nella sua forma base ma, come suggerisce lo storico André Debord, la documentazione storica e archeologica rimane relativamente limitata e per quanto suggestiva, quest’ultima ipotesi non è accettabile. Uno dei presupposti di costruzione di una motta castrale è la disponibilità di una grande forza lavoro nell'immediato, cosa che mancava agli esigui equipaggi dei drekar. Inoltre, è certo che questo sistema castrale sia giunto in Irlanda tramite i Normanni che l’invasero a partire dalla seconda metà del XII secolo. Se fosse stata un’invenzione scandinava, data la frequenza delle incursioni norrene nell’area ben prima dell'arrivo dei Normanni, avremmo avuto evidenze di motte precedenti il XII secolo e più vicine all’epoca delle grandi invasioni vichinghe. Rimane dunque più valida la teoria che vede le motte castrali come arma di difesa proprio contro questi incursori, i quali ovviamente ne avranno apprezzato le qualità adattandole ai propri scopi a loro volta.

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Ricostruzione di longphort

In effetti, le prime prove puramente documentali attestano la presenza di questi castelli in Normandia e Angers a partire dal 1020 e una combinazione di prove documentarie e archeologiche sposta la data della prima motta castrale al 979 nei pressi di Vincy. I resti attualmente indagati confermano che intorno agli anni finali del X secolo e fino alla metà del XI vi fu un grandissimo utilizzo di motte da parte dei conti d’Angiò, in particolare Folco III e suo figlio, Goffredo II, ne costruirono un gran numero tra il 987 e il 1060. Il potente vicino della contea, il duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore, ne copiò il sistema e in una serie di decreti, le Consuetudines et Justicie, proibisce la costruzione indipendente di castelli, definendoli tra l’altro nei termini propri della tipologia motte-and-bailey parlando di fossati, montagnole di terra e palizzate.

Quando poi invase e conquistò l’Inghilterra, utilizzò una grande quantità di motte-and-bailey per consolidare il suo dominio. Le maggiori città dell’isola videro porzioni del tessuto urbano spianate per fare spazio ai castelli su motta, in chiave di controllo soprattutto della popolazione a maggioranza sassone. Quando poi la spinta alla conquista normanna si rivolse verso il Galles, area particolarmente montagnosa, nei primi anni gli aggressori riuscirono a ottenere dei successi solo nelle aree pianeggianti, mentre i Gallesi occupavano le maggiori alture. Nelle pianure, la motta castrale era una soluzione rapida, solo più tardi sostituita dai castelli in pietra simbolo di una conquista più stabile e duratura.


A partire da queste date, e da questi luoghi, inizia la diffusione della motta castrale. Nel pieno XI secolo verranno costruite nel territorio del Sacro Romano Impero, in particolare in Alsazia, in Boemia e in Austria. Dove si allargavano i confini dell’Impero, ecco comparire delle motte castrali. La praticità della loro costruzione, la funzionalità anche negli schemi più scarni, poco più che accampamenti fortificati, rendeva questi castelli pratici. Il prestigio di chi aveva il potere di erigerli era immediato, funzionale al ruolo di governo dei territori appena colonizzati. La forma più comune era, infatti, quella del Bergfried, l’alta torre da combattimento come l’ha ben definita lo storico Stephen Friar. Si trattava di una massiccia torre, particolarmente alta, poco adatta all’uso abitativo ma solido baluardo temporaneo. In totale si contano più di settecento motte castrali costruite in questo periodo.


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La motte di Vliedebergen, Paesi Bassi, e una ricostruzione grafica del fortilizio

Partendo dall’area che abbiamo inquadrato come luogo della loro nascita, i castelli motte-and-bailey iniziarono ad essere adottati altrove, principalmente nel nord Europa. Nei Paesi Bassi ne furono costruiti in un certo numero a partire dalla fine del XII secolo fino a buona parte del XIV. Nelle Fiandre, regione fortemente influenzata dal ducato di Normandia, già a partire dal XI secolo vennero erette delle motte soprattutto lungo i confini, ferocemente contesi. In questi luoghi i castelli seguivano il design tradizionale, ma nelle città i castelli spesso mancavano dei tradizionali bailey, avendo parti della cittadina stessa a svolgere tale ruolo, un effetto della maggiore tendenza all’urbanizzazione dell’area.


Nella vicina Danimarca i castelli motte-and-bailey apparvero tardi e in numero più limitato che altrove. Questo va a forte detrimento della teoria dell’importazione “vichinga” e si spiega con il contesto scarsamente feudale della società danese, ulteriore prova a favore dello sviluppo delle motte castrali come risposta difensiva in aree dove si stava costituendo una nuova nobiltà guerriera, decisa ad affermarsi come potentes della regione. In Norvegia, eccezion fatta per alcune zone intorno a Oslo, il fenomeno non conobbe sviluppo.


Al contrario, in Scozia emersero come conseguenza della centralizzazione dell'autorità reale a partire dal XII secolo. Re Davide I incoraggiò i nobili normanni e francesi a stabilirsi nel suo regno, introducendo il modello feudale di proprietà terriera e l'uso dei castelli come un modo per controllare le pianure contese.


Motte castrali italiane


La velocità di costruzione, l’esiguo costo quando si poteva contare su un’adeguata forza lavoro asservita, avevano reso le motte castrali uno strumento formidabile nelle mani di un popolo intraprendente e aggressivo come quello normanno. Ne restano, però, pochi esempi come la motta castrale di Torricella (LE).

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Motta castrale di Torricella. Ricostruzione e resti attuali

Facile comprenderne le motivazioni: quando cominciò la conquista dell’Italia meridionale e della Sicilia le strutture a motte furono utilizzate ma divennero presto obsolete, quando non del tutto inutili. Il Mediterraneo era un crogiolo di culture assai sofistica. Romani, arabi, e gli stessi popoli italici, avevano mantenuto, riadattato, inventato metodi costruttivi superiori e ben presto anche i Normanni trovarono molto più confacente costruire in solida pietra, soprattutto a partire dal consolidamento dei loro domini. Anche nel nord Italia vi sono tracce di motte castrali, come quella di Castelminio di Resana (TV) e quella di Stigliano di Noale (VE).



Per concludere, una curiosità Denis Pringle, nel suo A castle in the sand: mottes in the Crusader east (p.190), ci racconta di una motta castrale eretta ammonticchiando solamente sabbia, costruita durante la V crociata nel 1221 in Egitto dai cavalieri normanni della spedizione. A partire dalla fine del XIII secolo il sistema iniziò a declinare in favore di forme più solide di fortificazione. A tutti gli effetti, le motte castrali possono essere definite castelli di transizione, funzionali soluzioni a problemi contingenti in un’epoca molto spesso dura ma non per questo meno affascinante.



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Per approfondire

Sono quattro dei testi utilizzati per la stesura di questo articolo. Li consiglio caldamente per la grande quantità di informazioni sull'argomento in essi contenuta.


Castelli medievali di Aldo Settia


Anglo-Norman Castles di Robert Liddiart



Castelli medievali di Raffaele Licinio


Castles: Their Construction and History di Sidney Toy






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