• Giovanni Melappioni

La leggenda di Ive Taillefeur, il poeta-guerriero di Hastings

Consiglio caldamente l'ascolto di questo pezzo EPICO: Doomsword "the youth of Finn McCool" durante la lettura


Guglielmo di Malmesbury nel Gesta Regum Anglorum ci fa sapere che a Hastings i normanni partirono all'attacco intonando alcuni versi della Chanson de Roland.

Il cantore Robert Wace, quasi un secolo più tardi, aggiunge colore alla vicenda raccontando di un giullare (no, non un buffone, ma un cantore-cavaliere in arme) che all'inizio della battaglia chiese il permesso a Guglielmo di caricare per primo. Permesso prontamente concesso.



Tagliaferro, questo il nome del poeta-guerriero, si lanciò contro il muro di scudi anglosassone recitando il poema del Paladino di Carlo Magno e fu il primo a colpire il nemico e il primo a morire, secondo la leggenda.


Taillefuer qui mult ben canthout, Sur un cheval qui tost alout, Devant le Duc alont chantant, De Karlemaigne e de Rollant, E d'Oliver e des vassals, Qui moururent en Roncesvals


Tagliaferro che molto bene cantava,

su un cavallo che veloce correva, 

Davanti al Duca cantò,

Di Carlomagno e di Rolando,

e d'Oliviero e dei vassalli,

Che morirono a Roncisvalle. 


Così scrive Robert Wace, un normanno che nella metà del XII secolo redasse una storia dei Duchi di Normandia, fino alla battaglia di Tinchebray del 1106 (guarda caso l'anno in cui iniziano le vicende di Forgiati dalla spada... ).

Nel Carmen de Hastingae Proelio, attribuito al Vescovo Guido di Amiens e scritto appena due anni dopo la battaglia, si fa menzione dell'evento ma non del nome di Tagliaferro. Questi viene descritto come un jogluer, un uomo di corte avvezzo non solo al canto e all'intrattenimento ma anche alle armi. In una società profondamente analfabeta la memoria delle gesta degli antenati si tramandavano tramite le canzoni e padroneggiare l'arte di renderle "vive" era parte del bagaglio culturale dell'aristocrazia guerriera del tempo.


Secondo quanto riporta il Carmen questo jogluer, improvvisamente, diede di sprone e sorpassò lo schieramento normanno in lento avvicinamento alla collina di Senlac e salutato il Duca Guglielmo, caricò cantando l'immenso muro di scudi anglosassone. Provocò i campioni avversari finché uno di questi non uscì dai ranghi cogliendo la sfida. Il cantore lo uccise quasi subito e poi si gettò, ebbro della vittoria, nel varco aperto dall'avversario dove -letteralmente- svanì sommerso dagli anglosassoni. Aveva forse compreso, l'anonimo bardo-guerriero, che la battaglia sarebbe stata di quelle che nessun mortale avrebbe mai dimenticato e voleva dunque consegnarsi all'eternità?


Affascinante ipotesi che non può che solleticare anche il più stoico dei ricercatori. Forse è proprio per questo che ho scoperto la vocazione al romanzo: spesso la fantasia, opportunamente stimolata, è difficile da contenere entro le seriose mura del rigore accademico.


Per concludere, ecco i versi (o più probabilmente una piccola parte di essi, quelli più noti e evocativi) che a mio avviso il prode cantore ha innalzato al cielo lanciandosi contro il nemico verso morte e gloria certe.

CLXXIII

Lo sente Orlando che la morte l’afferra,                                 giù dalla testa fin sul cuore gli scende. Fin sotto un pino se n’è andato correndo, sull’erba verde ci si è accanto disteso, la spada e il corno sotto sé si mette. Volta ha la testa alla pagana gente, e così ha fatto perché vuole davvero che dica Carlo e con lui la sua gente che morì il nobile conte da vincitore. Confessa le sue colpe ripetutamente, per i peccati in pegno offre a Dio il guanto.

CLXXIV

Lo sente Orlando che il suo tempo è finito,                            volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo; con una mano  il petto s’è battuto: «Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù, dei miei peccati, dei grandi e dei minori che ho commesso da quando venni al mondo fino ad oggi, che qui son stato preso!». Il guanto destro perciò ha teso a Dio, angeli scendono giù dal cielo a lui.

CLXXV

Il conte Orlando giace sotto un pino, verso la Spagna tiene volto il viso. Di molte cose gli ritorna alla mente, di tante terre quante ne prese il prode, la dolce Francia, quelli del suo lignaggio, Carlomagno che l’allevò, suo signore; non può impedirsi di sospirare e piangere. Ma non si vuole dimenticare di sé, confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà: «Vero Padre, che non hai mai mentito, san Lazzaro da morte risuscitasti, e Daniele dai leoni salvasti, a me l’anima salva da tutti i pericoli dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!». Il guanto destro porge in pegno a Dio: San Gabriele dalla sua mano l’ha preso. Sopra il braccio si tiene il capo chino, le mani giunte è arrivato alla fine. Dio gli manda il suo angelo Cherubino e San Michele del mare del Pericolo; insieme a loro viene lì san Gabriele, portan del conte l’anima in paradiso.


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