top of page

Jean II Le Meingre, detto Boucicaut. Il cavaliere perfetto

2 ore fa
Tempo di lettura: 12 min

Bello secondo i canoni del suo tempo, di nobile lignaggio e cresciuto a corte accanto a un futuro re, Jean Le Meingre detto Boucicaut fu il cavaliere perfetto, lo specchio nel quale riconoscere il Trecento francese. La sua vita fu un catalogo di imprese degne di una chanson de geste: dalla Prussia dei cavalieri teutonici alle mura di Costantinopoli, dai tornei più celebri d'Europa al governo di una delle più ricche repubbliche marinare d'Italia.


Jean Le Meingre imparò il mestiere delle armi alla scuola del mastino nero di Broceliande, Bertran du Guesclin. Il maestro e l'allievo, il combattente venuto dal basso e il cavaliere perfetto: due volti opposti dello stesso mondo ideale, separati da una generazione e legati da un medesimo destino. Entrambi compresero, ciascuno a modo suo, che le grandi battaglie campali contro gli inglesi erano una trappola. A du Guesclin la vita concesse la libertà di agire di conseguenza, e morì glorioso. All'allievo, come vedremo, quella libertà fu negata e la sua sconfitta più grande, Agincourt, segnò la sua fine.


Jean le Meingre le Boucicaut

Le origini


Boucicaut nasce a Tours nel 1364 (qualche fonte riporta il 1366). Il soprannome, curioso e un po' impronunciabile, non è una sua invenzione: lo portava già suo padre, Jean I Le Meingre, anch'egli detto Boucicaut, maresciallo di Francia, morto a Digione quando il bambino aveva appena tre anni. La madre, Fleurie de Linières, veniva da un'antica famiglia del Berry. Il piccolo Jean cresce dunque orfano del padre, ma con un capitale morale da poter spendere, grazie ai servigi resi dal genitore alla corona.


Carlo V, infatti, lo invita a corte dall'età di nove anni, permettendogli di crescere insieme al Delfino, il futuro Carlo VI, di cui Boucicaut resterà amico per tutta la vita. Non si tratta soltanto di un privilegio ma di una scuola di potere, di lealtà, di appartenenza al cuore stesso del regno. Il giovane Jean convince il precettore del Delfino, Louis de Bourbon, a prenderlo con sé come paggio, e in questa veste, ancora ragazzino, assiste ai suoi primi assedi.


Nel 1380 muore Carlo V e il suo compagno di giochi sale al trono come Carlo VI. La ruota della fortuna, per Jean Le Meingre, continua a girare nel verso giusto.


Gloria a Roosebeke


Il momento per mostrare il suo vero valore arriva nel 1382. In quell'anno Carlo VI deve intervenire contro la rivolta delle città fiamminghe guidate da Philippe van Artevelde. Boucicaut si distingue negli scontri presso il Ponte di Comines, il 26 novembre, preludio della battaglia campale del giorno dopo. La sera stessa, Louis de Bourbon lo arma cavaliere sul campo per i meriti conquistati. Jean, nel 1382, ha tra i sedici e i diciotto anni. L'investitura è l'attestato di uno spirito indomabile.


Il giorno dopo combatte a Roosebeke, e qui la cronaca ci regala uno di quei momenti che valgono un intero ritratto. Durante il combattimento, si trova davanti un fiammingo di statura immensa che lo deride per la giovane età. Il gigante pare gli abbia gridato "Va' a poppare, bambino". Boucicaut non risponde nulla, gli si lancia contro e quando il gigante giace morto ai suoi piedi, lo apostrofa sprezzante "I bambini del tuo paese, giocano a questi giochi?".


L'episodio è riportato nelle sue gesta scritte, e va preso con tutte le precauzioni del caso, è però interessante notare che dove du Guesclin otteneva successi con la forza bruta e una magistrale conduzione di guerra asimmetrica, Le Meingre incarna fin da subito l'eleganza tagliente del perfetto uomo d'arme.


Verso Oriente. Vita da cavaliere errante


Negli anni successivi Boucicaut, indomabile come l'abbiamo definito, parte in cerca di guerre lontane e degne. Combatte in Prussia a fianco dell'Ordine Teutonico contro i lituani ancora pagani. Serve come luogotenente in Poitou e Guienna. Poi, nella primavera del 1388, insieme all'amico Renaud de Roye mette insieme una piccola compagnia e si imbarca per l'Oriente.


È il capitolo più romanzesco della sua vita, quello che assomiglia a un romanzo cavalleresco. Passando da Venezia, raggiunge Costantinopoli, e resta inorridito dallo spettacolo di decadenza che offre la corte bizantina, ormai spettro di sé stessa. Spinto dalla curiosità del soldato di mestiere, si reca a Bursa per conoscere il sultano Murad I e studiarne da vicino le tattiche di guerra ottomane. Il sultano, in guerra contro i serbi, offre ai due capitani francesi di entrare al suo servizio. I due rifiutano, perché non intendono combattere contro altri cristiani ma Murad non se ne offende. Al contrario, quando i francesi manifestano il desiderio di recarsi in Siria, li fa scortare da uomini fidati.


A Gerusalemme apprendono che un grande signore francese, Philippe d'Artois, di ritorno dalla Terra Santa, è stato catturato e imprigionato dal sultano d'Egitto. Boucicaut lo raggiunge per trattarne la liberazione. Fallito ogni tentativo, decide di condividerne la prigionia per alleviargliela, mentre Renaud de Roye torna in Francia a raccogliere il riscatto. É o non è il cavaliere perfetto? Ritornato de Roye con la somma richiesta, Boucicaut rientrerà in Europa subito dopo.


Da quel viaggio Le Meingre torna trasformato in un convinto sostenitore delle crociate, vocazione che ben si abbina al suo spirito cavalleresco. Una decina di anni più tardi, però, il destino gli offrirà un amaro assaggio della realtà della guerra ai Turchi.


Giostra medievale

Le giostre di Saint-Inglevert e il bastone di maresciallo


Nel 1390, in un periodo di tregua con l'Inghilterra, Boucicaut organizza con Renaud de Roye e Jean de Sempy uno dei tornei più famosi di tutto il Medioevo. Per trenta giorni, presso Saint-Inglevert, nei pressi di Calais, i tre amici sfidano a viso aperto ogni cavaliere o scudiero che voglia misurarsi con loro. Si alternano a spezzare lance contro trentasei avversari venuti dall'Inghilterra, dall'Hainaut, dalla Boemia, senza essere disarcionati una sola volta. Un'impresa che fece il giro d'Europa e consacrò la loro fama.


La gloria sul campo si affianca a riconoscimenti a corte. Il più grande arriva il giorno di Natale del 1391. Nella basilica di San Martino a Tours, la sua città natale, Carlo VI lo eleva alla dignità di maresciallo di Francia. Non aveva ancora venticinque anni. Suo padre, per la medesima carica, aveva dovuto attendere vent'anni in più. La nomina lo mette anche in condizione di sposare Antoinette de Turenne, unica erede di una grande casata provenzale; la dote della sposa, con le contee che portava con sé, lo trasforma in uno degli uomini più ricchi del regno.


Molti altri uomini si sarebbe detti soddisfatti, ma Jean non è un cavaliere comune. É il migliore della sua epoca. Un'altra impresa lo chiama...


Nicopoli


Nel 1396 il re d'Ungheria Sigismondo di Lussemburgo, premuto dall'avanzata ottomana nei Balcani, chiede aiuto all'Occidente. La Francia risponde in forze: un esercito franco-borgognone si raduna sotto l'insegna del giovane Giovanni di Nevers, il futuro Giovanni senza Paura. Boucicaut vi partecipa in una posizione di primo piano, come uno dei principali compagni del comandante e braccio destro del connestabile Philippe d'Artois, quello stesso che anni prima aveva soccorso in Egitto.


Della Battaglia di Nicopoli potete leggere in questo mio articolo. Qui mi concentrerò su Boucicaut. Dell'esperienza del cavaliere a Nicopoli abbiamo tre grandi testimoni, ciauscono con la propria verità. Il suo biografo anonimo, autore del Livre des fais, segue una linea di pura glorificazione. Niente di nuovo, quel testo esiste per accrescere il prestigio del maresciallo e consegnarne ai posteri l'immagine di cavaliere senza pari. Il grande cronista Jean Froissart lo dipinge in luce positiva, ma come attore di secondo piano accanto al comandante borgognone. Michel Pintoin, il monaco di Saint-Denis incaricato di scrivere la storia del regno di Carlo VI, sceglie invece la strada del moralista, e addita proprio nella tracotanza del comando francese — segnatamente in quella di Boucicaut e di Philippe d'Artois — la causa del disastro.


La verità storica, per quanto possiamo ricostruirla, dà torto alla leggenda e ragione al monaco severo. Sigismondo aveva proposto un piano di battaglia prudente e sensato ma i cavalieri francesi, guidati dai più giovani e impetuosi, tra cui il nostro, respinsero la proposta come un affronto. Essendo posti all'avanguardia, reclamavano l'onore di caricare per primi, secondo costume, cosa che consegnò l'armata cristiana alla sconfitta.


sconfitta in battaglia medievale

Boucicaut cade prigioniero. I vincitori massacrano quasi tutti i captivi, risparmiando solo i pochi che promettono un ricchissimo riscatto. Qui si colloca l'episodio che tutte le fonti amiche riferiscono con commozione: Giovanni di Nevers si sarebbe gettato in ginocchio davanti al sultano Bayezid per implorare salva la vita del maresciallo, garantendo che valeva un riscatto principesco. Pintoin, tutto teso a screditare la corte borgognona, tace su questo dettaglio. Comunque siano andate le cose, Boucicaut sopravvive, e viene addirittura liberato in anticipo per portare in Francia la notizia della somma pretesa per i prigionieri.


Di nuovo, possiamo fare un parallelo con il suo maestro. A Nicopoli l'insistenza cavalleresca a caricare per prima manda al macello il fiore della nobiltà di Francia. È esattamente la trappola che du Guesclin aveva passato la vita a evitare. L'allievo, quel giorno, non seppe o non poté sfruttarne la lezione.


Il salvatore di Costantinopoli


Tornato in patria, Boucicaut ha appena il tempo di riprendere fiato che il dovere lo richiama. Nel 1399 l'imperatore d'Oriente Manuele II Paleologo, assediato a Costantinopoli dalle armate di Bayezid, chiede soccorso alla cristianità. Carlo VI affida al suo maresciallo la spedizione.


Boucicaut salpa da Aigues-Mortes su navi genovesi, forza lo stretto dei Dardanelli con una frazione soltanto del naviglio previsto — la flotta veneziana attesa era stata dispersa dal maltempo — e riesce a respingere gli ottomani dalla colonia genovese di Pera. Entra da trionfatore a Costantinopoli, dove l'imperatore lo accoglie con ogni onore e lo nomina Gran Connestabile dell'Impero. Nel giro di pochi mesi libera il territorio circostante la capitale per una profondità di quindici leghe. La lotta, però, si rivela impari: gli sforzi di un pugno di cavalieri non bastano a sradicare una minaccia ormai strutturale. Giudicando la stagione sfavorevole, Boucicaut rientra in Francia, accompagnando lo stesso Manuele II in un viaggio per domandare aiuti che l'Occidente non era in grado di dargli.


È a questo punto della sua vita, coperto di gloria orientale, che Le Meingre riceve un incarico decisamente contraddittorio rispetto alla sua carriera. Il governo di una città: Genova.


Prima di seguirlo tra i vicoli della Superba, conviene però capire perché mai una repubblica orgogliosa e ricchissima si fosse consegnata a un re straniero.

◆  Genova francese (1396-1409)


Le origini e il breve svolgimento di un rapporto di sudditanza.


Genova, sul finire del Trecento, era una repubblica ingovernabile. Dietro il nome fiero si celava un campo di battaglia permanente tra le grandi famiglie — Adorno e Fregoso su tutte, poi Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi — e tra le fazioni del popolo e dei nobili, dei guelfi e dei ghibellini. La carica di doge si conquistava e si perdeva nel volgere di pochi mesi, spesso col sangue. In quegli anni la città divorò un numero vertiginoso di dogi, mentre il suo impero commerciale — le colonie del Levante, del Mar Nero, di Chio, di Pera, di Caffa — reclamava una stabilità che Genova non sapeva darsi da sola.


Il doge Antoniotto Adorno, incapace di domare le fazioni, scelse il rimedio estremo: offrire la signoria di Genova a Carlo VI di Francia, barattando l'indipendenza con l'ordine e, non da ultimo, mettendo al riparo gli interessi della propria parte. Il re accettò. Nel 1396 le truppe francesi presero possesso prima di Savona, poi di Genova. La città conservò le sue leggi, le sue istituzioni, la sua identità mercantile, ma sopra il doge — di fatto esautorato — si insediò un governatore regio francese.


La sudditanza non fu mai serena. Il partito antifrancese non scomparve, e l'orgoglio genovese mal sopportava il comando straniero. A una serie di governatori che faticarono a tenere la città seguì, nel 1401, la scelta dell'uomo migliore che Carlo VI potesse mandare: Boucicaut. Il suo pugno di ferro regalò a Genova quasi un decennio d'ordine ma provocò infine la rivolta che nel 1409 cacciò i francesi, sigillata dalla sua mancata riconquista del 1411. L'esperimento francese nella Superba durò tredici anni.


Il governatore di Genova


Boucicaut entra a Genova il 31 ottobre 1401 e ne prende militarmente possesso, piazzando soldati alle porte. La prima cosa che fa è istruire, secondo le leggi genovesi, un processo per tradimento contro i capi della fazione antifrancese, che si conclude con condanne a morte. È l'annuncio di un metodo.


Il governo di Le Meingre è quello di un uomo abituato a comandare eserciti, non a mediare tra consorterie. Impone ai genovesi una severità inflessibile: pena di morte per chi viene sorpreso con un pugnale, disarmo completo della popolazione — ai cittadini restano soltanto i coltelli da cucina —, vigilanza capillare sulle strade e soprattutto sulle chiese, dove le risse erano all'ordine del giorno. Fa abbattere le torri delle case patrizie per privare i nobili dei loro nidi fortificati, abolisce cariche, sopprime le confraternite viste come possibili covi di cospiratori. Interviene sull'urbanistica, costruisce un forte alla Darsena, potenzia il Castelletto.


Sarebbe però ingiusto ridurlo a un tiranno con l'elmo. Sotto il suo mandato Genova conobbe una stagione di riordino che lasciò tracce durature: fu portata a compimento la grande raccolta legislativa nota come Liber Magnus, si diede al comune una nuova costituzione, e nel 1407 prese corpo l'istituzione destinata a diventare il cuore finanziario della Repubblica, il Banco di San Giorgio. Il maresciallo si rivelò, insomma, un amministratore capace, quasi un moderno governatore coloniale ante litteram. Trovo affascinante questo scarto: l'uomo che aveva attraversato le schiere saracene come un leone furioso passa le sue giornate a redigere codici e a rafforzare moli. Il cavaliere errante si è fatto statista.


Ci fu un momento, però, in cui la vecchia vocazione crociata riemerse, e produsse un piccolo capolavoro di autolesionismo politico. Nel 1403, con la scusa di soccorrere Famagosta minacciata dal re di Cipro, Boucicaut salpò con la flotta genovese e ne approfittò per condurre una campagna personale contro gli infedeli lungo le coste del Levante: attaccò con alterne fortune Laodicea, Tripoli, Sidone, e saccheggiò Beirut. Il problema è che quelle acque erano il cuore degli interessi commerciali di Venezia, che infatti aveva prontamente avvertito gli ottomani e messo alle calcagna della flotta genovese le proprie galee. Al ritorno, poco al largo di Modone, genovesi e veneziani vennero alle mani. Boucicaut rientrò a Genova e dichiarò guerra a Venezia, salvo scoprire che il suo stesso re, informato in tutt'altro modo dagli ambasciatori veneziani, gli ordinava di rispettare i trattati di pace. Alla corte di Francia serpeggiava anzi il sospetto che il maresciallo avesse volutamente guastato i rapporti tra le due repubbliche.


L'ideale cavalleresco e la ragione mercantile parlavano lingue diverse, e Boucicaut, in quello scontro, apparteneva irrimediabilmente al passato.


milizia cittadina medievale

La caduta di Boucicaut


Il decennio genovese si consuma tra rivolte domate e congiure risorgenti. Un capo fazione sfuggito al patibolo del 1401, Battista de Franchi-Luxardo, diventa l'ombra fissa del governo di Boucicaut: fugge, trama, torna, alimenta sollevazioni dall'esterno, tesse fili con i nemici della Francia in Italia. Contro gli interessi francesi si forma una coalizione eterogenea: i Visconti, i Malaspina, Teodoro II del Monferrato, gli esuli ghibellini genovesi.


Il colpo finale arriva, come spesso accade, nel momento di massima apparente forza. Nel 1409 Boucicaut viene chiamato a Milano, il cui signore Giovanni Maria Visconti voleva la protezione francese. Il maresciallo parte, lasciando Genova con una guarnigione di appena millecinquecento uomini. Giunto a Milano, ottiene un trionfo. Entra in città e la dichiara feudo della corona di Francia. Mentre lui è lontano scoppia la rivolta a Genova. Luxardo e i congiurati si impadroniscono delle porte cittadine, il popolo si riversa nelle strade, il comandante francese lasciato in città viene ucciso e la guarnigione, sopraffatta, si asserraglia nel Castelletto.


Boucicaut tenta la riscossa. Passa l'inverno in Piemonte in attesa di rinforzi dalla Francia che non arrivano, mette insieme a fatica qualche migliaio di uomini e nel 1411 si presenta davanti a Genova per riprenderla ma viene respinto. La sconfitta scatena le diserzioni, il suo esercito si assottiglia, e al maresciallo non resta che ritirarsi. Arriva a Parigi il 31 luglio 1411. La grande avventura italiana è finita, e con essa il dominio francese sulla Superba.


Di quegli anni ci ha lasciato una riflessione amara e lucidissima sul potere nelle repubbliche. i tiranni, scrive, salgono al potere per voce di popolo e per sua volontà, ma senza alcuna legittimità; quando una fazione prevale sull'altra, i suoi uomini, inorgogliti dal successo, si mettono a gridare "Viva il tale, muoia il tal altro", eleggono uno di loro e uccidono, se non riesce a fuggire, chi comandava prima.


Un ritratto amareggiato quanto preciso.


L'uomo dentro l'armatura


Prima di accompagnarlo all'ultimo atto, qualche aneddoto sulla sua personalità dal libro che ne racconta le gesta.


A tavola, il maresciallo mangiava di una sola pietanza, la prima che gli capitava sottomano, senza cedere a salse o sapori ricercati. Tagliava il vino con un quarto d'acqua e beveva soltanto ai pasti, con misura. Pur ricchissimo e circondato di vasellame prezioso, rifiutava di essere servito in oro o in argento, e preferiva lo stagno, il vetro, il legno. Il venerdì vestiva di nero in onore della Passione, il sabato digiunava. Ogni mattina ascoltava due messe in ginocchio, e nessuno osava rivolgergli la parola mentre pregava. Non giurava mai, non tollerava bestemmie in sua presenza, proteggeva chiese e monasteri persino in terra nemica. Odiava i bugiardi e gli adulatori, e ciò che prometteva, manteneva.


Agincourt e l'oblio


L'ultimo capitolo si consuma là dove tutto, per la Francia di quegli anni, sembra andare a sfasciarsi. Nel 1415 Enrico V d'Inghilterra sbarca a Harfleur e penetra in Piccardia. Il 25 ottobre, ad Agincourt, l'esercito francese gli si para davanti.


Vi ricordo dove eravamo rimasti con du Guesclin. Chiudendo il racconto delle sue campagne, avevo scritto che il mastino nero, ad Agincourt, non avrebbe attaccato. Ebbene, il suo allievo era lì, quel giorno, tra i comandanti francesi. E le fonti sono concordi nel dirci che Boucicaut non era favorevole allo scontro. Aveva imparato la lezione del maestro, la conosceva fin nelle ossa: caricare la fanteria inglese trincerata, con i suoi arcieri, in un campo fangoso e stretto, era votarsi al massacro.

La giornata, come sappiamo, si risolse il clamoroso disastro francese. Tra i morti il connestabile d'Albret, il conte d'Alençon, e decine di grandi signori; tra i pochi prigionieri risparmiati, il maresciallo Boucicaut.

Agincourt Melappioni

Condotto oltre la Manica, Jean Le Meingre non tornò più. Dei sei anni trascorsi in prigionia non sappiamo quasi nulla. Morì in Inghilterra nel 1421, senza che nel frattempo nessuno offrisse alcunché per riscattarlo. Fu poi riportato in Francia e sepolto nella cappella di famiglia, nella basilica di San Martino di Tours. Un epitaffio lo ricorda con il titolo più altisonante che avesse mai portato: Gran Connestabile dell'Imperatore e dell'Impero di Costantinopoli.


Boucicaut febbe tutto in dote — la bellezza, il sangue, l'educazione, l'amicizia di un re — e lo mise al servizio di un ideale che il suo tempo stava silenziosamente smettendo di premiare. Boucicaut fu lo specchio della cavalleria proprio nel momento in cui quello specchio cominciava a incrinarsi. Il mondo attorno a lui cambiava forma: le repubbliche mercantili contavano i fiorini mentre lui progettava crociate, i veneziani difendevano rotte commerciali mentre lui sognava Gerusalemme. a


Ci sono uomini che appartengono a un tempo imperfetto, ancorati al passato. Jean Le Meingre guardava indietro, verso un'idea di cavalleria talmente pura da diventare, alla fine, nient'altro che un sogno. Trovo queste figure affascinanti e malinconiche tra le mie preferite della storia. Quelle per le quali vale la pena immaginare un bel romanzo...


Jean le meingre le Boucicaut

Commenti


bottom of page