Uomini di masnada. Guardie, armigeri e seguiti medievali
- Giovanni Melappioni

- 1 giorno fa
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Un esperimento saggistico-narrativo per scoprire il "braccio armato" del potere medievale
Ho già percorso questa strada con Agincourt — dentro la battaglia, e ci sono tornato volentieri. L'idea è semplice nella forma: affiancare la narrativa di invenzione alla ricostruzione storica rigorosa per offrire l'opportunità di mescolare la propria fantasia (quella del lettore, unica e irrepetibile) con i dati oggetti. Per far immaginare con rigore il passato e facilitare così quello che io ritengo essere un vero e proprio metodo per viaggiare nel tempo.
Questo metodo funziona meglio, a mio avviso, quando i protagonisti sono persone senza nome nelle fonti. Non i grandi signori, non i re, non i condottieri — quelli hanno già le cronache che parlano per loro. Funziona con chi stava un gradino più in basso, o due, o tre: la loro psicologia, il loro posto nel mondo raramente vengono citati nelle cronache, e quasi mai in dettaglio.
Gerardo detto Ferro non è mai esistito. Ma la sua condizione sì, e abbiamo documenti che la descrivono con una certa precisione. Questo progetto nasce da lì: da quella precisione, e dalla voglia di darle una voce.

Racconto 1. La quota del signore
Gerardo detto Ferro aveva imparato a cavalcare su un ronzino spelacchiato, concessogli molti anni prima dal signore insieme a un manso di terra sul versante nord del castello. Prima di quel momento, era stato un colono come gli altri, poi aveva avuto la sua opportunità. Chiamato dal banno per respingere un attacco saraceno lungo la costa, si era distinto per il valore. Da quel momento, passò a servizio e aveva fatto delle armi il suo mestiere. Socialmente, non era cambiato nulla ma adesso portava una spada al suo fianco. Legato alla sella c’era un cappello di ferro, che un fabbro suo amico aveva lavorato intarsiando un filo d’ottone intorno alla cervice. Gli era costato molto farlo, ma non era mai stato così tanto felice come il giorno in cui era rientrato al castello calcando l’elmo rilucente.
Gerardo non era un cavaliere, un miles — lo sapeva lui e lo sapevano tutti, ma quando il signore Aldrovando di Montepascoli aveva bisogno di un uomo fidato, un uomo in grado di rappresentarlo in situazioni che richiedevano lo sfoggio della forza del barone, mandava lui.
Quel mattino erano partiti in cinque dall'aia del castello. Gerardo davanti. Poi Ugone e Ruffino, due fratelli di Selvapiana che Aldrovando aveva preso nella masnada tre anni prima — gente robusta, abituata a menare le mani. Dietro di loro trottava Filippino, figlio minore di un consortile del basso Esino, che il signore teneva nella familia per educarlo all'uso delle armi. Un domicello, si diceva di lui, e si sentiva diverso dagli altri tre anche quando taceva. In coda, a piedi, Scarsella, a dorso di mulo, portava la lista dei debitori su una tavoletta cerata e sapeva leggere abbastanza da non sbagliare i nomi.
Il villaggio di Casalfosco doveva al signore quattro anni di dazio sul pascolo e due di albergaria non pagata. Gli uomini erano nei campi quando arrivarono, o vi erano ritornati per sfuggire loro.
«Il fuoco di Arnolfo il rosso», disse Gerardo a Scarsella senza voltarsi.
«Il secondo dopo la fonte.»
Trovarono la porta sbarrata. Gerardo scese, batté col pugno finché dentro si mosse qualcosa. Venne ad aprire una donna anziana con le mani bianche di farina.
«Arnolfo.»
«Non c'è.»
«Lo so. Digli che il signore Aldrovando vuole la sua parte entro la festa di San Michele. Se non la porta, torno io e prendo quello che trovo.»
La donna non rispose. Gerardo la guardò un momento, poi si voltò verso Ugone. «Segnate il fuoco.»
Ugone tirò fuori un pezzo di carbone dalla bisaccia e tracciò un segno sulla pietra dello stipite. Non serviva a niente di pratico — era il gesto che contava, il segno visibile che qualcuno era passato per conto del signore. Dalla sella, Filippino osservava con un'espressione che non era disprezzo ma ci assomigliava. Aveva quattordici anni e pensava che questo non fosse lavoro da cavalieri. Gerardo sapeva cosa pensava ma rimontò senza guardarlo. Al fuoco successivo trovarono resistenza vera: un uomo di mezza età, braccia da chi ha zappato la terra fin da bambino, che disse di non dover niente a nessuno perché il pascolo era dei liberi uomini di Casalfosco da prima che il signore Aldrovando fosse nato. Disse altre cose, con la voce che saliva. Ruffino scese da cavallo prima ancora che Gerardo aprisse bocca. Senza dire niente prese l'uomo per il collare della tunica e lo spinse contro il muro. L'uomo smise di parlare.
«La quota del signore», ripeté Gerardo. «Entro San Michele.»
Ripartirono, con l’uomo atterrato che non osava alzare nemmeno lo sguardo. Dopo un poco Filippino portò il cavallo accanto a quello di Gerardo.
«Il prossimo che si oppone», disse, «inchiodatelo alla porta di casa sua. Così impara chi comanda.»
«No.»
Filippino lo guardò. «Come no?»
«Perché decido io. E un uomo inchiodato alla porta non paga il dazio, non lavora la terra e non mangia. Al signore Aldrovando non serve un morto, gli serve la sua quota.»
Filippino scosse la testa con l'aria di chi sta perdendo tempo. «Queste sono cose che non puoi capire», disse. «C'è un modo di trattare con la gente del castello e un modo di trattare con i villani. Tu conosci solo uno dei due.»
«Quale?» disse Gerardo.
«Quello che ti appartiene», disse Filippino. «Sei un uomo di fatica, Gerardo. Lo sei sempre stato. Tuo padre lo era, e si vedeva da come teneva la testa bassa. Puoi portare la spada quanto vuoi — non cambia quello che sei.»
Gerardo non rispose subito. Lasciò passare qualche passo del cavallo, poi si girò verso Filippino e gli diede uno scapaccione sulla nuca — non forte, senza rabbia, come si fa con un ragazzo che ha detto una sciocchezza.
«Come osi? Io... un giorno—» bofonchiò Filippino.
«Sì», disse Gerardo, rimettendo gli occhi sulla strada. «Un giorno. Non oggi. Andiamo e fai silenzio.»
Non era il primo rampollo che Gerardo aiutava a educare per il suo signore, e non sarebbe stato l'ultimo. Aldovrando diceva di andarci pesante, perché si doveva togliere la pula dal grano. Gerardo rimestò in bocca la risposta che avrebbe voluto dargli quel giorno, invece del goffo inchino con cui si era congedato.
>Quei giovani non ascoltavano le parole di chi si era fatto da solo, non potevano comprendere cosa volesse dire< Era inutile dirlo al suo sire, neanche lui poteva capire.
Qualche nota storica a margine del racconto
Quando ho deciso di raccontare una masnada all'opera, ho scelto deliberatamente di non mettere in scena una battaglia ma una più prosaica giornata di servizio feudale.
I masnadieri medievali — quegli armati di rango inferiore che affollavano i seguiti dei signori rurali tra il XII e il XIII secolo — non passavano il tempo a caricare nemici con la lancia in resta, quella era decisamente una situazione meno frequente di quanto si possa pensare. La maggior parte dei loro incarichi riguardava andare nei vici del distretto, bussare alle porte, ricordare agli uomini che il signore esisteva e che la sua quota andava pagata. Funzioni di polizia campestre, prelievo dei canoni, azioni coercitive sui contadini dipendenti: così li descrive Maria Elena Cortese nel suo studio sulle frange inferiori della cavalleria nelle campagne toscane, e così erano, con ogni probabilità, anche nelle Marche del XII secolo.¹
La zona grigia
La prima cosa da capire sui masnadieri è che non erano né una cosa né l'altra. Non erano cavalieri — non avevano il rango, l'equipaggiamento, la condizione giuridica dei milites. Ma non erano nemmeno semplici contadini: portavano le armi, montavano a cavallo, non erano sottoposti agli oneri fiscali che gravavano sui rustici. Stavano nel mezzo, in quella che gli storici chiamano una zona grigia — un gruppo militare in ascesa, dall'identità ambigua, a metà strada tra i ranghi inferiori dell'aristocrazia e il livello medio degli altri dipendenti
signorili.²
È per questo che Gerardo, nel racconto, sa perfettamente di non essere un miles. Non è falsa modestia: è consapevolezza giuridica. La separazione tra masnadieri e milites era chiara nelle fonti del tempo, sancita nei documenti, visibile nella vita quotidiana. Ma era anche una separazione porosa, attraversabile — e questo è il punto narrativamente più interessante.³
Le origini
I masnadieri venivano tipicamente dalle famiglie contadine più agiate, quelle in grado di mantenere un cavallo. Il signore li identificava, li investiva di una concessione fondiaria — un manso, un appezzamento di terra — e in cambio otteneva il loro servizio armato.⁴ Gerardo ha un manso sul versante nord del castello e un ronzino spelacchiato, con il tempo si è procurato una discreta armatura e l'elmo a cui tiene particolarmente. Per anni ha maneggiato una scure, ma recentemente, con l'approvazione divertita del suo signore, si è dotato di una modesta spada e si allena con i milites inferiori del castello nella scherma, quando può. Suo padre era colono, suo nonno anche. Lui è il primo della famiglia a portare la spada, e lo deve a un atto preciso di volontà del signore Aldrovando, che ha visto in lui qualcosa di utile e lo ha estratto dalla massa dei dipendenti.
Ugone e Ruffino
Per i due fratelli di Selvapiana mi sono ispirato a un caso reale che Cortese cita come esempio emblematico di mobilità sociale: quello di Guglielmo di Faloppa, villano benestante della Toscana della seconda metà del XII secolo, che si legò a un aristocratico senese con un rapporto feudale. I suoi due figli — ancora designati come villani nelle fonti, quindi senza alcun avanzamento formale di condizione — divennero scutiferi del figlio del signore, e vengono ricordati anche come suoi amici.⁵ È la struttura esatta che ho voluto riprodurre: padre con una base economica sufficiente, figli che entrano nel servizio armato e cominciano a percorrere, anche solo di qualche gradino, la scala sociale. Ho scelto di collocare Ugone e Ruffino nella masnada piuttosto che tra gli scutiferi in senso tecnico, ma Cortese stessa chiarisce che in Toscana il confine tra le due figure era quasi impossibile da tracciare — spesso i masnadieri erano semplicemente quelli che altre fonti chiamavano scutiferi.⁶ Quel che conta è la logica del reclutamento: non i più poveri, non i più ricchi, quelli nel mezzo, con abbastanza da poter mantenere un cavallo e abbastanza poco da avere interesse a legarsi al signore.
Il domicello
Filippino è un personaggio diverso dagli altri, e la sua differenza è deliberata. I domicelli — termine attestato nelle fonti toscane del XIII secolo — erano i rampolli di famiglie di tradizione cavalleresca che compivano la loro formazione presso una corte signorile. Erano temporaneamente inclusi nella familia del signore, soggetti alla sua giurisdizione, ma di condizione sociale superiore: uomini liberi di rango elevato, destinati alla militia, non assimilabili ai masnadieri di origine rustica.⁷ Filippino trottava con gli altri quel mattino, ma pensava che questo non fosse lavoro da cavalieri. Aveva ragione, dal suo punto di vista. E aveva torto, dal punto di vista di Gerardo — che quel lavoro lo faceva da anni e ci aveva costruito sopra tutto quello che aveva.
La tensione tra i due, esplosa nel finale del racconto, è la tensione reale che attraversava queste masnade: la coesistenza forzata tra chi era lì per scelta del sangue e chi era lì per forza delle circostanze. Filippino insulta Gerardo con quello che ritiene un'arma definitiva — le sue origini contadine, la testa bassa del padre. Gerardo non raccoglie l'offesa. Gli dà uno scapaccione, come si fa con un ragazzo che ha detto una sciocchezza, e chiude la questione con quattro parole. Non perché sia più forte, ma perché sa già tutto quello che Filippino deve ancora imparare.
La scena della riscossione
La scena del segno di carbone sullo stipite non è un'invenzione romanzesca. Le azioni coercitive dei masnadieri sui contadini dipendenti sono documentate nelle fonti toscane: la querela più celebre riguarda gli scutiferi dei Firidolfi, famiglia di aristocratici chiantigiani, che parteciparono alle violenze perpetrate dai loro signori contro i dipendenti del monastero di Coltibuono.⁸ Il gesto del marchio visibile sulla porta è il residuo narrativo di quella realtà: il signore non aveva bisogno di essere presente. Bastava che i suoi uomini fossero passati.
Perché questa scena, perché questi uomini
Ho scelto questa scena perché mostra la masnada nel suo funzionamento ordinario, non in quello straordinario. La guerra, la razzia, la gualdana — la cavalleria leggera che saccheggiava il territorio nemico — erano il momento eccezionale.⁹ Il momento ordinario era questo: cinque uomini su cavalli mediocri che percorrevano le ville di un distretto a ricordare che il potere esiste anche quando non si vede.
Ho scelto questi uomini perché la storia medievale, quando si tratta di masnadieri, tende a parlare di categorie e non di persone. Ma dietro ogni riga di documento c'era qualcuno come Gerardo — qualcuno che era partito da un manso di terra e da un ronzino spelacchiato e aveva capito, prima ancora che glielo dicessero, che portare la spada era l'unico modo per non restare dov'era nato.
Note
¹ M.E. Cortese, Le frange inferiori della cavalleria nelle campagne toscane: scutiferi e masnaderii tra inquadramento signorile e mobilità sociale (secc. XII-XIII), in «Archivio Storico Italiano», CLXXIX, 1, 2021, pp. 3-41, in particolare pp. 4-5 sulle funzioni di polizia campestre e prelievo dei canoni.
² Sul carattere ambiguo e liminale della condizione dei masnadieri tra milites e rustici cfr. Cortese, Le frange inferiori, cit., pp. 10-11; P. Brancoli Busdraghi, «Masnada» e «boni homines» come strumento di dominio delle signorie rurali in Toscana (secoli XI-XIII), in Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli X-XIII, a cura di G. Dilcher e C. Violante, Bologna, il Mulino, 1996, pp. 287-342.
³ La separazione giuridica tra masnadieri e milites è documentata già nel giuramento degli abitanti di Figline alla Lega di Tuscia del 1198, che elenca milites, masnaderii e pedites come categorie distinte: cfr. Pietro Santini. Aprile 1198. Il giuramento dei Figlinesi a Firenze e alla Lega guelfa di Tuscia, a cura di P. Pirillo, Figline Valdarno, Città di Figline Valdarno, 2014; Cortese, Le frange inferiori, cit., pp. 12-13.
⁴ Sul reclutamento dei masnadieri e degli scutiferi tra le famiglie contadine agiate cfr. F. Menant, Gli scudieri (scutiferi), vassalli rurali dell'Italia del Nord nel XII secolo, in Id., Lombardia feudale. Studi sull'aristocrazia padana nei secoli X-XIII, Milano, Vita e pensiero, 1992, pp. 277-293; B. Castiglioni, L'altro feudalesimo. Vassallaggio, servizio e selezione sociale in area veneta nei secoli XI-XIII, Venezia, Deputazione di storia patria per le Venezie, 2010, pp. 206 e sgg.; Cortese, Le frange inferiori, cit., pp. 13-14.
⁵ Il caso di Guglielmo di Faloppa è discusso in P. Cammarosano, Abbadia a Isola. Un monastero toscano nell'età romanica. Con un'edizione dei documenti, 953-1215, Castelfiorentino, Società storica della Valdelsa, 1993, pp. 138-148, e ripreso da Cortese, Le frange inferiori, cit., p. 21.
⁶ Sulla difficoltà di tracciare in Toscana una linea netta tra masnadieri e scutiferi cfr. Cortese, Le frange inferiori, cit., pp. 10-11: «non pare possibile tracciare una linea di separazione netta tra gli individui (pochi) che vengono definiti nelle fonti scutiferi e quelli (molti) che vengono definiti masnaderii».
⁷ Sulla figura dei domicelli cfr. Brancoli Busdraghi, «Masnada», cit., pp. 322-323. Un documento lucchese del 1288 attesta la coesistenza nella medesima familia signorile di domicelli, scutiferi e altri familiares, nell'ambito di una controversia tra il vescovo e il comune «super punitione et correctione familie domicellorum, scutiferorum et omnium suorum familiariorum»: cfr. Cortese, Le frange inferiori, cit., p. 15 e nota 37.
⁸ Le violenze degli scutiferi dei Firidolfi contro i dipendenti del monastero di Coltibuono sono documentate in Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, Vallombrosa, XIII secolo (pergamena n. 00027478), discussa in Cortese, Le frange inferiori, cit., p. 7 e nota 11.
⁹ Sulla gualdana come funzione tipica della cavalleria leggera — esplorazione, razzia e saccheggio del territorio nemico — cfr. Cortese, Le frange inferiori, cit., p. 4; Menant, Gli scudieri, cit., pp. 280-281. La stessa funzione fu svolta nel XIII secolo dai berrovieri, cavalleggeri stipendiati dai comuni: cfr. A.A. Settia, I «berrovieri»: una cavalleria leggera, in Id., Comuni in guerra: armi ed eserciti nell'Italia delle città, Bologna, Clueb, 1993, pp. 71-89.

Racconto 2. La legge dei Consoli
Il sole era già alto quando la casa forte di Farolfo di Rivetto apparve oltre la linea degli olmi. Era una costruzione bassa, con le mura di pietra grigia e una torre mozzata che non superava le dieci braccia. Il canale di scolo che aveva la pretesa di fossato era quasi asciutto. C’erano alcuni servi, armati di attrezzi, in attesa. Stavano sui muretti e sul tetto della torre. Due di loro mostravano dei rozzi archi da caccia. Gerardo si fermò a cinquanta passi dal portone e alzò una mano. A quel gesto, la piccola colonna a cavallo che lo seguiva si arrestò.
«Sono almeno dodici», disse Ruffino, senza abbassare la voce.
«De più», lo corresse Ugone con la sua parlata sgrammaticata. «Ce n'è due dereto la feritoia di destra che pensano di non vedersi.»
«Il sire non ci accoglie bene», borbottò Scarsella, la tavoletta con i registri stretta sotto il braccio come sempre.
«Sa cosa l’attende», disse Gerardo, «chi può biasimarlo?»
Filippino aveva portato il cavallo accanto al suo. Nelle ultime settimane aveva smesso di fare domande inutili, il che era già qualcosa. «Bastardi insolenti. Come procediamo?»
«Aspettiamo», disse Gerardo.
«Aspettiamo? Perché?»
«Noi siamo qui, sta a lui la mossa successiva.»
Non fu lunga l'attesa. Uno sportello del portone venne aperto, una voce berciò verso di loro.
«Gerardo, detto Ferro. Il braccio dei Montepascolo! So perché sei qui. Torna dai tuoi consoli e digli che Farolfo di Rivetto non si muove da casa sua per le chiacchiere di un servo morente!»
Gerardo non rispose subito. Si voltò verso Scarsella. «Leggi il mandato.»
Scarsella aprì la tavoletta. «I consoli del comune di Camerino, in virtù della iurisdictio loro conferita dai cives e nell'interesse della pace del distretto, ordinano a Farolfo detto di Rivetto di abbandonare le sue terre entro tre giorni dal ricevimento del presente mandato, avendo egli infranto il giuramento prestato davanti ai medesimi consoli nel processo intentato da Leonardo di Collezoppo—»
«Bugiardi!» gridò la voce dal portone. «Il processo è finito! Ho giurato e ho rispettato il giuramento!»
Gerardo aspettò che la voce finisse. Poi alzò la sua. «Farolfo. Il tuo servo è morto. Prima di morire ha parlato. Questo lo sai.»
Silenzio.
«Esci e parliamo», disse Gerardo.
Mentre Farolfo meditava sulla proposta, Gerardo lasciò andare la mente indietro di qualche settimana, ai giorni del processo. Ne aveva visti pochi così lunghi e così estenuanti — cinque giorni di udienze nella sala dei consoli, con i due signorotti seduti ai lati opposti come due galli in un cortile troppo stretto. Leonardo di Collezoppo era un uomo magro, con gli occhi ravvicinati e una voce che saliva di tono ogni volta che si sentiva in torto. Farolfo tutto il contrario: basso, solido, con le braccia muscolose e la schiena dell’uomo d’arme. Teneva la testa dritta anche quando i consoli lo incalzavano.
La questione era semplice nei fatti e complicata nella legge. Farolfo aveva mandato i suoi servi a uccidere il bestiame di Leonardo — venti capi di bestiame grosso, capre e qualche mulo. Lo aveva fatto perché Leonardo aveva fatto deviare un corso d'acqua che irrigava i campi di entrambi, prendendo per sé la parte più ricca. La deviazione era illegale secondo le consuetudini del distretto, ma era avvenuta anni prima, quando non c'erano consoli a cui rivolgersi. Farolfo aveva aspettato il momento sbagliato per fare la cosa sbagliata.
I consoli avevano ascoltato tutto con la pazienza di chi sa che tale virtù è un atto di potere. Alla fine avevano imposto il risarcimento dei capi di bestiame e un giuramento reciproco di non turbare ulteriormente la pace del distretto. Gerardo aveva assistito seduto in fondo alla sala, con Ugone e Ruffino ai lati. Era compito suo vegliare che nessuno alzasse le mani prima che i consoli alzassero la voce. Non era mai successo, ma il fatto che lui fosse lì era parte del processo — come le scritture di Scarsella, come le formule che il notaio ripeteva ogni mattina all'inizio dell'udienza. La legge aveva bisogno di essere vista per essere creduta. Il giuramento era stato prestato. Gerardo aveva creduto che bastasse.
Invece era arrivata la notizia del granaio: nella notte, il fuoco, e il servo di Farolfo trovato a terra schiacciato da una trave venuta giù troppo presto. Moribondo, incapace di camminare ma ancora capace di parlare, aveva confessato tutto.
«Posso parlare con te da qui», disse Farolfo.
«Sì, certo», sospirò Gerardo.
«Il mandato dei consoli non vale niente. Non c'è testimone vivo. Un servo morente dice quello che il suo aguzzino gli ordina di dire. Lo sanno tutti.»
«Lo sanno tutti», ripeté Gerardo.
«Allora, che fai qui?», disse Farolfo. «Con quattro straccioni e un ragazzino che non ha ancora la barba.» Una pausa. «Non siete abbastanza per cacciarmi da casa mia.»
Filippino si irrigidì sulla sella. Gerardo non gli diede il tempo di aprire bocca.
«Farolfo. I consoli non ti chiedono di avere torto. Ti chiedono di andartene. È diverso.»
«Per me non lo è.»
Gerardo scese da cavallo. Lo fece lentamente, con la deliberazione di chi non ha fretta, e rimase in piedi con le redini in mano a guardare il portone semichiuso. Sui muretti i servi di Farolfo si erano irrigiditi.
«Ti ricordi», disse Farolfo dalla fessura del portone, «quel giorno a Civitas Nova?»
Gerardo non rispose.
«Eravamo inferiori di cinque a uno », disse Farolfo. «I moreschi erano già sulla riva quando siamo arrivati. Ti ricordi cosa hai fatto?»
«Vagamente», disse Gerardo.
«Vagamente.» Un suono che poteva essere una risata amara. «Li hai caricati, dando agli altri hanno avuto il tempo di armarsi. Io ti ho seguito, ammirato lo giuro su Dio! Tre di loro li ho uccisi io stesso, quel giorno e tu altrettanti se non di più. Io e te, spalla a spalla» fece una pausa. «E adesso mi mandi via da casa mia.»
Gerardo non disse niente per un momento. Era vero, quello che diceva Farolfo. Lo ricordava bene — meglio di quanto avesse lasciato intendere. L'acqua fredda, il peso dei remi, le urla. Il sangue che si diluiva nell'acqua del porto.
«Quello che siamo stati non cambia quello che è adesso», disse alla fine, con una voce che non aveva né calore né durezza. «E adesso c'è un mandato dei consoli e io sono qui a portarlo.»
«L'onore—»
«L'onore», disse Gerardo, «è una parola che usano i signori quando non hanno altri argomenti.»
Silenzio lungo dal portone. Gerardo si girò verso Ugone.
«Accatasta legna e fascine lungo il lato nord del muro. La reazione arrivò immediata.
«Sei pazzo?» gridò Farolfo, e stavolta il portone si aprì di più, abbastanza da vedere una sagoma. «Vuoi ardere tutti? Ci sono donne qui dentro, ci sono bambini—»
«Ugone», disse Gerardo, senza alzare la voce. «Fascine.»
«Gerardo.» Era Filippino, con la voce bassa e tesa. «Quando si getteranno fuori, ammazziamo tutti e finiamola.»
Gerardo non si girò verso di lui. «No.»
«Perché no? Resistono a un mandato dei consoli, questo è—»
«No», ripeté Gerardo, con la stessa voce piatta. «Taci e stai fermo.» Poi, più basso ancora, quasi solo per lui: «Ogni cosa che facciamo oggi verrà scritta e letta e discussa. Ogni parola. Ogni gesto. I consoli non vogliono un massacro, vogliono un esilio. Dammi il tempo di ottenerlo.»
Filippino chiuse la bocca. Ugone e Ruffino avevano già cominciato a raccogliere legna dal margine del campo. Lavoravano in silenzio, con la calma di chi ha capito cosa stava succedendo senza che nessuno glielo spiegasse.
«Gerardo!» La voce di Farolfo era cambiata. Non più rabbiosa — qualcosa di più duro e insieme di più fragile. «Se appicci quel fuoco, ti giuro che— Ti farò condannare!»
«Non ho appiccato niente», disse Gerardo. «La legna sta ferma. Gli uomini stanno fermi.» Si avvicinò di qualche passo verso il portone, abbastanza da essere sentito senza gridare. «Farolfo. Ascoltami. In un posto affollato, con la legna vicina e gli animi caldi, è facile che un fuoco non sorvegliato esca dai margini... tragedie che capitano troppo spesso.» Una pausa.
«I consoli ti hanno dato tre giorni. Ne hai già usato uno.»
Silenzio. Lungo questa volta, il tipo di silenzio in cui si prende una decisione.
«Mi dai il tempo di preparare le mie cose?»
«Te lo concedo», disse Gerardo.
Il portone rimase socchiuso. Dai muretti i servi di Farolfo si erano ritirati di qualche passo — non armati, solo meno visibili. Ugone e Ruffino si erano fermati con la legna in mano, aspettando.
«Va bene, accampiamoci qui, sotto questi alberi», disse Gerardo.
Si girò verso il gruppo. Scarsella stava già annotando qualcosa sulla tavoletta. Ugone appoggiò la legna a terra con delicatezza, come se non volesse fare rumore. Ruffino tirò fuori dalla bisaccia un pezzo di pane duro e cominciò a masticarlo guardando i muretti. Filippino si avvicinò con il cavallo. Teneva la testa bassa e non guardava Gerardo negli occhi — il modo in cui un uomo si comporta quando ha capito di aver detto una cosa sbagliata e non vuole ammetterlo del tutto.
«Ha ceduto prima di quanto pensassi», disse, a mezza bocca.
Gerardo non rispose. Si girò verso il suo secondo. «Scarsella. C'è ancora del vino in quella borsa?»
«Mezzo otre», disse Scarsella.
«Dammelo.»
Scarsella gliela passò senza fare domande. Gerardo bevve lentamente, con gli occhi sulla casa forte di Farolfo, sulla torre mozzata, sui muretti abbandonati dalla guardia. Se la ricordava bene, la lotta a Civitas Nova. Meglio di quanto avesse lasciato intendere. La barca, i remi, l'acqua fredda. Farolfo che gridava ai suoi di avanzare mentre i moreschi si giravano verso Gerardo. Il sangue nell'acqua del porto. Erano state cose vere, quelle. Non più vere del mandato che portava in tasca, ma vere. Bevve ancora, poi richiuse l'otre e fece per restituirlo a Scarsella ma pensò che Farolfo gli piaceva e allora ritirò la mano, trattenne il vino, ne sentì il bisogno.
Note storiche a margine del racconto
Quando i consoli di Camerino mandano Gerardo a cacciare Farolfo di Rivetto dalla sua casa forte, non stanno semplicemente eseguendo una sentenza ma affermando al contempo il proprio potere, in quanto valido fin dove era possibile dimostrare di averne. La giustizia è anche un atto di forza, soprattutto nei rapporti sempre tesi tra borgo e contado, nuovo ordine e vecchie concezioni.
Il processo che ha preceduto il racconto — cinque giorni di udienze, il giuramento reciproco, il risarcimento dei capi di bestiame — non era nato dalla volontà delle parti di risolvere una lite privata. Era nato dalla volontà del comune di Camerino di estendere la propria giurisdizione sul contado. Le liti tra Farolfo e Leonardo avevano stancato il paese, certo. Ma il fatto che i consoli si siano mossi non dipendeva dalla stanchezza del paese: dipendeva dall'interesse del comune a dimostrare che la sua iurisdictio arrivava fino a lì, fino a quelle case forti di piccoli signori rurali che si facevano giustizia da soli.
Lo spiega con chiarezza Massimo Vallerani nel suo studio sulla giustizia pubblica medievale: i tribunali comunali non erano camere di compensazione passive che registravano accordi già raggiunti tra le parti. Erano strumenti attivi di costruzione del potere. «Il dare giustizia», scrive, era un obbligo irrinunciabile della respublica, non un servizio che il comune offriva ai cives quando questi lo richiedevano.¹ Il tribunale rivendicava un primato palese, politico, in chiave di iurisdictio — e la sua espansione verso il contado era parte di questo progetto.
Il giuramento e la sua rottura
Il processo si era concluso con un giuramento reciproco di non turbare ulteriormente la pace del distretto. Era la soluzione classica per questo tipo di controversie: non necessariamente una vittoria di una parte sull'altra, ma un accordo blindato dalla sanzione pubblica del comune. Vallerani nota che gli accordi di pace avevano una natura duplice: partivano dalla volontà delle parti — erano quindi negoziali — ma ricevevano una protezione giuridica che li rendeva ben più vincolanti di un semplice patto privato. Chi rompeva la pace non poteva più abitare in città e nei borghi.² Era una pena politica prima ancora che giuridica: l'esclusione dalla comunità dei cives.
Farolfo ha rotto quel giuramento. Ha tentato di dare fuoco al granaio di Leonardo, e un suo servo è morto nel tentativo, facendo il suo nome prima di spirare. Il problema è che quel servo è morto: la sua testimonianza non vale come prova piena. Farolfo lo sa, e lo dice senza mezzi termini a Gerardo — un servo morente dice quello che il suo padrone gli ordina di dire, o quello che gli fa meno male. Era un argomento giuridicamente fondato: la gerarchia delle prove nei processi medievali era costruita su una scala di credibilità che partiva dalla testimonianza diretta e scendeva fino al sentito dire, e la deposizione di un moribondo di condizione servile stava in fondo a quella scala.³
I consoli lo sanno ed è per questo che non condannano Farolfo a un'ammenda o alla carcerazione — non hanno prove sufficienti per una sentenza piena. Lo esiliamo invece. È una soluzione che Vallerani definirebbe di giustizia negoziata al limite dell'egemonica: il comune non ha la forza di condannare, ma ha la forza di espellere. E manda Gerardo a farglielo capire.
La fama e il servo morente
C'è però un elemento che i consoli possono usare, anche senza una testimonianza piena: la fama pubblica. Nei processi medievali la publica vox — la voce comune che indicava qualcuno come colpevole — aveva un peso giuridico riconosciuto. Il canone Qualiter et quando del quarto concilio lateranense del 1215 aveva stabilito che l'inchiesta potesse essere avviata non solo su accusa formale ma anche su clamor — la denuncia collettiva, il rumore che sale dalla comunità.⁴ La morte del servo di Farolfo, il granaio bruciato, le voci che circolavano nel distretto: tutto questo costituiva una fama che il comune poteva invocare per giustificare la propria azione, anche in assenza di prove formali. Non abbastanza per una condanna, abbastanza per un esilio.
Alberto Gandino, il grande giurista della fine del Duecento, avrebbe detto che in questi casi è necessario che la persona contro cui si indaga sia infamata — che la publica vox la indichi come colpevole.⁵ Farolfo era infamato. Non abbastanza da essere condannato, abbastanza da essere cacciato.
Gerardo come braccio della legge
Il ruolo di Gerardo in tutto questo è preciso e non casuale. I consoli non mandano un ufficiale del comune — mandano il capo della masnada del signore Aldrovando, un dipendente militare di rango inferiore che conosce il territorio, conosce gli uomini e sa come fare le cose senza che diventino più grandi di quello che devono essere. È una scelta politica anche questa: usare uno strumento locale, radicato nel contado, che non rappresenti la faccia troppo visibile del potere cittadino.
Gerardo lo sa. Lo sa quando dice a Filippino che ogni cosa che fanno quel giorno verrà scritta e letta e discussa. La procedura aveva bisogno di essere vista per essere creduta — ma aveva anche bisogno di non lasciare tracce sbagliate. I consoli volevano un esilio, non un massacro. E Gerardo è abbastanza esperto da capire la differenza tra quello che gli è stato chiesto e quello che sarebbe facile fare.
Il bluff delle fascine
La scena della legna accatastata contro il muro è il cuore del racconto, e merita una riflessione. Gerardo sta bluffando — lo dice esplicitamente nel testo, a se stesso. Non ha intenzione di appiccare il fuoco. Ma la minaccia funziona perché è plausibile, perché rientra in una logica di coercizione che Farolfo riconosce e rispetta.
C'è qui qualcosa che i giuristi medievali avrebbero chiamato la forza della procedura come atto di autorità. Vallerani nota che le formalità processuali non erano accessorie al processo — erano parte costitutiva di esso, espressione diretta del potere di regolare il confronto.⁶ Gerardo traduce questo principio in termini fisici: la legna accatastata è il suo equivalente della citazione formale, del giuramento imposto, della sentenza letta in pubblica udienza. È un gesto che dice: questo confronto ha delle regole, e le regole le stabilisco io.
La risposta di Farolfo — chiede tempo per preparare le sue cose — è la capitolazione di chi ha capito che le regole non si possono ignorare indefinitamente. Non è una resa all'argomento di Gerardo. È una resa alla logica del sistema che Gerardo rappresenta.
L'onore e la memoria
C'è un momento del racconto che rischia di passare inosservato ma che ha un peso preciso: quando Farolfo ricorda a Gerardo la battaglia di Civitas Nova, la lotta spalla a spalla contro i moreschi sbarcati sulla costa. È un appello al cameratismo, certo. Ma è anche un appello a un sistema di valori — l'onore, la fedeltà tra compagni d'armi — che esisteva prima del comune e della sua iurisdictio, e che Farolfo invoca come argomento alternativo alla legge.
Gerardo glissa. Dice «vagamente» — e poi torna al mandato. È la risposta di un uomo che sa che quei due sistemi di valori non sono compatibili, e che ha già scelto da che parte stare. L'onore è una parola che usano i signori quando non hanno altri argomenti: lo dice, e lo pensa davvero. Ma la memoria di Civitas Nova ce l'ha anche lui, e il racconto lo lascia capire nell'ultima scena, quando Gerardo beve il vino in silenzio e non risponde al domicello.
Non tutto si dice. Non tutto si scrive. Ma questo i consoli non lo metteranno mai in un atto processuale.
Note
¹ Sulla natura politica della iurisdictio comunale e il suo valore come atto di potere cfr. M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, con particolare riferimento al ruolo dell'Incerti auctoris ordo iudiciarius, che definisce il giudizio come «animi arbitrium publica auctoritate introductum propter singulorum utilitates inventum».
² Il riferimento è al Breve consulum di Pistoia, che prevedeva l'esclusione dalla città di chi rompesse una pace comunque raggiunta, equiparando la rottura della pace a un reato capitale.
³ Sulla gerarchia delle prove e la scala di credibilità delle testimonianze nei processi medievali, costruita a partire dalla vista fino al sentito dire, cfr. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, §1.
⁴ Sul canone Qualiter et quando del IV concilio lateranense del 1215 e il ruolo della fama pubblica come elemento sostitutivo dell'accusa formale cfr. P. v. Aimone, Il processo inquisitorio: inizi e sviluppi secondo i primi decretalisti, in «Apollinaris», 67, 1994, pp. 591-634; e R. Fraher, IV Lateran's revolution and criminal procedure, in R. I. Castillo Lara (a cura di), Studia in honorem eminentissimi cardinalis Alphonsi M. Stickler, Roma, 1992, pp. 96-111.
⁵ Su Alberto Gandino e il ruolo della publica vox come fondamento dell'inquisitio cfr. H. Kantorowicz, Albertus Gandinus und das Strafrecht der Scholastik. II. Die Theorie, Berlin, 1926, Tractatus de maleficiis, p. 38-41.
⁶ Vallerani, La giustizia pubblica medievale, §1: «le formalità processuali andrebbero lette come una parte costitutiva e non accessoria del processo, come un'espressione diretta del potere di regolare la giustizia».




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