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Roosebeke 1382: trionfo della cavalleria francese appiedata

48 minuti fa
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Dalla distruzione dell’esercito comunale fiammingo alla disfatta di Agincourt: la cavalleria francese fra Trecento e Quattrocento.


Il 27 novembre 1382, sulle alture di Roosebeke, l'esercito del regno di Francia affrontò le perennemente ribelli milizie comunali fiamminghe guidate da Filippo van Artevelde. L’interesse militare dello scontro va però oltre l’esito, favorevole ai francesi. Ciò che ha destato il mio interesse sono le fonti che descrivono, al posto di una carica frontale indiscriminata della cavalleria francese, un dispositivo articolato in cui gli uomini d’arme appiedati ebbero una parte essenziale e le ali francesi, montate, concorsero ad accerchiare con efficacia gli avversari. Roosebeke offre così un buon correttivo allo stereotipo di una nobiltà francese incapace di concepire altro che l’assalto a cavallo a testa bassa e senza alcuna pianificazione o logica.


Esercito medievale in marcia

La guerra delle città fiamminghe


La guerra fiamminga, iniziata nel 1379, trovò il suo culmine a Roosebeke. Le grandi città, Gand in particolare, contestavano l’autorità di Luigi di Male, conte di Fiandra, in un conflitto alimentato da rivendicazioni di autonomia politica, da questioni fiscali e dai rapporti commerciali con l’Inghilterra (che alla Francia impegnata nel centenario conflitto con l'isola di Albione non potevano certo andare bene). Nel maggio 1382, a Beverhoutsveld, il capo della rivolta, Filippo van Artevelde, sconfisse l’esercito comitale e Luigi si rivolse allora al genero Filippo l’Ardito, duca di Borgogna, e alla monarchia francese. Carlo VI, ancora adolescente, intervenne con un esercito formato da uomini d’arme, fanti e tiratori di diversa provenienza. Una registrazione delle paghe borgognone del 14 ottobre 1382 elenca 1.648 combattenti, tra cui 19 cavalieri banderesi (o del primo ordine), 185 cavalieri bacheliers, 1.325 scudieri, 72 balestrieri e 47 arcieri; la cifra riguarda tuttavia un singolo contingente e va tenuta distinta dalla consistenza dell’intera armata. Rimane però interessante la proporzione delle varie anime di quel contingente.


Già prima dello scontro l'armata di Francia mostrò buone capacità operative nell’attraversamento della Lys presso Comines, dove i fiamminghi, che avevano danneggiato il ponte, difendevano il passaggio. Nella notte fra il 19 e il 20 novembre un distaccamento francese (di cui faceva parte il giovane Jean le Meingre, il noto Boucicaut) varcò il fiume su barche e zattere e conquistò una testa di ponte, mentre i rinforzi giunsero in un secondo momento attraverso il passaggio ripristinato. Il successo aprì la via alle Fiandre e contribuì a costringere Artevelde ad abbandonare l’assedio di Oudenaarde per affrontare l’invasore. La battaglia campale, a questo punto, era inevitabile.


Gli eserciti si fronteggiano

Le cronache divergono sul numero dei combattenti e sui particolari dello schieramento. Nella ricostruzione di Andrej V. Kurkin il centro era formato da uomini d’arme appiedati e fanti, sostenuti da tiratori, con altre forze disposte sulle ali, mentre i cavalli degli uomini appiedati restavano nelle retrovie, non molto distanti. Presumo che i francesi potessero aver stabilito di utilizzarli, in seguito, se ne avessero avuto occasione. Secondo questa lettura il centro doveva reggere l’urto nemico e dare modo alle ali di colpire i fianchi fiamminghi. Il modello dell’incudine e martello resta tuttavia una ricostruzione interpretativa: le fonti descrivono la dinamica dello scontro, ma nessun ordine operativo conservato attesta che i comandanti l’avessero concepita in questi termini fin dall’inizio. Rimane incerto anche che tutti gli attacchi laterali siano stati condotti a piedi, improbabile. A ogni modo, anche così l’esito della battaglia dipese da ben più di una semplice carica frontale.


Milizia medievale

L’esercito ribelle era tutt’altro che improvvisato: le milizie urbane disponevano di ufficiali, erano divise in battaglie ordinate e fornite di contingenti di balestrieri e artiglieria. La contabilità di Gand registra paghe, polvere da sparo, bombarde e specialisti. Secondo la Chronique des quatre premiers Valois i fiamminghi avanzarono in una sola bataille «en triangle comme ung trepié», espressione che possiamo intepretare come formazione a cuneo. Il loro attacco respinse in un primo momento il centro francese, dove alcune truppe bretoni cedettero e un’insegna cadde in mano ai ribelli, a dimostrazione di quanto la fanteria cittadina potesse mettere in difficoltà uomini d’arme comunque pesantemente equipaggiati.


Mentre il centro lottava, contingenti francesi attaccarono i lati della formazione fiamminga. VI presero parte l’avanguardia del conestabile Olivier de Clisson e forze della retroguardia, fra cui quelle del duca Luigi di Borbone, e un reparto di quest’ultimo avrebbe completato l’avvolgimento. Sotto la pressione simultanea la fitta compattezza dello schieramento ribelle si ritorse contro di esso: le file esterne dovevano combattere in più direzioni, quelle interne perdevano spazio e gli uomini caduti venivano schiacciati e soffocati. Artevelde fu trovato morto senza ferite evidenti, circostanza compatibile con la morte per compressione. Rotta la formazione, gli uomini d’arme francesi rimontarono a cavallo per inseguire i fuggiaschi. Le cronache parlano di un massacro, ma i numeri delle perdite, enormi, non sono affidabili come conteggi.


Il re, D'albrect e Boucicaut. Protagonisti da Roosebeke ad Agincourt


Fra i combattenti del 1382 figurava, come detto, il giovane Jean II Le Meingre, detto Boucicaut, futuro maresciallo di Francia. Il Livre des fais du Maréchal de Bouciquaut lo presenta in prima linea e racconta di un duello con un fiammingo che lo derideva per la sua età, ma si tratta di un racconto biografico e celebrativo, i cui dialoghi e particolari non possono essere verificati in modo indipendente. Più solida è la sua traiettoria militare: Boucicaut passò per Nicopoli nel 1396 e fu presente ad Agincourt nel 1415, dove venne catturato, e in lui si può seguire una continuità di esperienza fra due battaglie dall’esito opposto.


Carlo VI, presente a Roosebeke come re quattordicenne, regnava ancora nel 1415, ma senza dirigere la campagna di Agincourt. Luigi II di Borbone, protagonista del combattimento del 1382, morì nel 1410, e ad Agincourt combatté il figlio Giovanni I, che fu fatto prigioniero. Quanto al conestabile Charles d’Albret, caduto ad Agincourt, il solo cognome non autorizza a identificarlo con il signore d’Albret menzionato fra i capitani di Roosebeke. Il legame personale più sicuro fra le due battaglie rimane Boucicaut, mentre gli altri confronti riguardano soprattutto dinastie, reti aristocratiche e continuità istituzionali.


Il 25 ottobre 1415 gli uomini d’arme francesi avanzarono in prevalenza appiedati contro l’esercito di Enrico V, la cui posizione, delimitata da boschi e protetta dagli arcieri con pali difensivi, restringeva le possibilità di manovra. Il terreno fangoso e la pressione delle file posteriori su quelle anteriori contribuirono a far perdere coesione alla massa francese, e la compressione dei combattenti divenne un fattore importante della disfatta. Roosebeke offre un parallelo, ma le due situazioni differiscono sul piano tattico: nel 1382 la massa fiamminga fu avvolta da una manovra francese, mentre nel 1415 la compressione dei francesi derivò dal terreno, dall’avanzata, dalla resistenza inglese e dagli attacchi laterali. In entrambi i casi la profondità della formazione si rivelò una debolezza nel momento in cui venne a mancare lo spazio per combattere. E questo vale in ogni epoca, da Canne nel 216 a.C. a Schöngrabern nel 1805, tanto per citare due episodi agli estremi di Roosebeke.


Cavaliere medievale dopo una battaglia

Conoscenza tattica ed esecuzione


Ad Agincourt i francesi conoscevano l’impiego appiedato e la necessità di coordinare armi diverse, come mostra il piano predisposto prima della battaglia, che prevedeva uomini d’arme appiedati, tiratori e contingenti montati incaricati di colpire gli arcieri inglesi. La difficoltà stava nel tradurre disposizioni e competenze in un’azione coerente nelle circostanze reali. A Roosebeke abbiamo un esercito francese capace di combinare tenuta del centro e manovra, Agincourt mostra quanto queste capacità dipendessero da comando, disciplina, terreno e coordinamento. Non sappiamo se Boucicaut abbia pensato a Roosebeke nel 1415, e supporlo sarebbe un’immagine letteraria priva di riscontro documentario; sappiamo invece che aveva esperienza di entrambe le forme di combattimento. Il cavaliere francese poteva combattere montato o appiedato, e la vittoria dipendeva dall’uso che sapeva fare di questa flessibilità.


Fonti

Fonte principale: Andrej V. Kurkin, «Battle of Roosebeke, 27 November 1382». Fra le fonti citate da Kurkin: Jean Froissart, Chroniques, tomo X; Chronique des quatre premiers Valois, ed. S. Luce (1862); Chronographia regum Francorum, ed. H. Moranvillé (1897); La chronique du bon duc Loys de Bourbon, ed. A.-M. Chazaud (1876); Le livre des fais du Maréchal de Bouciquaut, ed. D. Lalande (1985); J. Saint-Genois, Histoire nationale. Bataille de Roosebeke. 1382 (1849).


Saga il cavaliere errante Melappioni

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