I luoghi di Guibert. I Monti della Sibilla
- Giovanni Melappioni

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Serravalle di Chienti, Dignano e la Sibilla nei luoghi di Guibert
C'è un momento, nel terzo romanzo di Guibert, in cui il protagonista si stende sul muschio di una cengia e guarda in giù. Sotto di lui, intagliata nella roccia come una cicatrice antica, corre la gola del Chienti. Al centro di quella strozzatura, come una diga costruita da mani umane esattamente dove la natura aveva già fatto il suo lavoro, sta il borgo di Serra Vallis. Due porte turrite, una a levante e una a ponente. Una cinta muraria che chiude la via romana da parte a parte. Chiunque voglia attraversare l'Appennino in quel tratto, deve passare di lì — o non passa.
Guibert capisce tutto in un istante. E anch'io, la prima volta che ho percorso quel tratto della SS77 scendendo da Colfiorito verso la valle del Chienti, ho avuto la stessa sensazione: che il paesaggio avesse già scritto la storia, e che agli uomini non fosse rimasto che seguirne le istruzioni.

Il valico che non si aggira
Serravalle di Chienti è uno di quei luoghi che esistono perché non potevano non esistere. Il varco appenninico che dai piani di Colfiorito — l'antica Plestia — scende verso l'Adriatico è stato, nei secoli, l'unico percorso praticabile per chiunque si spostasse tra il mare e l'interno: greggi in transumanza, pellegrini diretti a Loreto, eserciti in marcia. La valle si stringe in un punto preciso, quasi come se i monti si stringessero di proposito per creare un imbuto invalicabile. A sud incombe il massiccio del Monte Prefoglio, a nord quello del Monte Maggio. In mezzo, la strada. E sulla strada, il castello.
In epoca romana c'erano già qui delle mansiones, stazioni di sosta lungo l'asse viario che collegava l'altopiano plestino al territorio camerte. Poi vennero i Goti, i Longobardi, il Ducato di Spoleto che rivitalizzò il tracciato come direttrice della Via della Spina. E infine, con l'età comunale, Serravalle divenne una fortezza strategicamente cruciale: posta all'incrocio delle zone d'influenza di Nocera, Spoleto e Foligno, controllare quel passo significava controllare tutto.
Il castello di Serravalle che conoscono le fonti documentarie nasce tra il XII e gli inizi del XIII secolo — pochi anni dopo, dunque, rispetto ai fatti narrati nel romanzo. Nel 1240, il cardinale Sinibaldo Fieschi, futuro Innocenzo IV, lo donò al Comune di Camerino in piena guerra tra guelfi e ghibellini. Ma la struttura difensiva che ho immaginato per il 1109 non è una forzatura: quel valico non ha mai smesso di essere presidiato. Una torre su quel pianoro soprastante — la torre che Turno tiene con i suoi mercenari e i cavalleggeri peceneghi, quella che Guibert vede per la prima volta con gli stendardi verdi e le due barre nere, troppo lontani per essere certi ma abbastanza vicini da gelare il sangue — è esattamente il tipo di presidio che un signore ambizioso e ben finanziato avrebbe eretto per chiudere il fianco alto del valico, laddove le mura del borgo non arrivano. Qualche decennio più tardi, in quello stesso punto strategico, i Varano di Camerino alzarono la loro fortezza: un perimetro a quadrilatero irregolare, cinque torri, due porte per imporre il pedaggio a merci e viandanti. I ruderi sono ancora lì, tagliati in due dalla strada statale, con una lapide che recita "Ruderi della poderosa fortezza che proteggeva il Ducato dei da Varano di Camerino, 1300 c." La pietra conferma quello che la geografia aveva già suggerito.
Per approfondire la storia di Serravalle e dei suoi luoghi, vi rimando al sito Il Cuore delle Marche, ricco e ben documentato.

La prima battaglia, e il sapore della sconfitta
Guibert non conquista la torre al primo tentativo. La prima battaglia la perde — e quella sconfitta è uno dei momenti narrativamente più importanti del romanzo, perché obbliga il protagonista a ritirarsi verso l'alto, verso i pascoli, verso un mondo che non conosce e che non si aspettava. È quella sconfitta che lo porta a incontrare Velia. Ma prima di Velia, c'è la fuga attraverso le gole, la fame, il freddo di un autunno appenninico che nei libri di storia viene spesso dimenticato ma che nei secoli ha fatto più vittime di molte battaglie.
Mi sono sempre chiesto cosa significasse combattere in questi luoghi. Non in senso romantico — in senso fisico, materiale. Il terreno è quello che è: ripido, sconnesso, ricco di anfratti utili agli imboscati ma micidiale per chi porta armi e armature. La nebbia scende senza preavviso. I sentieri scompaiono sotto la pioggia di fine estate e si trasformano in canali di fango. Guibert e i suoi, ritirandosi verso nord-est dopo il primo scontro fallito, devono muoversi in un territorio ostile su due fronti: il nemico alle spalle e la montagna davanti. Non è fiction: è logistica medievale pura.
Dignano e i signori dell'altopiano
Prima che Guibert risalga definitivamente verso la torre, il romanzo lo porta sull'altopiano plestino, nel territorio dei Dignano. Il castello — reale, documentato — si erge a 885 metri sul livello del mare, in una posizione dominante sulla piana sottostante che lascia ancora oggi senza fiato. Appartiene al Comune di Serravalle del Chienti, ma guarda verso Colfiorito e gli altipiani umbri, con i quali ha condiviso storia, dispute di confine e identità per secoli.
Nel romanzo i Dignano sono vassalli di Serra Vallis: signori feudali ben armati, con cavalieri e un giovane capo nobile, rubizzo e sicuro di sé, che suona un corno dalla voce cristallina e sa quando ritirarsi. Storicamente, la famiglia che tenne il castello di Dignano nel XIII secolo furono i Conti di Baschi, principali esponenti ghibellini dell'Umbria — esattamente il tipo di signoria che un romanziere cerca quando vuole che la finzione respiri la stessa aria dei documenti d'archivio. Nel 1264 il castello fu venduto per tremila libre. Il prezzo di un feudo strategicamente importante, a poca distanza dai confini sempre contestati con il territorio folignate.
Vicino al paese, lungo il sentiero che porta a Monte Castello, c'è ancora oggi la Fonte dell'Aria: una fonte con abbeveratoi in pietra, sedili scavati nella roccia, alberi secolari che fanno ombra, e quelle correnti tiepide che nelle giornate d'afa rendono il luogo stranamente fresco. Nel romanzo è il punto in cui si snoda uno degli inseguimenti più tesi della storia. La fonte c'era già, o qualcosa di molto simile occupava quel luogo — perché le sorgenti non si spostano, e i pastori medievali le conoscevano tutte per nome.
La battaglia che Guibert combatte per Velia — e che serve in realtà a lui, a garantirsi la via del ritorno — si consuma tra queste colline. I cavalieri dei Dignano sono veloci e brutali, abituati a quel terreno, padroni di ogni deviazione. Guibert li batte non con la forza ma con la psicologia: lasciando arrivare i rinforzi che i Dignano avevano chiesto a Serra Vallis, aspettando il momento in cui si sentissero al sicuro, e colpendo esattamente allora.

Velia, la Madre, la Sibilla
E poi c'è lei.
Velia non è un personaggio che ho inventato di sana pianta. O meglio: l'ho inventata, ma il modello era già lì, scritto nella roccia di un monte a duemila metri di quota, a poche leghe in linea d'aria dai luoghi dove si muove Guibert.
La Grotta della Sibilla, sul versante del Monte Sibilla nei Monti Sibillini, a 2150 metri sul livello del mare, è uno dei luoghi mitici dell'Appennino centrale. La leggenda vuole che là abitasse una regina immortale — la Sibilla — che rivelava il futuro a chi aveva il coraggio di scendere nel suo regno sotterraneo. Il cavaliere cavalleresco Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, scritto tra XIV e XV secolo, costruisce su questa leggenda un intero romanzo: un cavaliere errante — e il parallelo con Guibert non mi era sfuggito — che si reca dalla Sibilla per conoscere le sue origini e resiste per un anno intero alle sue tentazioni. Nel 1420 il viaggiatore francese Antoine de La Sale si recò di persona alla grotta su mandato della Duchessa di Borgogna, ne rilevò il vestibolo con rara precisione e lasciò un documento conservato oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia.
Il culto della Sibilla appenninica affonda le radici in strati molto più antichi del Medioevo. Prima che il Cristianesimo riassorbisse e trasfigurasse quella figura, c'era già una tradizione oracolare legata a questi monti. Le fonti più antiche — Svetonio, Trebellio Pollione — la citano in piena età imperiale. Non è una leggenda nata a tavolino: è il sedimento di secoli di frequentazione di quei luoghi da parte di popolazioni montane che cercavano risposte dove i suoni e il silenzio assumono una qualità diversa da quella della pianura.
Quando ho costruito Velia, mi sono chiesto: cosa c'è di realistico, di storicamente plausibile, dietro questa leggenda? La risposta era abbastanza semplice, e abbastanza umana. C'era una donna. O più probabilmente una serie di donne, una che succedeva all'altra portando lo stesso nome, custodendo lo stesso ruolo. Una guida spirituale e politica di una comunità montana che viveva ai margini delle strutture feudali — troppo in alto, troppo mobile, troppo radicata in usi pre-cristiani per essere facilmente inquadrata dalla Chiesa e dai signori dei castelli. Una "profetessa" che profetizzava non per grazia soprannaturale ma per intelligenza, conoscenza del territorio e capacità di leggere la situazione politica meglio di qualsiasi cavaliere.
Velia, nel romanzo, lo dice esplicitamente a Guibert: ha sentito la voce della Sibilla una volta sola, in un antro del monte, dopo giorni di digiuno e veglia. Una volta in tutta la vita. Il resto è stato calcolo, buon senso e la necessità di tenere insieme un popolo che si stava sgretolando. Non c'è magia. C'è qualcosa di più difficile: la responsabilità di essere ciò che gli altri hanno bisogno che tu sia, anche quando non ci credi più del tutto.
Quello che mi ha sempre colpito della leggenda della Sibilla appenninica è precisamente questa ambiguità. Le cronache medievali la descrivono come una figura di confine: né santa né demonio, né profetessa cristiana né sacerdotessa pagana. La Chiesa la combatté e al tempo stesso non riuscì a cancellarla — troppo radicata, troppo necessaria a quelle comunità. Nel 1452 un documento dell'Archivio di Montemonaco registra una scomunica e una successiva assoluzione dell'intera popolazione del paese, rea di aver aiutato cavalieri stranieri a raggiungere il lago della Sibilla per praticare l'alchimia. La grotta era già chiusa, già in parte franata, già sorvegliata dall'inquisizione — eppure la gente continuava ad andarci.
Velia è questo: la realtà che sta sotto la leggenda. Una donna intelligente e sola, invecchiata al servizio di una comunità che credeva in lei più di quanto lei credesse in sé stessa. E quando Guibert scende di nuovo verso Serra Vallis per la battaglia decisiva, lo fa anche perché quella donna gli ha dato qualcosa che le battaglie di solito non offrono: una ragione che vada oltre il mandato e il salario.
Il valico, di nuovo. La vittoria.

La battaglia finale per Serra Vallis si combatte su più piani contemporaneamente. Guibert in alto, sulla torre e nel pianoro che la circonda. Federico, il Margravio, in basso, contro le mura del borgo. L'uno non sa dell'altro — o almeno così crede Guibert, finché il suono del corno dei Dignano, rivolto verso le forze di Federico, non innesca qualcosa di imprevedibile.
Il valico si libera. Le mura di Serra Vallis cadono da ponente, le trombe suonano a distesa dentro il borgo, i cittadini si chiudono in casa. Turno fugge con i cavalli. I suoi appiedati vengono sterminati nella confusione. E Guibert, fermo su uno sperone di roccia da cui domina l'intero valico — la stessa prospettiva da cui l'aveva guardato per la prima volta, disteso sul muschio della cengia — assiste a una vittoria che non aveva calcolato del tutto e che per questo gli appartiene in modo pieno.
Sono tornato più volte in quei luoghi e su quel tratto di strada, tra Colfiorito e Serravalle, che unisce Marche e Umbria. Trovo sempre emozionante ritrovare quelle mura dei Varano fiere, nonostante siano tagliate in due dall'asfalto. La torre sulla destra. Il moncone di muraglia sulla sinistra. La gola che si apre e poi si chiude. Ogni volta ho pensato che la storia — quella vera, quella dei documenti, quella delle pietre — non ha fatto altro che confermare quello che il paesaggio aveva già deciso secoli prima di qualunque cronista o romanziere.




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