Gournay-sur-Marne, 1109: un assedio medievale (quasi) da manuale
- Giovanni Melappioni

- 14 apr
- Tempo di lettura: 5 min
C'è una scena che mi torna spesso in mente quando penso alla guerra feudale nella sua forma più autentica, spogliata di ogni retorica cavalleresca: un principe che ordina ai suoi uomini di togliersi le vesti e gettarsi in un fiume, sotto una pioggia di pietre, pur di strappare un'isoletta a una manciata di difensori testardi. Niente eroi scintillanti, niente gesta epiche. Solo fango, corrente, e la volontà brutale di vincere.
Questa scena è reale. È accaduta sulle rive della Marna, attorno al castello di Gournay, agli inizi del XII secolo. E la fonte che ce la racconta — la Vita Ludovici Grossi di Suger, abate di Saint-Denis — è una delle cronache più vivaci e concrete che il Medioevo ci abbia lasciato sulla guerra feudale.

Il pretesto, ovvero come si accende una guerra d'assedio medievale
Come quasi sempre accade nelle faide medievali, la miccia è sproporzionata rispetto all'incendio che provoca.
Il conte Guido di Rochefort aveva già il sangue amaro per ragioni sue: una vicenda matrimoniale andata storta, la figlia promessa a Lord Luigi — il futuro Luigi VI di Francia — poi il fidanzamento bloccato da rivali che avevano tirato fuori l'argomento della consanguineità davanti al papa stesso. Il divorzio era stato pronunciato. L'umiliazione, incassata.
In questo clima teso, il castellano di Gournay, un certo Ugo di Pomponne, compì un gesto che oggi chiameremmo rapina stradale: si impadronì dei cavalli di alcuni mercanti che viaggiavano sulla via reale e li trascinò nel castello come bottino. Un atto di tracotanza feudale tutt'altro che raro, ma questa volta capitò nel momento sbagliato, davanti alla persona sbagliata.
Luigi non aspettò. Radunò un esercito e si presentò sotto le mura di Gournay prima che qualcuno avesse il tempo di reagire.
Il castello, l'isola, il fiume
Per capire l'assedio bisogna capire il luogo. Gournay non era una fortezza qualsiasi: sorgeva in una posizione difensiva intelligente, protetta su più lati dall'acqua. Attorno al castello si estendeva un'isola — ampia, ricca di prati, comoda per il pascolo — separata dalla terraferma da un ramo del fiume. Chi controllava quell'isola controllava i rifornimenti. Luigi lo capì subito.
Ordinò di allestire una piccola flotta. Poi, con una disinvoltura che colpisce ancora oggi, ordinò ai fanti di spogliarsi — per muoversi più agili in acqua, e per poter uscire più in fretta in caso di disastro — e lanciò l'assalto anfibio.
Quello che seguì fu un combattimento caotico e violento: i difensori dall'argine più alto bombardavano le barche con pietre e lanciavano lance su chi nuotava; gli assalitori cercavano di agganciarsi alla riva, respingevano i colpi, avanzavano metro per metro. Alla fine, con una tenacia che Suger descrive come "volontà di coraggio che rifiuta di sottomettersi al disonore", presero l'isola e ricacciarono i difensori dentro le mura del castello.

L'assalto diretto: il fossato, il muro, la corrente del fiume
Ma prendere l'isola era solo l'antipasto. Il castello vero e proprio era un'altra storia.
Circondato da un fossato profondo e scosceso, sormontato da un muro solido, protetto ai piedi da un torrente impetuoso, Gournay si presentava come uno di quei luoghi che fanno venire voglia di trattare piuttosto che combattere. Luigi invece scelse di attaccare di petto.
Attraversò il torrente, scalò il terrapieno, guidò personalmente i suoi uomini fin sotto le mura. Ma i difensori non si lasciarono intimidire: contrattaccarono con decisione, ripresero i punti chiave della rocca e — dettaglio impietoso — gettarono letteralmente gli avversari nella corrente. L'esercito di Luigi fu respinto.
Qui Suger si concede una piccola pausa narrativa che vale oro: i difensori, scrive, "preferirono il coraggio alla vita". Non è retorica. È la descrizione di uomini che sapevano di essere in trappola e combattevano lo stesso.
Le macchine da guerra entrano in scena
Dopo la sconfitta diretta, Luigi cambiò tattica. Arrivarono le macchine d'assedio.
La più imponente era una torre fissa, di tre piani (E sì, qui lo ammetto, le due torri costruite da Guibert nei suoi romanzi, una in Il canto della vendetta, l'altra in La guerra di Guibert, sono state ispirate da questa. In quei romanzi ho sviluppato tattiche tipiche della guerra d'assedio medievale) — un colosso di legno che sovrastava le mura del castello e rendeva impossibile ai difensori muoversi allo scoperto o rispondere efficacemente al fuoco. Sotto quella pressione costante, giorno e notte, la guarnigione fu costretta a scavare trincee per ripararsi, e cercò di colpire gli occupanti della torre con i propri arcieri.
Ma la torre aveva un'arma supplementare: un ponte mobile, incernierato in alto, che poteva essere calato gradualmente sulla sommità delle mura per permettere agli assalitori di entrare direttamente nel castello. Una soluzione ingegnosa — se non fosse che i difensori ne avevano visto la costruzione mentre gli attaccanti tiravano su l'ordigno. Piantarono quindi una serie di pali verticali, calcolando il punto preciso in cui sarebbe calato il ponte. Durante la notte, con notevole spirito d'iniziativa e coraggio, i difensori scavarono delle fosse che resero mortali con dei pali appuntiti, esattamente sotto la torre, così che se gli assedianti avessero voluto tentare ugualmente l'assalto tramite il ponte, in bilico sui pali, un triste destino avrebbe atteso quanti fossero precipitati di sotto.
Era una trappola progettata contro una macchina. Due ingegnerie che si sfidavano.

Il soccorso tardivo
Mentre l'assedio si stringeva e i viveri scarseggiavano, il conte Guido di Rochefort — il grande alleato degli assediati — non stava con le mani in mano. Cercò rinforzi tra i parenti, contattò signori, organizzò scorribande di fuoco e saccheggio attorno al campo di Luigi per costringerlo a dividersi. Poi concordò con Thibauld, conte palatino — giovane, abile, ambizioso — di portare un esercito di soccorso in un giorno stabilito.
Luigi, informato dai suoi esploratori, lasciò le tende presidiate e andò incontro all'esercito di soccorso con tutto quello che aveva. Quello che seguì fu più una disfatta che una battaglia. I cavalieri di Guido — ammorbiditi, dice Suger senza pietà, da una lunga pace — non ressero l'urto dei francesi esperti di guerra. Furono travolti da lance e spade, sbandati, messi in fuga. Il conte Thibauld scappò per primo, lasciandosi il suo esercito alle spalle alla mercé dell'armata reale.
La resa e il dopo
Con l'esercito di soccorso sbaragliato, il castello non aveva più speranze. La guarnigione si arrese. Luigi tornò alle sue tende, cacciò i difensori che si erano aggrappati fino all'ultimo a speranze rivelatesi illusorie, e consegnò Gournay ai Garlande — la famiglia che aveva contribuito a rompere la sua vecchia amicizia con Guido — perché lo custodissero.
Un gesto politico preciso, freddo, quasi didascalico: il castello come ricompensa agli alleati, come messaggio agli avversari.
Quello che mi affascina di questa storia non è la vittoria in sé. È la texture della guerra feudale che affiora in ogni dettaglio: gli uomini che si spogliano per guadare un fiume, le fosse con i pali coperte di paglia, il ponte che cala sul muro, il conte che scappa per primo. Non c'è niente di glorioso qui. C'è solo la fatica grezza di prendere un castello che non vuole cadere, combattuta da gente che aveva molto da perdere su entrambi i lati.
Suger, che pure era un ammiratore di Luigi, non abbellisce nulla. E forse è per questo che il suo racconto, quasi mille anni dopo, si legge ancora col fiato sospeso. VUOI LEGGERE UNA SERIE DI ROMANZI STORICI CHE RACCONTINO LA GUERRA, L'AVVENTURA E SCOPRIRE IL VERO MEDIOEVO?





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