• Giovanni Melappioni

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C.

Aggiornato il: feb 1

Per vincere il nemico saggezza e carisma sono da preferire all'attacco diretto. 

                                                                                                 (Leone I il Saggio. Basileus dal 886 al 912 d.C.)


Ho scelto di parlare della battaglia di Kalavryai per diversi motivi. Primo è uno scontro in parte sconosciuto ai più, una battaglia che non viene mai elencata nei saggi periodici "Le mille battaglie che..." Le cento battaglie di..." "Le battaglie che hanno cambiato il mondo" "Un altro libro sulle battaglie? Esatto, tanto l'ho copiato da quelli usciti dieci anni fa." e così via (l'ultimo titolo è in realtà un sottotitolo di quasi tutti i volumi oggi disponibili 😄 ). E secondo è una battaglia non lineare, durante la quale accaddero tanti di quegli eventi da poterci scrivere un romanzo. Infine, fu uno scontro combattuto fra i due generali migliori del periodo, entrambi al comando di eserciti eredi dell'ars bellica dell'antica Roma.



Fu una battaglia in seno a una guerra civile, l'ennesima di decine che dilaniarono l'impero romano d'oriente e furono la principale causa del suo inesorabile tracollo.

La sconfitta dell'imperatore Romano IV a Manzikert nel 1071 aveva portato a un succedersi di eventi dalle nefaste conseguenze. Michele IV Ducas, asceso al trono grazie al potente zio, il Cesare Giovanni, era un inetto, manovrato da parenti e consiglieri di scrupoli - Su tutti Michele Psello, filosofo, cronista e funzionario imperiale. Nel giro di pochi anni aveva perso il controllo dell'Anatolia centrale, ceduta ai turchi in cambio dell'appoggio militare contro lo zio Giovanni che gli si era rivoltato e guidava i mercenari normanni operanti nell'area, arrabbiati perché da mesi rimasti privi di paga (Va bene tutto, ma come si fa a non pagare dei mercenari NORMANNI? Roba da pazzi.)


"Finalmente è arrivata la paga. Sotto con i dadi!"

Inoltre continuò la politica dei suoi predecessori di deprezzamento dei nomismata. In breve si ritrovò con un imperio che scricchiolava, isolato e privo di qualsiasi idea su come salvarsi. In quel momento, quasi in contemporanea, due uomini di grande reputazione si rivoltarono contro di lui. Condividevano il nome ma non certo gli intenti dato che nessuno dei due era disposto a mettersi al servizio dell'altro nella lotta contro Michele. Il primo si chiamava Niceforo III Botoniate, governatore della Bitinia. L'altro era Niceforo Briennio detto Il Vecchio, stratego del Théma di Bulgaria. Il Botoniate, mentre Briennio tentava un colpo di mano (fallito) contro Costantinopoli, conquistò Nicea e proclamò decaduto Michele sostituendolo con l'appoggio del clero e dell'aristocrazia. Michele si ritirò in convento senza fiatare, giudicando meglio arrendersi a un nemico lontano che al Niceforo Briennio che aveva quasi sotto casa. Briennio aveva il controllo di Adrianopoli ma nessun altro appoggio se non quello degli uomini che aveva adunato intorno a sé. Costantinopoli aveva scelto il nuovo imperatore, trasformando di fatto Briennio in un nemico. Si cercò di trovare un accordo ma ormai, armi in pugno, la tentazione di prendere tutto quel che restava della gloria imperiale doveva essere troppo forte per lui. Quando i negoziatori giunti da Costantinopoli gli chiesero di accettare Botoniate come imperatore, garantendogli il titolo di Cesare e il diritto di successione al seggio imperiale, Briennio disse che non poteva ricevere solo lui qualcosa in cambio della sottomissione ma tutto il suo entourage, i suoi generali e perfino i soldati semplici dovevano vedere rispettate le promesse da lui fatte, per mano del nuovo imperatore.

Ovviamente gli accordi si interruppero perché Botoniate aveva già speso gran parte dei suoi crediti per soddisfare le esigenze dei suoi e non c'era modo di accontentare anche gli uomini di Briennio. L'imperatore, però, aveva una carta da giocare, un generale giovane ma coraggioso e di grande astuzia. Un novello Belisario: Alessio Comneno. Botoniate ordinò a Alessio di iniziare subito le manovre offensive per intercettare Briennio prima dell'inevitabile attacco alla capitale.


Alessio riunì le scarse forze a disposizione nella capitale e marciò nella Tracia fedele al Briennio. Si accampò non distante dalla fortezza di Kalavryai, nei pressi dell'attuale Silivri.

Non fortificò la sua posizione, contrariamente a tutta la dottrina militare bizantina. Forse, ma è un forse molto grande, non voleva affaticare i suoi pochi uomini con i lavori. Costruire un accampamento temporaneo era fattibile se, con adeguata turnazione, tutti gli uomini potevano lavorare e riposare. Potrebbe essere che non ne avesse a sufficienza perché il trinceramento fosse completato senza esaurire le forze di tutti loro? Purtroppo nessun cronista offre indizi per risolvere questo enigma. Inviò poi delle spie, numerose a quanto raccontano le cronache, sia nei dintorni che direttamente nell'accampamento di Briennio, a Kedoukton (un nome che non ha corrispondenza moderna e potrebbe indicare un luogo ove sorgeva un Aqueductus di epoca romana). Scoprì, dai loro rapporti, che la situazione era ben peggiore di quanto avrebbe desiderato: il nemico era più numeroso e le forze di Briennio composte di veterani mentre i suoi erano uomini di recente arruolamento. Tutto sembrava indicare che non vi era possibilità di vittoria per lui.

Nella storia della guerra, una simile disparità di esperienza e numero è di fatto una condanna alla sconfitta.



Alessio, constatata l'inferiorità nei confronti dell'avversario, approntò comunque il suo piano di battaglia. Poco prima dello scontro, raccontano le cronache (Briennio il Giovane, figlio del Briennio avversario diretto di Alessio), arrivò il suggerimento da parte dell'Imperatore di evitare il combattimento, tenere la posizione e attendere i rinforzi turchi in arrivo dall'Anatolia. Era però impossibile rimanere in quel luogo senza combattere perciò Alessio decise di ignorare le parole dell'Imperatore e di attaccare battaglia. Briennio, intanto, aveva disposto il suo esercito in formazione già fuori dagli accampamenti e marciò lungo la strada che conduceva a Costantinopoli incontro allo sbarramento delle esigue forze inviate a contrastarlo.

 

Prima di proseguire occorre precisare un concetto fondamentale nello studio della guerra medievale: che i comandanti si accordassero sul giorno e il campo come se fosse un duello a singolar tenzone è un'immagine romantica derivata da una visione ormai sorpassata dell'argomento. Sono le manovre a portare allo scontro, ogni generale che si rispetti sa che non è possibile avere la certezza del punto in cui  la miccia verrà innescata e pertanto già nella marcia di avvicinamento al nemico occorre prestare la massima attenzione alla formazione scelta. Il terreno è il comun denominatore fra le due parti in causa, perché i vantaggi o gli svantaggi saranno gli stessi per entrambi.


Briennio quindi avanzò in formazione compatta, come un maglio: il suo obiettivo era Costantinopoli, non Alessio. Sapeva che un esercito (oltretutto raffazzonato alla meglio come quello che lo contrasta in quel momento) tagliato fuori è un esercito destinato a disgregarsi perciò si permise il lusso, vista la superiorità numerica, di andare avanti, costringendo l'avversario a fare la prima mossa. Alessio, per dare più efficacia alla sua azione d'apertura, aveva organizzato un'imboscata nascondendo una parte delle forze. I manuali di tattica bizantini chiamavano queste forze nascoste con un nome preciso, Enodroi. Non abbiamo molte notizie ma è plausibile immaginare l'unità composta dai migliori degli Immortali.

Adesso, come direbbe Bruno Pizzul, andiamo a scoprire le formazioni in campo.


Lo schieramento di Alessio.



Il contingente in imboscata, detto degli Enodroi, doveva essere piccolo, non più di 500 cavalieri. Nell'ala sinistra il resto degli Immortali, un migliaio in tutto e i "franchi". Chi fossero quelle tre o quattro centinaia di guerrieri europei è ancora oggi argomento di studio. Potrebbero, a mio avviso, essere i resti delle forze di Ursel de Bailleul, un condottiero normanno in quel momento prigioniero a Costantinopoli di cui parlerò con più precisione nei prossimi approfondimenti. All'ala destra i Chomatenoi, almeno 2.000 se vogliamo fidarci del senso tattico di Alessio: avere ali numericamente equilibrate era un must dell'arte della guerra bizantina e le prove della conoscenza che ne aveva il futuro imperatore Comneno sono tutte a suo favore. All'estrema destra, a circa mezzo chilometro di distanza, un migliaio di arcieri a cavallo turchi dovevano proteggere il fianco e prevenire eventuali aggiramenti. 


La formazione d'attacco di Briennio.



L'ala destra di Niceforo Briennio è l'incudine contro cui schiacciare l'avversario a colpi di Peceneghi! Briennio la rinforzò con una seconda linea. Come vedremo dalla cronaca della battaglia solo l'ala destra ha questa unità di supporto e infatti racconta Anna Comnena che essa contava 5.000 (dei quali almeno la metà Hetairoi e Manikatoi) uomini mentre le altre due divisioni avevano 3.000 uomini ciascuna. Incerto il numero dei Peceneghi, si stima circa un migliaio di uomini, forse 1.500 ma non di più. Ovviamente le cifre, sia quelle stimate che quelle fornite dalle cronache, vanno sempre prese con il beneficio d'inventario. Possiamo però immaginare un totale di 12.000 soldati per Niceforo Briennio e 5-6.000 per Alessio senza sbagliare poi di molto. Se diamo retta alle cronache solo l'ala sinistra di Niceforo, composta di truppe macedoni e traci, conteneva fanteria.



Che situazione! Alessio, costretto sulla difensiva ma non potendo subire l'urto assoluto dell'avversario, aprì lo scontro con un attacco e Briennio, che invece stava attaccando, si trovò a dover fare i conti con l'iniziativa nemica prima di poter caricare. 

Quella mattina si scontrarono i due migliori generali bizantini di quegli anni: secoli di cultura militare, eredità di una Roma mai dimenticata, portati allo stato dell'arte. Grida ferali, belluine e il galoppo di centinaia di cavalli diedero inizio alla battaglia: erano gli Enodroi che caricavano come diavoli l'ala destra di Briennio. Erano stati tenuti in imboscata, nascosti da Alessio Comneno all'estrema sinistra del suo schieramento sfruttando le asperità del terreno irregolare. La speranza, per il giovane generale, ra che essi potessero sopraffare l’ala destra di Niceforo Briennio fino a farle perdere contatto con il centro e l’altra grande formazione all’estremo opposto. Dalla disposizione delle sue forze, nell’immagine sottostante, è infatti possibile intuire l’ambizioso piano. Gli Enodroi non avevano l’incarico di colpire alle spalle successivamente al primo contatto, al contrario era fondamentale che intervenissero prima proprio per rendere meno duro l’urto delle forze di Briennio, più numerose ed esperte.



Speranza, questa, presto vanificata. C’erano due linee ben distinte di combattenti in quel punto. La prima subì l’impatto e la sorpresa dell’imboscata ma la seconda non ne rimase particolarmente impressionata. Il figlio di Niceforo, Giovanni Briennio, che aveva il comando dell’intera ala destra prese tempestivamente in mano la situazione: caricò uno degli Immortali a lui prossimi e lo sventrò con un solo colpo. Incitò poi i suoi alla riscossa e in breve la fuga degli Enodroi fu un dato di fatto con il quale Alessio dovette fare subito i conti. Le due formazioni vennero presto a contatto e quella di Briennio ebbe subito la meglio. Gli Enodroi in fuga avevano infatti abbassato il già fiacco morale degli Immortali e portato inoltre scompiglio nell’attraversarne le fila. Giovanni spezzò in due la “battaglia” principale di Alessio il quale rimase solo, al centro, con il suo seguito e il contingente di cavalieri “franchi”.

Quasi nello stesso istante, con una tempestività che va a tutto credito del genio militare di Briennio, i Chomatenoi di Alessio vennerno attaccati sul fronte dal reggimento di Traci e Macedoni dell’ala sinistra e sul fianco dai Peceneghi, passati senza alcun problema oltre l’inefficace guardia del contingente turco posto da Alessio proprio in quella zona per intercettarli. Lo sfacelo era pressoché certo. Non risulta nemmeno che abbiano opposto chissà quale strenua resistenza i guerrieri di Choma. Quasi tutti a cavallo, fuggono dalla linea dei combattimenti.



Sembra una disfatta irreparabile quella che stava per subire Alessio ma un colpo di fortuna – una specie di sei al Superenalotto, per capire la sconvolgente portata dell’evento – cambiò l’assetto della battaglia da sconfitta completa a battuta d’arresto. I Peceneghi, convinti che la giornata fosse vinta, non inseguirono i Chomatenoi ma si dedicarono al saccheggio sfrenato, “Com’era nell’uso di quei barbari” scriverà Anna Comnena. Essendo durato poco lo scontro, di oggetti da saccheggiare da morti e feriti non ce n'erano poi molti. Ricordate? Alessio non aveva fatto costruire un proprio accampamento. I Peceneghi non avevano un luogo preciso verso il quale dirigersi per soddisfare la propria ingordigia. Allora, di punto in bianco, i micidiali arcieri delle steppe si voltarono e si diressero allegramente verso il grande accampamento di Briennio per ottenere un saccheggio degno di tale nome. Poco importa se fosse la roba dei loro alleati il bottino di quella giornata, l’equazione battaglia vinta=saccheggio sfrenato era imprescindibile.

Intanto i cavalieri occidentali e la scorta di Alessio riuscirono in qualche modo a dare del filo da torcere al centro di Briennio. Alessio però aveva compreso che tutto stava volgendo al peggio intorno a lui, rischiava seriamente di venire accerchiato e annientato nel punto che si ostinava a difendere. Prese allora con sé sei fra i suoi più fidati compagni d’arme, uno dei quali è giunto a noi anche con un nome, Theodoto, e comunica loro che l’unica speranza era aprirsi un varco verso Briennio e ucciderlo. 


Immaginate la scena: intorno grida e urti e schianti in una cacofonia assordante. Lo stendardo di Niceforo appena visibile e Alessio che lo indica con la spada ai suoi, stanchi, accaldati, sfiniti dalla lotta serrata e dal peso delle armature pesantissime. Grida: “Gloria o morte, e nessuna esclude l’altra!” e poi la carica. Theodoto che lo affiancava, frenò il suo cavallo, gli urlò per farsi sentire che le forze che fuggono sono numerose ma virtualmente incolumi: non deve gettare via la sua vita ma provare a riformare i reggimenti. Lo dissuase così da quel suicidio. Con rinnovato vigore, forse perché oltre al valore personale si è aggiunta la possibilità di cavarsela, i sette si aprirono una via attraverso la mischia, sbucano alle spalle dell’esercito di Briennio e galoppano per ritornare, con un lungo giro, dai propri uomini. In quell’istante ecco il secondo vero colpo di fortuna di Alessio!


Giovanni Skylitzes, Cronaca. Peceneghi massacrano Sviatoslav di Kiev e la sua scorta

Atterriti dalla furia dei Peceneghi gli addetti all’accampamento, incapaci di opporsi, fuggirono a gambe levate verso i propri compagni. Una fiumana umana si stava allontanando dai diavoli orientali che erano intenti a mettere a soqquadro tutta l'area. Fra loro alcuni dei servitori personali di Briennio. Avevano ritenuto corretto tentare di salvare il cavallo bardato con i paramenti imperiali e ornato delle due spade “di stato”. Sono i simboli del potere imperiale con i quali Briennio contava di entrare a Costantinopoli da trionfatore. Lesto Alessio attaccò i servi disperdendoli, si impossessò del cavallo e terminò la rocambolesca fuga verso le sue linee in ritirata. Solo i Franchi ancora resistevano ma ormai il tracollo era inevitabile. Raggiunti i suoi Alessio prese a gridare a gran voce, aiutato dai suoi compagni, che Briennio era morto. Lo ha ucciso lui in battaglia, il suo cavallo e le sue spade ne sono la prova. Gli Immortali si fermarono, qualcuno riescì a ricondurre anche gli Enodroi. Dei Chomatenoi non sappiamo, ma qualche unità del grande reggimento doveva ancora essere nei paraggi. Erano appena arrivati altri turchi, ai quali si erano aggregati quelli già presenti, che a testa bassa dovettero ammettere di aver manovrato davvero male. Non importava, non in quel momento. Alessio aveva ancora una possibilità e la voleva sfruttare.

Giù, nei luoghi dei combattimenti, regnava ora la confusione. Il tradimento dei Peceneghi, l’arrivo delle guardie dell’accampamento, i franchi che iniziavano ad arrendersi. Chi inneggiava alla vittoria, chi voleva ammazzare i Peceneghi fino all’ultimo, chi era uscito dalla formazione sopraffatto dalla stanchezza. Insomma, da Briennio era puro caos, come sempre al termine di una battaglia. In una diversa situazione la fisiologica confusione non avrebbe comportato grandi disagi ma in questo caso la battaglia non era affatto terminata e grande sarà lo scotto da pagare. Alessio divise le sue forze in tre gruppi. Due nascosti, composti da quanti avevano già combattuto e uno, frazionato in piccole unità, da lui stesso guidato e formato principalmente dai turchi ancora freschi. Con alte grida e suoni di buccine e trombe caricò verso il centro avversario. Lo scompaginò ma non aveva una forza d’urto sufficiente a vincere: era proprio questo il suo nuovo piano. Anche senza comandare una ritirata generale, le piccole formazioni, dopo aver scaricato le faretre e scambiato qualche colpo, furono obbligate a ripiegare.



Arduo riuscire davvero a comprendere quanto possa essere difficile spiegare a tremila persone un piano di battaglia! Non è davvero possibile farlo. Un buon generale deve saper sfruttare virtù e debolezze dei propri uomini, intuire le loro reazioni e anticiparle per utilizzarle ai propri fini. Come Annibale che pose i Galli in prima fila a Canne, con il solo scopo di far perdere loro il primo scontro e trascinare la legione di Roma verso le sue falangi arretrate. Alessio fece lo stesso. Sapeva che la sua prima linea si sarebbe ritirata e aveva dato istruzioni ai comandanti di assecondare gli uomini. Briennio con tutti i suoi si gettò all’inseguimento, la frustrazione per la consapevolezza errata che la battaglia fosse già vinta doveva aver inferocito tutti quanti, accecandoli di una sete di sangue impossibile da controllare. La trappola era pressoché perfetta stavolta. Arrivato al punto da lui stesso stabilito con cura, Alessio fece risuonare di nuovo i corni della guerra. Spossato, scompaginato e privo di ogni formazioni manovrabile, l’esercito di Briennio cadde con tutti i piedi nel tranello.


Fu l’ultimo atto della giornata. Briennio venne catturato in maniera rocambolesca e condotto da Alessio. La battaglia fra questi due giganti dell’epoca era finita e solo l’esiguità delle forze in campo ha impedito a questo memorabile scontro di ottenere la fama che invece, tatticamente, merita in pieno.

Una curiosità. Nel terzo volume del Ciclo "Il Giglio e il Grifone" uno dei protagonisti combatterà proprio per Alessio Comneno. Secondo voi chi fra Guibert, Bertram e Reinar avrà questo onore? Basterà un click sull'imagine qui sotto per scoprire la verità, entrando nella saga medievale più appassionante!


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